Waterfront di Levante

Waterfront di Levante: sara’ bellissimo, ma non un arricchimento per i genovesi

Progressista è intendere l'urbanistica come strumento per la redistribuzione di ricchezza presso chi il luogo oggetto di riqualificazione frequenta, vive e abita.

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Il Waterfront di Levante stando ai promettenti progetti presentati ha tutte le caratteristiche  per diventare un nuovo quartiere della citta, come ha annunciato in pompa magna la Giunta Bucci. Ciò è vero ed è perfino auspicabile: la riqualificazione della Fiera di Genova è un’operazione necessaria e appropriata. 

Come compiere questa riqualificazione, le scelte che la guidano, i target individuati, possono essere la cartina di tornasole delle politiche che animano la Giunta Bucci e, di riflesso, potrebbero animare chi alla attuale guida della Città si oppone. 

La domanda da cui sempre si dovrebbe partire è: che idea si ha della Città? O meglio: quale Genova si immagina per domani e si vuole proporre già oggi a chi la vivrà?

A chi si rivolge la proposta del Waterfront? Chi ne saranno i fruitori? Chi trarrà beneficio da questo nuovo quartiere, sotto l’ambito commerciale, sociale, professionale?

Waterfront di Levante
Prospetto del Waterfront di Levante che verrà, presentato presso le sedi istituzionali di Municipio 8 Medio Levante e Comune di Genova. Fonte

Sono tutte domande inevase al momento, e forse sarebbe comunque difficile darvi una risposta. Cogliendo gli spunti che vengono da quanto è stato realizzato e si è sviluppato in Città possiamo evidenziare quanto di positivo e quanto di negativo potremmo vedere anche con questa nuova forte operazione di riqualificazione urbana.

Per un’utenza che ha già il denaro

L’offerta del Waterfront si rivolge a un’utenza che ha già il denaro, che può spenderlo proprio per farlo girare, fruendo dell’offerta lì presente e traendone un beneficio di corrispettivo a fronte di una spesa finanziaria.

Ed è così d’altronde che tutti noi fruiamo delle tante, differenti e splendide proposte del Porto Antico: il cinema, i locali e ristoranti, il Bigo e la Sfera di Piano, l’Acquario, gli spazi aperti pubblici. (articolo di wall:out Dalle Americhe al Porto Antico. Dalle Caravelle all’Expo di Genova).

Quell’operazione è stata un successo nel riqualificare un’area prima del tutto abbandonata, in malora e priva di una vocazione. Quell’operazione non ha solo riqualificato ma ha saputo conferire un nuovo orizzonte, un nuovo destino non solo al Porto Antico in sé ma probabilmente all’intera città, simbolicamente affermando che Genova può anche essere Città del Turismo: da lì c’è stata una vera svolta, tangibile, visibile, nella destinazione d’uso di quell’area e nella prospettiva di orizzonte per la Superba.

Eppure… eppure per visitare l’acquario servono 25 euro a persona. Una cena in Porto Antico difficilmente la si fa con un deca. Anche il classico abbinamento pizza+cinema, che fa sempre un gran pru, diciamolo – e che dopo un anno di pandemia non manca mica più solo ai teenagers ma anche ai boomers e alle generazioni di mezzo -, non la porti a casa con i ramini messi da parte nel salvadanaio. Certo lo spazio pubblico riconsegnato alla Città, questo sì che è liberamente fruibile e godibile.

Questo ultimo fattore è il certo vantaggio come Comunità che avremo: l’apertura alla libera fruizione di uno spazio tanto vasto quanto potenzialmente scenografico. Questo è l’elemento a mio avviso incontrovertibilmente di guadagno sicuro per la Città e per chiunque la viva. Così è stato per le aree del Porto Antico, così è stato promesso e sarà per le aree del Waterfront, incluso un nuovo parco urbano nella parte posteriore.

Tutto il resto però rimane appeso e con più di un punto interrogativo

I ristoranti che si collocheranno nel nuovo Palasport (nel lato rivolto al mare) saranno certamente di pregio e di richiamo, e quindi anche per questo possiamo immaginare non abbordabili come il panino da ‘Masetto‘. E ci sta, dato il contesto.

Che utenza quindi possiamo aspettarci e con quale frequenza?

Gli appartamenti che verranno messi in vendita, accanto al Padiglione Blu di Jean Nouvel lato ponente, potranno certo richiamare l’attenzione e l’interesse di chi sa apprezzare una vista da paura sul mare e sulla nuova darsena che verrà, ma forse non matcheranno con le esigenze di budget e di solidità mutualistica delle nuove famiglie dell’oggi, appena sorte e in cerca della propria dimora per radicare e crescere in città.

Per quali famiglie è pensata questa proposta? Quelle dei trentenni di oggi e di domani, che stentano a trovare lavoro e a garantire un mutuo da 100-150.000 euro? Con quale idea di famiglia si è connessi?

L’Assessore Comunale al Bilancio ha dichiarato che l’operazione si ripagherà per il Comune e anzi darà perfino reddito grazie all’IMU che genereranno gli immobili ivi presenti. Ecco. Trentenni e ventenni di domani: non c’è posto per noi!

Lo splendido video di Drone Genova della costruzione del primo tratto del canale della nuova darsena del Waterfront di Levante, pubblicato il 26 gennaio 2021.

La nuova darsena permetterà di alloggiare non pochi posti barca: io per primo affermo che è davvero gradevole passeggiare, magari al tramonto nella golden hour o anche dopo cena, nella darsena del Porto Antico, come alla Marina di Sestri Ponente, come in ogni porticciolo caratteristico della nostra Liguria.

Ben so che quel posto barca non è bene alla portata di tutti. Ben so che quel posto barca sia generato da una accumulazione di capitale, non usuale presso la maggior parte delle famiglie. Ben so che quel posto barca non ne generi alcun reddito, se non per chi ne trae o una rendita o l’IMU.

Waterfront di Levante
Nel rendering a partire da sinistra: il parco urbano tra la nuova area e la sopraelevata, la struttura che ospiterà lo studentato, il nuovo canale, il Padiglione Jean Nouvel, il rinnovato Palasport. Fonte Fivedabliu

Lo studentato

Lo studentato vanterà probabilmente la vista e lo scenario tra i più belli offerti in tutta Italia, ma oltre la vista c’è anche la torta di riso per i giovani studenti che auspicabilmente dovrebbero così invadere la città? Quali costi avrà, chi potrà accedervi? 

Un Assessore del Municipio, in sede di presentazione del progetto, ha voluto condividere che non veda l’ora si insedi lo studentato così che i propri figli e i giovani genovesi possano smetterla di andare a Milano, grigia e triste, per restare nella scenografica nuova Marina del Waterfront di Levante. 

Perché infatti gli studenti universitari genovesi (categoria in Italia, quella degli universitari, in parte benestante e comunque minoritaria: con il 27,6% siamo penultimi in Europa) scelgono di ‘andare via’ perché non hanno posti belli dove risiedere, e non per le opportunità di lavoro e di professionalizzazione offerte da Milano. E nemmeno per una questione di mentalità diffusa in città, come infatti questo ragionamento non conferma assolutamente. E d’altronde, come tutti ben sappiamo, lo studentato si apre agli studenti già residenti in una città e non invece a chi viene da fuori città come strumento di accoglienza, attrazione e radicamento nel territorio.

Ma soprattutto, dimentichiamo anche le domande appena fatte: perché dovrei venire a studiare a Genova?

E non sto nemmeno chiedendo quali siano i percorsi di studio (non esiste solo l’Università, eh, anche il Conservatorio o anche l’Accademia Ligustica, ce lo ricordiamo, vero?) e di laurea offerti: io sto proprio chiedendo cosa diavolo offre ai giovani questa città (Genova è una città chiusa? Forse sì – Le iscrizioni all’Università di Genova sono poche e limitate ai residenti della zona, probabilmente un segno di provincialismo).

Rivisitazione dell’artista Makkox de Il quarto stato di Pelizza da Volpedo

Con Wall:out Magazine (l’oste vende sì bene il proprio vino, ma anche non farlo mai sarebbe sciocco) stiamo davvero provando a mostrare, evidenziare, porre all’attenzione di tutti o almeno tanti, che in Città molte cose covano, germogliano e vivono. Ma è tutta attività dal basso, spontanea, di sottobosco sia perché vista ben poco dalle istituzioni della città sia perché ben poco innaffiata di un sostegno quale che sia. 

I giovani sono una minoranza in Italia, che è il paese più vecchio (età media 46,7 anni) in Europa, figurarsi nello stra vecchio capoluogo della Regione più vecchia d’Europa (questo forse è un salto logico azzardato, dovuto al fatto di essere la Regione più vecchia d’Italia). 

Eppure è la capacità di offrire una forte proposta ai giovani, alle generazioni future, la chiave di volta per rimettere in moto una città.

Perché chi è giovane, senza romanzare, ha più propensione – per dirla con un taglio comprensibile a chi guida le principali operazioni in essere – anche a spendere.

Un po’ per l’avventatezza dell’età forse, un po’ perchè se già prima esprimeva sempre la voglia di stare fuori di casa e vivere in comunità ora poi che auspicabilmente torneremo a vivere fuori dalla modalità lockdown ci sarà un ritorno al consumo consistente. Un po’, ancora, per necessità: si cerca una nuova casa e, che lo si voglia nuovo o si prenda quello che si trova, l’arredamento ha un prezzo; si consumano vestiti e oggetti della vita quotidiana in maniera intensa seppur sempre più consapevole e sostenibile; si compiono anche errori nelle spese così come si è più propensi ad aggiornare le proprie dotazioni tecnologiche.

E quanto accennato vale un po’ in ogni ambito e a prescindere dal portafoglio, questo sì. Perché dire dei ragazzi neri che si incontrano a Caricamento e che sono sfruttati dal racket (cosa lampante come gli scogli illuminati dal sole a Boccadasse nel solstizio d’estate) ‘ti chiedono i soldi ma poi c’hanno lo smartphone da 300 euro’ è naif quanto solo un boomer sa esserlo, poiché vuol dire non aver ancora afferrato che oggi la priorità numero uno, anzi, il requisito di base per vivere, essere, in questa società è essere in rete, virtualmente innanzitutto per poi esserlo così socialmente.

Il Waterfront non redistribuirà il benessere in città

Il nuovo Waterfront di Levante non sarà perciò una operazione di riqualificazione urbanistica capace di redistribuire il benessere in città, non riqualificherà un quartiere disagiato, non conferirà bellezza né accrescerà il valore di spazi e comunità già esistenti e che faticano.

Sarà un nuovo insediamento, probabilmente bellissimo, lo speriamo tutti voglio credere, a cui viene imposto dall’alto un destino.

Non è un’operazione che risponde davvero ad esigenze già presenti, ne crea di nuove. Non intercetta istanze a lungo inascoltate o disattese in città, ma afferma di nascere, per bocca degli stessi proponenti, per intercettare quelle presenti «in tutto il Nord Ovest, con flussi perfino anche da Brescia per il settore sportivo marittimo», e ancora così «noi genovesi smetteremo di andare agli Outlet di Serravalle e di Mondovì» (parole dell’Assessore Comunale Picciocchi in Municipio VIII Medio Levante).

Ed ecco il secondo confronto già presente in città che si staglia come una cupa ombra all’orizzonte. Il nuovo quartiere della Fiumara ha davvero riqualificato spazi abbandonati da anni dall’industria genovese, con forme e dimensioni, colori e proposte nuove sia commerciali sia residenziali sia di puro entertainment almeno da weekend. Ma cosa ha generato attorno a sé?

La desertificazione commerciale appena fuori dai confini del distretto della Fiumara è ormai evidente e innegabile. Quell’operazione di riqualificazione urbana è stato un colpo al cuore inferto al commercio e alla ristorazione alle proprie adiacenze.  Ora non è che ciò di per sé mini la validità dell’operazione del nuovo Waterfront, ma almeno ci si chiede perché non si stiano mettendo in campo misure capaci di contrastare e bilanciare gli effetti collaterali che questa operazione inevitabilmente comporterà. 

Il quartiere della Foce ha molti elementi essenziali differenti rispetto al quartiere di Sampierdarena, eppure messe a confronto la Foce di oggi e Sampierdarena di 15 anni fa, i tessuti commerciale e della ristorazione non appaiono poi così dissimili. Su questo punto nulla è stato programmato o anche solo annunciato.

Che tipo di ricchezza hanno saputo generare in città e per la città?

Le azioni urbanistiche di oggi non possono permettersi di astrarsi dal contesto in cui si realizzano: se un’area viene riqualificata e rigenerata, certamente vi saranno effetti collaterali nelle aree ad essa adiacenti, per di più se non in parte anch’esse oggetto di politiche pubbliche coordinate. 

Guardando quindi all’operazione del Porto Antico e della Fiumara resta ancora da chiedersi: che tipo di ricchezza hanno saputo generare in città e per la città.

Certamente sono luoghi di richiamo per numeri consistenti: questo obiettivo è stato centrato appieno. I target e le finalità d’uso sono differenti, ma è innegabile siano entrambi luoghi oggi frequentati sempre e tanto, soprattutto nelle giornate non lavorative. E i soldi girano, eccome se girano.

Ma quali professionalità hanno chiamato a sé, quali proposte lavorative hanno offerto, quali redditi generano in città?

Non è da genovesi fare i conti nelle tasche altrui, ma un centro commerciale quanti stipendi a sei cifre (100.000 euro) genera? E per quelli a cinque cifre (10.000 euro) quanti registrano un numero superiore a 3 nel posto delle decine di migliaia? Che tipo di professionalità hanno chiamato a sé? Che richieste di formazione professionale hanno innescato in città?

Se si annuncia un investimento e si promette un guadagno per la città allora è proprio il caso di andare a fare le pulci al progetto e di parlare davvero di soldi, di stipendi, di guadagni e di vantaggi non solo per la Genova nel suo complesso ma per le tasche dei cittadini anche nella individualità di ciascuno. Lo si fa perché così è stato impostato il discorso: se si parla di soldi, se ne parli nella prospettiva di ciascun individuo.

Lo spirito che muove l’operazione del Waterfront di Levante non può nemmeno essere presa in considerazione come un unicum a sé stante, ma merita di essere contestualizzata nel gran numero di medie e grandi operazioni lanciate e già attive a Genova dalla Giunta Bucci. Ad inizio anno proprio su queste pagine abbiamo parlato dell’arrivo di Esselunga in Via Piave, focalizzandoci su quanti nuovi insediamenti si stavano promuovendo in Città (Genova, città di…Camerieri?…Cassieri? Se un supermarket che apre è l’evento), e da allora il fenomeno è forse perfino aumentato, basti citare l’annunciato insediamento di un nuovo supermercato a Nervi in una vecchia galleria ex rifugio antiareo e il secondo piede poggiato da Esselunga a Genova ora a San Benigno.

Questa d’altronde appare la prospettiva delle operazioni urbanistiche messe in campo da queste giunte di centrodestra in Città ed in Regione, lo si può dire esplicitamente: grandi operazioni finanziarie, volte alla riqualificazione del territorio ove c’è un vuoto (non dove c’è disagio, sono cose diverse), per canalizzarvi un giro di denaro, muovendo capitale ma non garantendo in alcun modo questo venga redistribuito o anche solo goduto da chi meno ne ha.

La retorica della riqualificazione è usata per far credere che il godimento dello spazio pubblico, bello, gratuito, libero, sia una cortese concessione dell’autorità paternalistica sensibile alle richieste del popolo infante che oggi finalmente si accontenta. Lo spazio pubblico, che sia bello cioè proprio che piaccia ai cittadini, che sia libero cioè accessibile a tutti e senza costi, che offra servizi e beni alla Comunità in quanto abitanti della Città, è un diritto, deve essere un diritto, oggi, e non una gentile concessione del satrapo insediato nello scranno sindacale.

Si affermano queste cose non solo per rivendicazione ma perché non si registra che questa lettura della città e della società sia poi così diffusa, nemmeno tra le fila del fronte opposto a chi oggi guida questa Città.

Si azzarda a vergare il foglio digitale con queste parole, perché le parole d’ordine del fronte progressista in città paiono aver dimenticato che l’obiettivo della propria azione urbanistica non dovrebbe mica solo limitarsi alla riqualificazione dei luoghi e dell’economia, quanto avere a cuore e come primum movens la riqualificazione delle condizioni di vita e di benessere di chi vive quei luoghi e la Superba.

Mettiamola così, semplice semplice

A Genova oggi riqualificare i luoghi e l’economia è di (centro)destra, lo sa il (centro)sinistra che dovrebbe essere di suo appannaggio la riqualificazione delle vite e dello stato sociale delle persone?

Se da una parte c’è l’interesse al garantire la permanenza dell’attuale benessere dei singoli individui in una quotidianità che si ripete senza mai voler mutare (ecco il senso conservatore), dall’altra parte abbiamo chiaro che il fine dovrebbe essere la promessa (e le concrete premesse) di un benessere per tutte le persone e la Comunità domani, con un agire capace di trasmettere lo spirito progressista che è innanzitutto propensione al moto costante, al cambiamento e al mai raggiunto compiuto miglioramento delle condizioni di tutti? 

Siamo tutti per l’uguaglianza, destra e sinistra, come diceva Bobbio, ma è come ciascuna parte la intenda a dividerle. Qui si parla di uguaglianza di destino per la Comunità, non di permanenza delle attuali condizioni dei singoli individui.

La differenza che intercorre tra Uguaglianza, Equità e Giustizia: dove ti collochi?! Tutte e tre le scelte sono scelte politiche legittime, condizionanti nell’essenza la proprie politiche pubbliche preferite.

Le politiche pubbliche di fondo nascono dall’esigenza di redistribuire le risorse esistenti (e magari anche di farle fruttare): può ancora oggi essere il come ci si propone di redistribuirle un solco da tracciare per evidenziare i due schieramenti esistenti sul palcoscenico della politica?

L’operazione del Waterfront è anche un’operazione di redistribuzione della ricchezza tra chi già ne possiede. E sono pochi, non certo la maggioranza. L’operazione è auspicabile vada comunque a buon fine, ma non sarà in alcun modo redistribuzione di ricchezza presso la gran parte della popolazione, e probabilmente nemmeno verso i genovesi. Il target sono proprio le classi abbienti del Nord Ovest (Milano va sempre citata dalla Giunta Bucci), che scopriranno, speriamo, un luogo splendido, da frequentare e magari da vivere, ove trasferirsi. Aumentando il proprio patrimonio e spendendolo magari in Genova.

Parliamo di singoli o famiglie, non di aziende che vengono a investire sul territorio e nelle professionalità che abbiamo qui e qui abbiamo formato. Non arricchirà i genovesi. Sarà un’operazione semplice, rapida e veloce, di accumulazione e conservazione di ricchezza, di consolidamento della ricchezza nelle mani e nelle tasche di chi già la possiede. E durerà il tempo dei lavori: finiti quelli, l’operazione si concluderà da sé, non avrà altra progettualità sociale e urbanistica, politica, ulteriore.

Un centrosinistra progressista al passo coi tempi dovrebbe invece affermare che le operazioni urbanistiche devono preoccuparsi innanzitutto di redistribuire ricchezza presso chi quel luogo oggetto di riqualificazione vive, abita, frequenta. Allargare il benessere presso quante più persone possibili, e non solo garantirlo a chi già può goderne.

Si parla di analizzare uno scenario di contesto già esistente, di focalizzarsi sui punti forti da valorizzare per quella comunità di destino, di ascoltare il rumore del sottobosco urbano sociale presente e vivo, e conferirgli nuova linfa. Operazione complessa. Si tratta di andare a seminare in un terreno già coltivato, senza avere l’ardire di imporsi nel determinare appieno come dovrà crescere ciò che sboccerà. Si tratta di politiche pubbliche di prospettiva e lungo raggio, di una attività di semina non paternalista ma capace di accettare l’autonomia e la libertà nella crescita delle persone, dei luoghi e delle Comunità che si sceglie di rendere oggetto di riqualificazione.

Immagine di copertina:
Foto di Edoardo M.


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