Città chiusa

Genova è una città chiusa? Forse sì

Le iscrizioni all’Università di Genova sono poche e limitate ai residenti della zona, probabilmente un segno di provincialismo.

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Viviamo in una città chiusa, provinciale, dalla mentalità ristretta? Ce lo saremmo chiesti tutti più volte e non è facile dare una risposta, dal momento che la questione è molto soggettiva. Tuttavia, è da un po’ di tempo che non riesco a togliermi dalla testa la convinzione che Genova si limiti ad essere la città dei genovesi. Così, fedele alla mia formazione scientifica, mi sono rivolto ai numeri.

Attenzione, i dati e la statistica non vanno mai presi così, nudi e crudi. Vanno interpretati sensibilmente. E bisogna anche accettare che per questioni così complesse e sfuggenti, com’è stabilire il grado di apertura mentale di una città, un dato non dà tutte le risposte. Però, di contro, dei numeri rappresentativi possono offrire uno spunto e fare un po’ di luce.

Come detto, dare una risposta definitiva è pressoché impossibile, oltre che pretestuoso. Ho quindi solo analizzato un angolo della faccenda.

Mi sono concentrato sulle iscrizioni all’Università di Genova

Le università sono, tra le altre cose, dei luoghi di incontro e di scambio. Per molti rappresentano la ragione per trasferirsi di città, di regione o anche di stato se non di continente. Ho quindi considerato la provenienza degli studenti dell’Ateneo genovese come un buon indicatore del grado di “mescolanza sociale” di Genova, un fattore ovviamente chiave per poter giudicare il livello di apertura mentale di una città. Non ho mai avuto modo di studiare queste tematiche ma credo non ci voglia una laurea per comprendere che il grado di apertura mentale di una realtà sia direttamente proporzionale al flusso migratorio che la caratterizza.

Senza nessuna forma di giudizio, basti pensare alla distribuzione dei voti: in tutto il mondo, nei grossi centri urbani, perciò caratterizzati da significativi flussi di persone, gli elettori esprimono tendenzialmente un maggiore supporto verso i partiti che si dichiarano progressisti; viceversa nelle campagne e nei piccoli centri, tradizionalmente più conservatori. 

Numeri alla mano, forniti dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), l’Università di Genova ha registrato nell’ultimo Anno Accademico 2018/2019 30282 iscritti, in linea con quelli degli anni precedenti.

Un numero che se confrontato con quello dell’intera popolazione di residenza genovese rappresenta circa il 5%. A Venezia questo rapporto è del 10%, a Torino del 15%, a Milano del 17%, a Bologna del 20%, a Firenze e Roma del 13%. Per chi pensasse che solo al Centro-Nord perdiamo il confronto, sappiate che questo rapporto è del 16% a Bari e del 17% a Napoli. Noi siamo vicini a Palermo, una città di dimensioni simili, che vede un rapporto percentuale del 6%.

Da questi primi dati evinciamo inizialmente come UniGe sia un Ateneo di dimensioni piccole per la portata della sua città

Di quei 30 mila, ben 18 sono residenti nella provincia di Genova. Se estendiamo il raggio di residenza alle altre province liguri e a quella di Alessandria (cioè quindi l’area che vede UniGe come Ateneo più vicino, tendenzialmente) ecco che questo numero sale a quasi 26 mila. Se ne deduce che la stragrande maggioranza degli iscritti probabilmente tiene fortemente conto della comodità per raggiungere l’università. Un parametro assolutamente lecito e che trova riscontro in ogni Ateneo. Nel nostro però molto marcatamente.

Le residenze dei 4mila restanti sono distribuite praticamente tutte in Italia. Se si filtrano i dati selezionando gli iscritti per Provincia non Riconosciuta, che suppongono essere quindi quelli dall’estero… beh otteniamo un numero molto basso: 148. Questo dato trova riscontro una volta che si va a vedere la cittadinanza degli iscritti.

Coloro che hanno una cittadinanza estera fanno quasi sempre parte di grandi comunità ben radicate nel territorio genovese come quella albanese, ecuadoriana, cinese e marocchina fra le altre. Questa informazione ci suggerisce come in realtà gli studenti stranieri sono certamente genovesi di cittadinanza estera, che non si sono trasferiti perciò a Genova per studiare. Questo giustifica il fatto che i residenti chiamiamoli “lontani “da Genova sono comunque quasi sempre italiani.

Per supportare questo punto vi stilo i numeri di iscritti provenienti da paesi esteri piuttosto ricchi, paesi in cui molti di noi migrano per studiare o lavorare: vi sono 15 polacchi, 13 tedeschi, 11 greci, 11 spagnoli, nessun canadese, giapponese, coreano, australiano o americano. Io a onor del vero conoscevo un ragazzo americano, forse era l’unico e hanno escluso numeri così bassi dall’indagine. 

Per tirare le fila, questa analisi cosa ci vuol dire?

Che Genova ha un’università di dimensioni modeste in primis. Molti giovani genovesi probabilmente preferiscono studiare in altri atenei. In generale quindi l’offerta didattica e le strutture andrebbero sicuramente migliorate. La stragrande maggioranza degli iscritti poi proviene da Genova o zone limitrofe. In particolare, il numero di studenti che decide di trasferirsi dall’estero per venire a studiare a Genova è bassissimo.

Tutto questo comporta che il flusso di studenti a Genova è molto limitato, poiché evidentemente l’Ateneo non è abbastanza attraente. 

Genova è una città di mare, un porto storico (leggi l’articolo su wall:out Se bastasse il mare – Riflessioni amarezze e desideri maturati da lontano, per una Genova in cui voler tonare). I nostri edifici e le nostre tradizioni ci comunicano l’avvicendarsi perpetuo che ha visto questa città. Eppure, quando osserviamo l’Università, il luogo principe dello scambio culturale fra i giovani, dobbiamo tristemente constatare la sua limitatezza. Seppur questo non significhi che l’Ateneo sia di scarsa qualità, né esaurisce la questione sul grado di apertura mentale, sicuramente ci deve far riflettere:

Può Genova scrollarsi di dosso l’etichetta di città chiusa se la sua Università è troppo piccola e frequentata solo dai suoi cittadini?

Immagine di copertina:
Foto di Dexmac


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Formazione scientifica basata su liceo scientifico e lauree in biotecnologie e biotecnologie industriali. Appassionato di comunicazione ha svolto una scuola di comunicazione scientifica per 6 mesi. Ha anche un canale YouTube di divulgazione scientifica. Non si interessa solo di scienza ovviamente, ma è il terreno dove si muove meglio e che crede, ancora un po’ romanticamente, di voler condividere con un pubblico più largo possibile.

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