Resilienza

Stiamo abusando della parola resilienza?

Resilienza e resistenza sono due parole molto simili ma non uguali. Studiando i loro significati fisici capiamo quelli di uso comune.

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Una parola che sentiamo e leggiamo sempre più spesso è il sostantivo resilienza e il suo aggettivo resiliente. In Italia, nell’ultima decade, l’utilizzo di questo termine è esploso in maniera impressionante, diventando rapidamente molto popolare, specialmente tra chi cerca di adoperare un vocabolario al di sopra della media.

La conseguenza, scontata e naturale, è l’abuso dell’espressione stessa. Non vi è quasi più alcun campo del sapere o settore il cui lessico non sia stato contagiato dal germe della resilienza. O se non di più, dalla parola resilienza. Eppure in pochi sanno il vero significato del termine, che è sfuggente e non si basa nemmeno su un verbo: non esiste “resiliere”.  

Andiamo con ordine. Da vocabolario resilienza significa prima di tutto:

Nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto: prova di r.; valore di r., il cui inverso è l’indice di fragilità.  

Treccani

Una parola tecnica. L’origine è latina e per molti secoli è rimasta prevalentemente associata alla proprietà fisica (Accademia della Crusca). I primi a traslarne l’utilizzo in modo consistente furono gli inglesi nel XVII secolo, proponendone un significato alternativo e più umanizzato.

Nel secolo successivo questa ulteriore interpretazione giunse in Italia (la culla stessa del suddetto vocabolo). Tuttavia, a sviluppare nuove sfaccettature del termine negli ultimi secoli è stato il mondo anglosassone, e da questo solo negli ultimi 10 anni la lingua italiana si è ispirata.

La metafora del materiale che subisce uno stress ma poi ritorna alla sua condizione iniziale resilientemente ha trovato terreno fertile nell’ecologia, nella politica, nell’economia, nello sport e nella psicologia per citarne alcuni. Ed ecco che sempre nella Treccani troviamo oggi un significato aggiuntivo:

In psicologia, la capacità di reagire di fronte a traumi e difficoltà. 

Tornando al significato più tecnico e meccanico di resilienza, questo suggerisce una capacità di deformazione in seguito a un urto, ma non di rottura, un comportamento plastico. Un materiale resiliente può quindi essere fondamentale per diversi tipi di applicazione.

Tra i materiali più resilienti (caratterizzati da un modulo di resilienza elevato) troviamo l’acciaio AISI S1 che trova impiego in diverse utensili come scalpelli e coltelli, l’acciaio armonico che ha un alto tenore di carbonio e viene usato per fabbricare le molle e le cosiddette armi bianche (quelle atte ad offendere e che sfruttano l’abilità di chi le maneggia), il rame al berillio che è componente di proiettili e strumenti musicali tra gli altri, ma anche la gomma.

Tale proprietà risulta vitale anche per strutture come i ponti. Noi a Genova purtroppo ne sappiamo qualcosa. Il Professor Calvi della IUSS di Pavia evidenziò in seguito al crollo del Morandi come effettivamente proprio la sua scarsa resilienza sia stata una delle cause principali del suo fatale destino. 

La resistenza rappresenta invece un’opposizione, un contrasto alla forza che subisce. È una proprietà che intrinsecamente restituisce un’idea di rigidità.

Tra i materiali più resistenti ricordiamo il classico diamante ma anche alcuni più innovati sebbene magari meno noti e affascinanti ai più come la cugina lonsdaleite superdura (il diamante esagonale, a livello di struttura microscopica si intende) e il sempre più citato grafene. Si tratta di un foglio di spessore monoatomico unicamente formato da strutture esagonali di atomi di carbonio tutte interconnesse, caratterizzato da una moltitudine di proprietà eccezionali inclusa la sbalorditiva resistenza che può essere ulteriormente aumentata se questi fogli di grafene sono sovrapposti con geometrie particolari in strutture 3D, come hanno fatto al MIT di Boston. 

Cerchiamo ora di fare quello che la storia ha fatto, ovvero spostarci dal piano fisico a quello metaforico, dalla meccanica a tutti gli altri campi del sapere, non solo quelli umanistici, visto che oggi la parola resilienza fa parte ormai anche del linguaggio biologico o informatico.

Quando ha senso davvero usare la parola resilienza e quando invece sarebbe più opportuno tornare a usare il vecchio, old fashioned, termine resistenza?

La chiave sta nei significati fisici stessi dei termini. 

In entrambi i casi dobbiamo immaginare una situazione di stress o crisi nei confronti di qualcuno o qualcosa. Quest’ultimo reagirà in modo resiliente resistente. Chiaramente ci sono affinità e sovrapposizioni, si tratta di sottigliezze, sfumature, ma una differenza c’è, eccome.

Infatti, una risposta resiliente sarà caratterizzata da una deformazione ma non da una rottura. L’ambizione è quella di non strapparsi sotto i colpi della minaccia, anche a costo di deformarsi. Si potrebbe insinuare una certa passività e addirittura una certa ingenuità e pretenziosità, dal momento che l’obiettivo finale è  semplicemente quello di non spezzarsi. Ma allo stesso tempo si può leggere insita la voglia di adattarsi alle situazioni, una intelligente malleabilità, per non dire anche una certa ironia e astuzia nel saper accogliere il nemico e lasciarsi modificare senza soccombere (come fa un sistema informatico sotto attacco che tiene al sicuro i dati, continua a lavorare ma in modo diverso e al tempo stesso cerca di scacciare la minaccia).

Per quanto concerne invece una reazione resistente, chi è sotto attacco si opporrà a muso duro. Magari si scalfirà, forse addirittura si infrangerà se non sarà sufficientemente resistente, ma non rinuncerà alla sua forma, ai suoi ideali e alla sua natura. Chiunque o qualsiasi cosa che si opporrà con resistenza, sarà poi segnato dall’esperienza e ne porterà i segni. Su un piatto della bilancia mettiamo questa volta l’epicità e la strenuità, mentre sull’altro troviamo ottusità, imprudenza e infine manicheismo. 

In tempi recenti abbiamo festeggiato la Resistenza, un avvenimento storico che se avesse luogo ai nostri giorni verrebbe probabilmente ribattezzato Resilienza. In questo caso sarebbe una scelta pigra ed erronea, viziata dalla moda. Tuttavia, già Bartezzaghi nel 2013 suggerì come la parola resilienza si sarebbe potuta avviare a una carriera da parola-chiave per la nostra società. Tant’è vero che in alcune circostanze finanziare e psicologiche, tra le altre, si riscopre davvero calzante. 

Un materiale ideale sarebbe quello capace di diventare più resiliente resistente a seguito di uno stress. Allo stesso tempo, una condizione umana auspicabile è quella in cui ci si adatta e si impara qualcosa di nuovo, ci si arricchisce senza però dimenticarsi né rinunciare alla propria natura, anche di fronte alla minaccia più spaventosa.

Usando un termine coniato da Nassim Nicholas Taleb nel 2012, bisognerebbe essere antifragili

Immagine di copertina:
Foto di Wokandapix


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Formazione scientifica basata su liceo scientifico e lauree in biotecnologie e biotecnologie industriali. Appassionato di comunicazione ha svolto una scuola di comunicazione scientifica per 6 mesi. Ha anche un canale YouTube di divulgazione scientifica. Non si interessa solo di scienza ovviamente, ma è il terreno dove si muove meglio e che crede, ancora un po’ romanticamente, di voler condividere con un pubblico più largo possibile.

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