Il letto
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RIFERIMENTI PER IL PRESENTE | Il letto e la nuova condivisione dell’intimità che stiamo vivendo

Il Coronavirus ci impone una nuova concezione di intimità. Affrontiamola con l'aiuto di Bed Piece di Chris Burden e My Bed di Tracey Emin.

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Il letto
Foto di Espen Bierud

Tutti noi stiamo sperimentando una nuova condizione esistenziale, uno stravolgimento delle normali relazioni interpersonali e un sovvertimento dell’ordine simbolico negli scambi sociali. Viviamo una diversa condizione del corpo e una nuova intimità, che condividiamo in modo nuovo anche servendoci dei nostri dispositivi digitali, oggi più utili che mai. Avete notato che di notte, a letto, dormiamo in modo diverso? Ci corichiamo in uno stato psicofisico speciale, e sogniamo cose diverse dal solito, per non dire che a volte non riusciamo a dormire, o siamo addirittura angosciati?

Chi più chi meno, stiamo percependo una certa sofferenza legata allo stravolgimento delle nostre abitudini. Vediamo due esempi di opere d’arte contemporanea che possono stimolarci positivamente e fornirci un nuovo punto di vista per affrontare la quarantena. 

Parliamo del letto:

Bed Piece – Chris Burden (1972)

Nel febbraio del 1972, nel Market Street Program di Josh Young a Venice Beach, in California, Chris Burden realizzò una performance piuttosto audace: una volta posizionato un letto singolo con lenzuola bianche, ci si sdraiò per ventidue giorni.

Burden, ancora giovane, non aveva dato alcuna indicazione al suo gallerista riguardo i tempi e le modalità della performance: Josh Young dovette dunque improvvisare dei modi per permettergli di rispondere ai bisogni fisiologici, e cercò di procurare cibo e acqua all’artista che per tutta la performance non proferì parola. Nessuno sapeva quanto sarebbe durato Bed Piece.

Stiamo parlando di un artista particolarmente intrepido, lo stesso artista che l’anno prima si chiuse dentro a un armadietto della University of California per cinque giorni (Five Day Locker Piece – 1971), e nello stesso anno si fece sparare a un braccio da un amico (Shoot – 1971).

Chris Burden non andava tanto per il sottile: cercava esperienze vere. Anni dopo, dichiarò riguardo Bed Piece: “Questo pezzo rimane nella mia mente come uno dei pezzi più strani e più interessanti che io abbia mai fatto”. 

Perché ha deciso di stare sdraiato ventidue giorni su un letto dentro alla galleria, oggi, non ci interessa. Ma ci interessa come ha vissuto l’esperienza, perché in un certo senso ci troviamo in una situazione analoga. 

Prima di tutto è una prova per il corpo, e poi è una prova per l’equilibrio mentale; ma, contemporaneamente, è un esperimento di condivisione dell’intimità.

Con le nostre webcam, nelle nostre case, stiamo condividendo con amici e conoscenti aspetti di noi che abitualmente proteggiamo nel territorio dell’intimità. Non troppo differentemente, Burden si è reso vulnerabile. Il risultato? Leggiamolo con le sue parole:

“All’inizio è stato molto difficile. I primi due giorni sono stati molto noiosi e molto dolorosi, e mi sono reso conto che non ero vicino alla fine, e non ho visto come avrei potuto andare avanti. Ma alla fine o verso la metà della seconda settimana avevo iniziato a stabilire una routine, e ho iniziato a godermela, e le mie giornate sono state molto piene e molto ricche e ho avuto una sensazione molto pacifica. E mentre la performance si avvicinava alla conclusione, quasi alla chiusura, ho iniziato a provare rimpianto per la fine imminente, ho iniziato a sentirmi come se volessi rimanere, e in realtà ho anche pensato di restare.”

Chris Burden, mostperfectworld

My Bed – Tracey Emin (1998)

Link all’opera

Differente è stato l’esperimento di Tracey Emin, discussa artista britannica che esordì nel gruppo dei YBAs (Young British Artists, tra cui il celebre Damien Hirst). 

My Bed by Tracey Emin at Tate Britain London. Foto di Karen Bryan

Emin, giovane irrequieta con problemi di depressione e alcolismo, nel 1998 toccò il fondo e si rese conto di avere bisogno di una riconversione radicale. Ne derivò l’installazione My Bed, esposta nello stesso anno alla Galleria Sagacho di Tokyo. La giovane artista decise di esporre in galleria il suo letto, sfatto e sporco esattamente com’era, con annesso tappeto e corollario di oggetti di ogni tipo (come vestiti, biancheria intima, bottiglie di vodka, preservativi, pillole anticoncezionali, vecchie polaroid e tanti mozziconi di sigaretta). Lo stesso letto sul quale aveva preso l’abitudine di bere, e nel quale aveva meditato di togliersi la vita. Questo gesto fu mosso dalla volontà di trasformare quello che per molto tempo fu un rifugio e una trappola, in un oggetto di scena. Decise di condividere con il pubblico quell’ambiente che riusciva a vedere solo dall’interno, rendendolo pubblico.

Fu un gesto che prevedibilmente suscitò grande scalpore, ma più delle critiche valsero gli apprezzamenti: nel 1999 fu esposto alla Tate Modern di Londra, successivamente fu scelto come finalista per il Turner Prize, venne poi acquistato per 2,5 milioni di sterline e infine nuovamente esposto alla Tate nel 2015

Sulla fortuna di opere come questa, probabilmente, parleremo in futuro. Ora concentriamoci sulla situazione presente. In quarantena, possiamo considerare decisamente interessante My Bed per due motivi: il primo è che c’era qualcosa che non andava, e Emin riuscì a risollevarsi solo congelando il suo mondo così com’era e presentandolo come un oggetto freddo, condividendo un’intimità che le faceva del male. Il secondo è che quel letto, Tracey Emin, non lo riavrà mai più. 

Ci vuole del coraggio per ottenere il cambiamento. Anche e soprattutto perché, che lo vogliamo o no, sarà irreversibile.

Immagine di copertina:
wall:in media agency


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Artista classe 1996, co-fondatrice di MIXTA, si interessa di più o meno tutto. Pratica Kung Fu e medita una volta al giorno. Vive, studia e dipinge a Genova, città dove è nata e per la quale ha deciso di investire le sue energie. Vuole cambiare il mondo e dà ripetizioni di latino e greco.

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