Creuza de mä

Quando Fabrizio dipinse Genova

Fabrizio De Andrè sapeva raccontare storie cantando. Poi un giorno, con Creuza de mä, inizio a dipingerle.

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Creuza de mä è un’espressione ligure approssimativamente traducibile con “mulattiera di mare” che indica uno stretto sentiero – un “crosa” appunto – che dalla collina scende ripidamente fino al mare, passando tra diversi appezzamenti di terreno spesso separati da muretti di pietra.

La canzone parla del ritorno a Genova di un gruppo di marinai (“ombre di facce”) che, stanchi e affamati, scendono dall’imbarcazione proprio per bere e mangiare, interrogandosi sulle figure che avrebbero potuto trovare sulla terraferma. 

Il posto scelto dai marinai per cibarsi è la locanda Du Dria (Dall’Andrea) e, nel testo della canzone, troviamo subito una lista di prelibatezze liguri: frittura di pesciolini, bianco di Portofino, cervelle di agnello cotte nello stesso vino, lasagne da tagliare ai quattro sughi, pasticcio di gatto in agrodolce.

Il mare viene invece poeticamente descritto come un posto in cui “la luna si mostra nuda”, non essendoci “nel blu” edifici, montagne o altre infrastrutture che possano nasconderla.

I marinai, dopo aver consumato il pasto e passato il proprio tempo “in compagnia delle peggiori prostitute”, vengono richiamati a bordo dal “padrone”. 

Riprendono quindi il viaggio un po’ “alticci”. 

Non è un caso questo aspetto: tutto l’album (Creuza de mä), infatti, è un’apologia della povera gente che lotta contro il destino. Album, tra l’altro, considerato dai critici una pietra miliare della musica degli anni Ottanta.

Chi è costretto a navigare tra gli scogli deve imparare a farlo, se vuole sopravvivere

FABRIZIO DE ANDRÉ

dice Fabrizio, che aggiunge: “è meglio essere sulla barca del vino, perché bere fa venire coraggio, o almeno tramortisce la paura”. (Ho raccontato, nel mio articolo sul Cantico dei Drogati, della dipendenza da alcool di Fabrizio de Andrè)

Tornando a Creuza de mä, chi l’ha ascoltata per intero non può non ricordare le urla di una signora verso la fine della canzone. Quella donna è Caterina, una donna che vendeva pesce. E sapete dove? Al mercato di Piazza Cavour (leggi l’articolo Mercato del Pesce, venduto!).

L’idea di registrarne le urla fu proprio di Fabrizio:

la fortuna è stata di trovare la Caterina, che canta in re maggiore da sempre, ovviamente senza saperlo, per cui sembra che lei canti sul pezzo. Noi lo abbiamo sistemato finché non è stato perfetto e musicale [..]

CREUZA DE MÄ, FABRIZIO DE ANDRÉ

Si sentono anche le urla di altri “pesciaioli” (non pescatori in senso stretto ma coloro che vendevano pesci al mercato) che, con i loro schiamazzi, tentano di attirare i clienti presso il proprio banco evidenziando la qualità della propria mercanzia (“le bughe, le anciuve, mìale lì che robb-a”). 

Non tutti forse sono a conoscenza del fatto che l’intero disco avrebbe dovuto essere prodotto in arabo, poiché Fabrizio, come dichiarato da Carlo Facchini durante un’intervista a Firenze nel 2013,  “voleva esplorare la possibilità di scrivere testi che suonassero diversi dall’italiano, che era in declino, musicalmente parlando”.

Tuttavia, dopo alcuni tentativi e “cinquecentomila lire” spese in libri riguardanti l’Arabo, il cantautore optò per il genovese.

“Ci siamo resi conto che la lingua genovese, con la sua impostazione, con un vocabolario di millecinquecento termini persiani, turchi e arabi, era quella che più si adattava ad accompagnare questo tipo di musica. Ne è nata una specie di sintesi, di sunto, di quello che potrebbe essere la musica mediterranea” dichiarò De Andrè in tour a Cagliari nel 1984. 

La voce del celebre cantautore genovese in questa canzone, come in tutto l’album, va infatti ascoltata come se fosse uno strumento. Strumento attraverso il quale, l’artista, è stato in grado di dipingere Genova.

Immagine di copertina:
Centro Storico di Genova. Foto di Andrea C.


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Classe 1995, nato e cresciuto a Genova, laureato magistrale in Data Science and Engineering presso l’Università degli Studi di Genova e consulente tra Genova e Milano in ambito tecnologico e di business. Viaggiatore e appassionato di musica, nel 2019 ha fondato The Black Bag, un’associazione che si occupa di contrastare l’inquinamento sul territorio attraverso la raccolta, il riciclo e il riutilizzo di rifiuti e plastica.

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