Genova che fu

Per una retorica non solo sfarzosamente nostalgica della Genova che fu

Perché siamo incrollabilmente incollati a un passato che non c'è più, e forse non c'è mai stato?

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Squillino le trombe, alabarde in resta, si srotolino i tappeti rossi: il 185esimo doge sta per arrivare! Ma quale redivivo 1500, questa frase potrebbe ben essere declamata in Ciassa De Ferrari ancora oggi, alla presenza del Sindaco Bucci. “Femmo Zena superba ancheu”: con questo slogan era cominciata la campagna elettorale di Marco Bucci nella primavera del 2017. 

Suonava simpatico, dopotutto

Era la versione in genovese dello slogan di Donald Trump alle presidenziali USA del novembre 2016. Così come Trump, nemmeno Bucci aveva ancora rivelato a tutti il proprio spirito e il proprio background ideale, politico e sociale.

E nemmeno quando la scorsa tarda primavera è arrivata anche la volta della mostra intitolata il Dio, pardon, “il Re Denaro” (il discorso del messaggio promo è agghiacciante) abbiamo forse capito davvero gli illuminati principi e valori di riferimento politico-ideali del Sinda-Commissario (come si usa ormai dire da parte di alcune fazioni politiche a lui avverse in città). 

Genova Lego Store
Per la shipping week ora in corso a Genova si è pensata la bella iniziativa di mettere un plastico LEGO in ogni vetrina. Ovviamente immancabili sono comparse anche una caravella e la Lanterna, entrambe con bandiera. Foto di Edoardo M.

Nella primavera del 2019 è stata la volta della bandiera di Genova.

Un simbolo tanto semplice quanto immediato: tutti conosciamo la croce rossa in campo bianco, è un po’ ovunque in città. E fa facilmente “spirito di comunità”, quasi fosse il tricolore in tempo di europei o mondiali o olimpiadi. 

Già però la “festa della bandiera” cominciò a far storcere il naso ad alcuni. Vuoi perché casualmente cadendo San Giorgio il 23 aprile la istituzione di questa festa laica è stata interpretata strumentale a mettere in secondo piano la laica ma istituzionalissima per Genova (che dal dominio nazi-fascista si liberò da sola, e per questo le è stata tributata la medaglia d’oro al valor militare) ricorrenza del 25 aprile, giornata della Liberazione.

Vuoi anche perché sulla bandiera di Genova se ne dicono di ogni, e ci può stare come per ogni leggenda che si rispetti. Sorge però perplessità allorquando il sindaco in prima persona prende l’uso di diffondere urbi et orbi, via social e ad incontri pubblici in presenza, la falsa e non confermata (né confermabile con fonti certe e autentiche) leggenda della “compravendita” della Bandiera tra genovesi e inglesi

San Giorgio

E’ ben vero che il nome di San Giorgio è diffusissimo soprattutto tra i vicoli della città, ma possibile davvero che dopo duemila anni ancora ci si voglia fregiare di una leggenda e non si riesca a trovare un campione (o una campionessa, eh) un poco poco più in carne ed ossa? 

Ché poi il patrono di Genova non sarebbe San Giovanni? Sì, quello che “non fa inganni”, che si celebra il 24 giugno: ce lo ricordiamo tutti! E come mai allora non lo si fila di striscio, ponte di festa escluso, ovviamente?!

Genova bandiera Union Jack
Tra i vicoli di Genova si leva una bandiera a croce rossa in campo bianco. Foto di Giacomo Vallarino

Non c’è spazio per il gioco della politica: la leggenda è tale ma non può certo essere elevata a verità storica. Anzi, proprio come è ben lecito fantasticare sulla leggenda del mitico San Giorgio (già nel 496 la Passio Georgii venne giudicato testo apocrifo cioè non autentico, e così riporta lo stesso comune di Genova, “veda lei”), che sfidò e sconfisse a dorso di cavallo, lancia in resta, un drago (verde o rosso, a seconda dei dipinti) nel 200 d.C., apparso in una visione attorniato da bandiere di croci rosse in campo bianco (ed ecco qui il nesso tra il mitologico Santo e la bandiera di Genova) durante l’assalto ad Antiochia in Turchia nel 1098 ai genovesi accorsi in soccorso dei crociati, così sarebbe del tutto inaccettabile sul piano della verità storica ritenere fondata la leggenda per cui gli inglesi avrebbero affitti arretrati nei confronti di Genova da 250 anni.

Ecco, qualora fosse ancora necessario ribadirlo, è una bufala!

Bufala grande quanto l’effige delle imprese di San Giorgio sull’omonimo palazzo, sede dell’Autorità Portuale, di fronte a Sopraelevata e Porto Antico (la bufala di San Giorgio). 

Troppo delicata la vicenda del crollo del viadotto Morandi e la ricostruzione del nuovo ponte sulla Valpolcevera. Ma forse non così delicata la scelta di intitolarlo, ancora per ribadire fasti passati non si capisce in quale modo galvanizzanti il territorio e il popolo di millenni dopo, proprio a San Giorgio.

E come se non bastasse si è così ancor di più preteso di diffonderne una qualche “egemonia culturale” in tutta la città, travalicando i settori strettamente politici, legandosi alla vita di tutti i giorni

La retorica della Grande Genova

E della retorica mascheratamente da “Grande Genova” per le ordinatissime, funzionalissime, “pulitissime” aiuole di viale Brigate Partigiane vogliamo parlarne? Sono assurte a simbolo della “Genova meravigliosa” proclamata da Bucci & Co. Splendide, davvero. Ma a che servono? A detta dell’allora assessore ai lavori pubblici sono fondamentali “perché Genova sia bella come un quadro”.  

Cioè, vuoi dire che una città deve essere cristallizzata a come fu, senza cogliere spunti dall’evoluzione intercorsa in cento anni, per esempio nel senso di un verde che non sia più mero decoro estetico ma anche fruibile alle persone, per di più ora in periodo pandemico, quando cerchiamo spazi ampi e verdi da vivere in ogni stagione?

Come un quadro”, e disse anche qualcosa del tipo “La classica foto di Genova in cartolina”. Non suona anche a voi come l’ambiziosa pretesa di rendere imperitura e bloccata per sempre un’istantanea di una Genova che fu e più non può e non deve essere? Altro che “Genova Meravigliosa”, qui si parla di “Genova Natura Morta”…

Sulla retorica della Genova regina del mare – cosa anche vera, sì, ma mezzo millennio fa, ripetiamolo insieme: mez-zo-mil-len-nio-fa – si è aperta anche una mostra che sta per chiudere i battenti proprio in questi giorni. Si vuol far echeggiare una Genova di grandeur, quando dai nostri moli salpavano sulle navi Ernest Hemingway e – beh, forse i non proprio equiparabili intellettualmente seppur certamente altrettanto “divi”- Liz Taylor e Richard Burton, la principessa Soraya, Alberto Sordi e Carlo Verdone, Anthony Quinn, John Ford e persino Walt Disney.

Una carrellata di tutto rispetto, eccome. Ma non suona più come, sia concesso, le accozzaglie di star che si mettono del cast di un film per farlo vendere? Anche perché il titolo della mostra è “Visioni e bellezza sulle rotte transatlantiche. La grande manifattura italiana nei transatlantici”: “e che c’azzecca?” direbbe quello.

Una mostra di foto bellissime, nessuno può metterlo in dubbio. Ma che finalità, che pensiero c’era dietro?

Genova che fu
Casa di Colombo, Genova. Foto di Jose Antonio 

Il più recente caso di ammantamento di patina storica su qualcosa che storico non è…No, non è Genova Jeans, di questo ne parliamo tra poco, ora invece ci si riferisce alla cosiddetta – o meglio,  impropriamente detta – “casa di Colombo”.

Questa struttura in Piazza Dante, nota a tutti i genovesi, nonché ai turisti per i quali da qui le guide partono o qui finiscono non di rado i propri percorsi per la città, può ben essere appellata così, e che problema c’è? Anche dire “deffe” va benissimo e lo facciamo un po’ tutti, o in Albaro una volta si diceva “piazza Leo L’Altra” per indicare via Antioco Deiana accanto alla vera piazza Leonardo Da Vinci.

Altra cosa, però, sarebbe pretendere di modificare nell’intitolazione (fissa e toponomastica) il nome di un posto solo perché “si usa indicarlo così” pretendendo di investirlo di un valore storico che non avrebbe e non ha alcun fondamento reale. 

E tutto ciò non sarebbe e non è nemmeno giustificabile dicendo che “la richiesta di visita dei luoghi colombiani è sempre forte ed oggi in aumento”! Perché allora non “riscoprire” anche “la sauna di Colombo”, “l’automobile di Colombo”, “la play-station di Colombo”?! Ah, non le ha mai avute? Ah, Colombo è nato vissuto e morto quattrocentocinquanta anni prima dell’avvento di auto, videogiochi e una qualche abitudinarietà dell’igiene personale? E chi se ne frega! E prendiamogli un po’ di soldi a sti turisti foresti! E fregiamoci di titoli e meriti che non abbiamo, tanto per darci un tono, per farci su della buona retorica!

E che peccato, che umiliazione per il bel porticato del chiostro di Sant’Andrea (non originario del posto però: costruito tra il 1158 e il 1294, venne ivi collocato nel 1922), essere sempre indicato come “la cosa di fianco alla casa di Colombo”.

Perché invece non pensare, sempre cogliendo l’opportunità data dalla Columbus-mania (all’inglese perché pare la abbiano più gli statunitensi e gli stranieri che gli autoctoni), di valorizzare gli studi – quelli fondati, eccome –, le ricerche, i saggi svolti su Cristoforo Colombo e su coloro che col proprio contributo appunto furono primi vessilli del suo nome e riuscirono a ridarvi lustro, per esempio citando le Colombiadi del 1992, volano per l’Acquario ed il Porto Antico (Dalle Americhe al Porto Antico. Dalle Caravelle all’Expo di Genova).

Fu proprio un genovese di primo spicco nella classe dirigente politica italiana a fregiarsi di questo merito: Paolo Emilio Taviani. E an passant non si può non ricordare che fu proprio la voce di Taviani quella che diede l’annuncio della Liberazione di Genova il 26 aprile 1945 dalla stazione radio sulle alture di Granarolo: 

Popolo genovese esulta. L’insurrezione, la tua insurrezione, è vinta. Per la prima volta nel corso di questa guerra, un corpo d’esercito agguerrito e ancora bene armato si è arreso dinanzi a un popolo. Genova è libera. Viva il popolo genovese, viva l’Italia.

E visto che siamo in tema: come mai non si riesce ancora, nemmeno ora che a governare sarebbe “la coalizione dei moderati”, a dedicare momenti ed eventi in memoria del “primo partigiano d’Italia”, Aldo Gastaldi detto “Bisagno”?! A lui è intitolata una trafficatissima arteria del levante Genovese, eppure sfido a trovare più di dieci persone tra quelle che la percorrono quotidianamente a dire più di tre parole su una delle figure genovesi più importanti per la Resistenza a livello cittadino, e solo per sventura personale (morì in una vicenda poco chiara pochi giorni dopo la Liberazione, il 21 maggio 1945) non di primo piano nazionale.

Ma veniamo sì a Genova Jeans: come non potremmo?!

Nasce la via del jeans, vogliamo fare come gli inglesi a Carnaby Street quaranta anni fa

Sono le parole di Manuela Arata, ripetute da assessori comunali e politici per “vendere” questa brillante iniziativa assolutamente “made in Zena”.

Oltre alle tante polemiche già emerse, ma non vi suona strano quel “Carnaby Street”? Cosa può dire “Carnaby Street” a chi ha trenta, venti, quindici anni? Potrebbe se mai essere un riferimento culturale evocativo e chiaro per chi di anni ne ha…cinquanta, sessanta, settanta. Ecco, questo è ben rivelativo, dice molto, non trovate?

“Dimmi che hai individuato un target senza dirmi che hai individuato un target”.

Questa iniziativa, più o meno consapevolmente, poteva essere appetibile non certo per chi, intuitivamente, i jeans li veste ogni giorno, cioè “i giovani”, ma per chi se mai li ha vestiti una volta in gioventù. Non suona del tutto strano?
Eppure forse tutto torna, il cerchio si chiude.

Genova jeans
Questi sono indicati come “i blue jeans di Giuseppe Garibaldi”, custoditi oggi nel Museo del Risorgimento dentro il Complesso del Vittoriano a Roma, tra via Fori Imperiali e Piazza Venezia. Fonte vittoriano.beniculturali.it

Anche quella del “blue jeans” genovese infatti è qualcosa a metà tra la leggenda, il mito, i racconti romanzati e l’auspicio nostalgico di un passato che forse davvero mai è stato (più che “di” Genova, sarebbe corretto dire jeans “da” Genova).

Eppure, ancora una volta, la retorica, la narrazione bucciana ha voluto e preteso affermarla come verità storica, fondativa della città, come background ideale e culturale per un proprio elettorato, da consolidare e rassicurare:

“se hai avuto un passato di tali fasti, io potrò assicurarti un futuro almeno eguale”, questo il messaggio non detto ma latente.

E questa scelta (in)consapevole e (non)dichiarata di target è la prova del nove della volontà di non invertire il flusso migratorio da Genova verso “fuori”, perché l’elettorato potenziale non è quello delle fasce d’età più giovani, ma di chi, per scelta o meno, a genova vive e resta da sempre.

A costituire l’immaginario di riferimento ed evocazione della narrazione di Bucci sono la Genova del siecle d’or, dei tempi della Repubblica Marinara, delle crociate, della Grande Genova, o al massimo le Grandi Città (e degli Stati: Ronald Reagan disse “Let’s Make America Great Again per primo, mica Trump…anch’egli rievocatore di uno scenario che fu, più che ideatore di uno nuovo) del Mondo di trenta-quarant’anni fa.

Prendiamone atto, forza, è tempo ormai: è così.

Ed allora è proprio giunto il momento di smetterla di (solamente) criticare ed opporsi a questa retorica impolverata e da natura morta con una retorica del tutto diversa. Non opposta, diversa, alternativa. Una narrazione va costruita, che sappia disegnare con ottimismo e slancio verso il futuro la città che verrà. Basta con questa retorica rassicurante e nostalgica dei fasti del passato, basta con questa “politica da fischietto per cani”. 

Avanti con una nuova narrazione, dei luoghi di oggi e delle vite di domani, dei territori così come oggi e come li potremmo immaginare domani, e non come sono stati (forse e nel migliore dei casi, perché talvolta nemmeno lo sono stati per davvero) nei tempi che furono.

Una narrazione orgogliosa della città che Genova può essere domani, tra 5, tra 10, tra vent’anni, e non come è stata 100, 200, 500 anni fa.

Solo la speranza di un futuro migliore può vincere la tendenza ad aggrapparsi ai fasti del passato, del tutto rassicuranti ma che ci fanno chiudere al sicuro nelle caverne, nella comfort zone. Solo la Speranza può e sa divampare unendo e smuovendo i cuori verso un avvenire davvero avanguardista.

Immagine di copertina:
Foto di Giacomo Vallarino 


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