Pride

Non c’è Giugno senza Pride

Il primo Pride fu una rivolta. Da quel giorno è nata una manifestazione che diffonde forza e coraggio e permette a tutte le persone di scendere in piazza per rivendicare il proprio diritto ad amare.

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Giugno è il mese del Pride. Il mese in cui le strade vengono riempite di vita, musica e di colori per promuovere e dare visibilità ai movimenti che difendono i diritti della comunità LGBTQ+.

Nonostante oggi il Pride sia per lo più un mese di festa, le sue origini sono da ricercare negli scontri di Stonewall del 1969. Le irruzioni da parte delle autorità all’interno dello Stonewall Inn – uno dei locali di riferimento per la comunità LGBT di New York – erano frequenti, così come le violenze e le aggressioni nei confronti dei giovani transgender ed omosessuali che lavoravano nelle strade del quartiere.

Dopo l’ennesima retata da parte della polizia all’interno del locale, le persone presenti hanno deciso di ribellarsi ed opporre resistenza. A partire dal 28 Giugno, e per i successivi sei giorni, le strade del Greenwhich Village sono state teatro di violenti scontri tra questi giovani e la polizia. Da quegli scontri è poi nato il movimento di liberazione per i diritti della comunità LGBT e a partire dal Giugno 1970 è nato il Pride.  

Nonostante siano passati ormai cinquant’anni dal primo Pride, pare che la legittimità di questa manifestazione venga ancora messa in discussione. Se la legge Cirinnà dal 2016 ha introdotto le unioni civili tra persone dello stesso sesso, i diritti effettivamente concessi alla comunità LGBTQ+ nel nostro paese sono ben lontani dall’essere pienamente riconosciuti.

Il riconoscimento della genitorialità, la discriminazione sul lavoro e le aggressioni, sono solo alcune delle questioni che emergono nella nostra società. In Italia, una delle cause principali di queste discriminazioni è la mancanza di un’educazione alla diversità. Stiamo parlando di un paese in cui le sentinelle in piedi fino a pochi anni fa occupavano le piazze per difendere la loro libertà di espressione e la famiglia tradizionale. Ossia per difendere la loro libertà di dare del “frocio” al prossimo o di sostenere che un bambino con due mamme o due papà debba crescere necessariamente con problemi cognitivi. 

L’educazione alla diversità diventa quindi il principale requisito per permette la sconfitta e il superamento del pregiudizio e la comprensione della diversità stessa.

In molti casi la confusione nella mente di coloro che si rifiutano a prescindere di tentare di comprendere, o anche solo di scoprire, cosa significa essere LGBTQ+, assume toni grotteschi ed imbarazzanti.

Basti pensare a coloro che vedono nell’educazione di genere un tentativo di educare i nostri giovani pargoli alla sodomia e alla perversione.

O a quelli che continuano a sostenere che sia meglio avere un padre e una madre fascisti, piuttosto che due madri lesbiche.

O ancora – e loro sono i vincitori indiscussi –  quelli che sostengono che essere gay, lesbica, trans o bisex sia ormai diventato una moda. 

Come per il razzismo dunque, per trovare esempi di discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e di genere, non serve andare troppo lontano. Almeno un lato positivo di questo 2020 e della pandemia c’è stato.

Pensate ad esempio, se il nostro sindaco si fosse nuovamente trovato nella difficile posizione di decidere se concedere o meno il patrocinio del comune al Liguria Pride. Una decisione veramente complessa, considerato che il Pride, come il 25 Aprile, è da considerarsi una delle feste più divisive del nostro tempo. Una festa che difficilmente riesce a mettere d’accordo tutti quanti e che è ben distante dalle manifestazioni tranquille e pacifiche di quegli angeli di CasaPound.

Vi ricordate la pacifica manifestazione del 23 maggio 2019? Quando Piazza Marsala e le vie vicine sono state completamente blindate per permette a quattro fascisti di tenere un comizio? La giornata si concluse con forti cariche della polizia contro i manifestanti antifascisti radunati in Piazza Corvetto. Nulla di nuovo insomma. 

Pride
“Queer & Proud” – Pride parade in Geneva (Switzerland), July 2019.
Foto di Delia Giandeini

Una delle critiche più divertenti che viene poi rivolta al Pride è che sarebbe da considerarsi una manifestazione frivola, fatta soltanto di glitter e parrucche colorate, con drag queen e uomini travestiti da Village People. Pertanto è da considerarsi provocatoria, esagerata e deviata.

E di nuovo ci troviamo di fronte al pregiudizio per cui l’equazione sempre valida è Gay = Frocio = Checca = Glitter & YMCA. E qui parlo solo di gay perché normalmente la mente delle persone che fanno questo tipo di affermazioni si limita a contemplare soltanto la possibilità eventuale dell’esistenza dei gay perché lesbiche, bisex e transgender pussa via di cosa stiamo parlando.

Guardando i dati dell’European LGBTI Survey del 2020 la realtà è piuttosto lontana da quella di questa narrazione.

Il 62% degli intervistati dichiara di evitare di tenere la mano in pubblico al proprio partner. Mentre il 53% risponde di essere raramente o quasi mai aperto rispetto al proprio orientamento sessuale, percentuale che si alza tra i più giovani. Quindi, tanto per essere chiari, non viviamo esattamente all’interno di una società in cui a queste persone è permesso andare tutti i giorni in ufficio vestiti da Frank-N-Furter. A malapena puoi tenerti per mano, rischiando comunque di farti insultare o pestare dal primo omofobo che ti passa accanto. 

Negli ultimi mesi ho vissuto in Danimarca e prima sono stata un anno a Bologna. E’ inutile descrivere l’abisso tra queste città e Genova, specialmente per quanto riguarda il loro rapporto con il mondo LGBTQ+. Quando sono arrivata a Bologna quasi mi sono stupita di vedere così tante coppie che liberamente si baciavano e si tenevano per mano in strada. E mi ha stupito perché sono stata abituata a crescere in un immaginario in cui la diversità non esiste o comunque va repressa e limitata. Dove l’essere bigotti batte l’essere innamorati e dove è il professore omofobo che deve insegnarti cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è “normale” e cosa non lo è.

Ovviamente non si può pensare che i diritti si possano misurare soltanto in relazione alle strette di mano e alla libertà di baciarsi in piazza, ma pensare di vivere in una città in cui sei considerato divisivo e scomodo non aiuta.  

Scendere in piazza durante il Pride significa lottare affinchè questi stereotipi e queste discriminazioni vengano finalmente superate. Dare visibilità alla comunità e al movimento LGBTQ+ significa sostenere i loro diritti vengano riconosciuti e, perché no, significa anche ballare felici per le strade della propria città, con o senza il patrocinio del comune.


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Immagine di copertina:
Mercedes Mehling


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Anima in pena e girovaga. Genovese di nascita e di indole, studia a Bologna Relazioni Internazionali e cerca di sfuggire alla noia mangiando e stando all’aria aperta. E’ nata nell’epoca sbagliata, ascolta solo cantautori morti e adora le carte e le sagre. Scoprire posti nuovi è la cosa che più la entusiasma.

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