LGBT+ in Palestina

LABIBA | Per un’uguaglianza nella diversità: la comunità LGBT+ in Palestina

La comunità LGBT+ in Palestina si batte per vedere il diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione, applicato a tutti senza distinzione.

160 views
7 min

I have a right to live, to choose, to be free”           

Il principio d’uguaglianza e di non-discriminazione costituisce un elemento fondamentale nella protezione dei diritti umani. È garantito dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo nell’art.14 ed è stato poi rafforzato dal Protocollo nº12, che vieta qualunque forma di discriminazione da parte delle autorità pubbliche per qualunque motivo. 

La discriminazione non passa però soltanto dalle istituzioni, ma è presente anche nella quotidianità, andando a creare un ambiente di vita pieno di ostacoli e limitazioni. Le discriminazioni possono prendere qualsiasi forma e attaccare un qualsiasi aspetto della persona, da quello sessuale all’identità ed espressione di genere, dal colore della pelle all’orientamento religioso. 

Il tema dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere sono tematiche ancora fortemente dibattute in tutti i paesi del mondo e per questo presenti anche all’interno della società palestinese. Quest’ultima è di stampo patriarcale, dove il delitto d’onore è tutt’ora presente e giustificato da buona parte della cittadinanza. Nonostante i progressi fatti su diversi temi di emancipazione, specialmente in Cisgiordania, essere una donna in questi territori non è semplice, ma lo è ancor meno essere parte della comunità LGBT+.

Sebbene le relazioni consensuali tra persone dello stesso sesso non siano criminalizzate in Cisgiordania, l’Autorità Nazionale Palestinese è colpevole di aver commesso violenze nei confronti delle persone facenti parte della comunità LGBT+.

Diverso è il discorso riguardante Gaza, dove la sezione 152 del Codice penale prevede che l’avere rapporti con una persona dello stesso sesso è punibile con la reclusione fino a 10 anni. Amnesty International nel suo ultimo report ha sottolineato come le persone appartenenti alla comunità continuino a essere discriminate all’intero dei Territori Occupati Palestinesi e di come queste si trovino senza alcun tipo di protezione da parte delle proprie istituzioni. 

Molti vengono discriminati e perseguitati e sono persino accusati di essere dei collaborazionisti di Israele.

Principio di non respingimento

Questa condizione di violenza e discriminazione purtroppo non è nuova: di fatto chi subisce persecuzioni cerca rifugio in Israele trovandosi costretto ad entrare illegalmente all’interno del paese.

Secondo il diritto internazionale, per quanto concerne l’accoglienza di rifugiati che dichiarano di essere perseguiti nel proprio paese anche a causa del loro orientamento sessuale, si applica il principio di non-refoulement, ovvero il principio di non respingimento.

Tale principio prevede il divieto da parte dello Stato d’accoglienza di espellere, deportare o trasferire una persona verso un territorio in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciati. Pertanto, il rifiuto di Israele di considerare le richieste di asilo da parte dei palestinesi appartenenti alla comunità LGBT+ viola la regola generale del diritto internazionale.

Ciò è stato anche stabilito dalla Corte Suprema Israeliana.

Sebbene la tematica sia stata trattata come argomento tabù per molti anni, quello che un tempo era considerato un argomento ostile sta invece portando a un cambiamento della scena politica palestinese, costringendo le autorità a prendere una posizione. Intanto la società civile ha già risposto con diverse organizzazioni sia palestinesi che israeliane che si occupano di proteggere le persone della comunità LGBT+ senza discriminarne la provenienza. 

alQaws e Aswat

Nel 2001 è nata a Gerusalemme Est alQaws, organizzazione palestinese leader per la protezione e sostegno della comunità LGBT+. La quale ha organizzato nel 2019 ad Haifa la prima storica manifestazione LGBT+ palestinese.

Lo scopo principale di alQaws è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica palestinese all’inclusione e all’abbattimento di tabù, spesso tramite la creazione di una serie di video a scopo esplicativo.

Un’altra organizzazione il cui lavoro di sensibilizzazione è essenziale è Aswat, un movimento composto da donne che lotta per abbattere i limiti patriarcali della società palestinese.

Nella prima pagina si legge “Siamo Palestinesi, Siamo Femministe, Siamo Queer”. 

Nonostante la difficoltà del non riconoscimento da parte delle autorità israeliane, molti palestinesi riescono a scappare in Israele, dove vengono accolti da organizzazioni come The other House, che si occupa di accogliere e sostenere nei primi mesi di difficoltà i giovani e le giovani palestinesi scappati da discriminazioni e violazioni.                                               

In questo clima dove le minoranze sono e vivono in una doppia persecuzione – del diritto alla vita e al movimento come palestinesi in territorio occupato, del diritto alla propria identità di genere e sessuale come minoranza in Palestina – diverse voci si sono elevante esprimendo dissenso.

Hanan Ashrawi, una delle figure più rappresentative e indipendenti della dirigenza palestinese, ha preso posizione contro la decisione del ANP di mettere al bando le attività del gruppo alQaws, affermando:

‘’No, non sono d’accordo. Non stiamo combattendo l’occupazione israeliana rivendicando il nostro legittimo diritto a uno Stato indipendente per veder poi realizzato un regime che non garantisce i diritti delle minoranze. E questo vale in ogni ambito, anche nella sfera sessuale. Ed è per questo che giudico negativamente la decisione assunta dall’Autorità Nazionale Palestinese.’’

Autorə:
Carolina Lambiase e Lamia Yasin 

Immagine di copertina:
Foto di Teddy Österblom


Scrivi all’Autorə

Vuoi contattare l’Autorə per parlare dell’articolo?
Clicca sul pulsante qui a destra.
Oppure scrivi un commento nel form qui sotto.


Labiba vuole essere un ponte tra chi vive e chi ascolta. Racconta la Palestina attraverso le storie e la ricchezza dei luoghi. Labiba è un luogo sicuramente lontano ma esiste e, non è solo occupazione militare del suolo, ma anche land grabbing, water grabbing, sfruttamento delle risorse e dei lavoratori.

Articolo Precedente

Genova si prepara per il ventennale del G8 2001

Prossimo Articolo

FestivArt, l’insospettabile laboratorio di street art a lavagna

Ultimi Articoli in Medium

Io Sono Alice, e Tu?

Il podcast del Centro Antiviolenza Mascherona che intende sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne.