Arte urbana

La voce universale dell’arte urbana di Genova: ammirare e soprattutto ascoltare

L’arte di Genova è anche per strada, all’aperto. Piazze, edifici, architetture e saracinesche si colorano. È una Genova che parla a tutti e che merita la nostra attenzione.

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Genova, arte pubblica, arte urbana, street artists: facciamo il punto della situazione? Negli ultimi anni numerosi interventi hanno colorato la città; d’altronde, più di altri linguaggi e di altre espressioni creative, l’arte cosiddetta “di strada” intercetta e registra i suoi umori, le sue strategie di sopravvivenza, le sue richieste d’aiuto, le sue necessità, il suo potenziale.

Scesa da qualsiasi tipo di “piedistallo” e uscita dalle cornici e dalle vetrine tradizionali, instaura un dialogo diretto e non mediato con la fruizione, incontra il tessuto sociale, si confonde con la vita quotidiana accompagnandoci lungo le sue zone di luce e le sue linee d’ombra.

Ha anche il potere di richiamare l’attenzione, di evidenziare, di illuminare e contrastare i fenomeni diffusi dell’abbandono e dell’indifferenza, di creare senso comunitario.

Non è poca cosa e non è quindi un caso che l’arte urbana venga sovente chiamata a riqualificare aree difficili o spazi periferici a rischio degrado. Inoltre, in strada, l’arte assume un dirompente ruolo comunicativo; si pensi, a tal proposito, all’impatto e alla capacità di orientare il pensiero politico che ha avuto l’operazione dell’artista Obey nei mesi della campagna elettorale di Barack Obama.

Nel 2008 il manifesto Hope raffigurante l’immagine stilizzata del futuro presidente in quadricromia, tappezzava i muri delle città statunitensi, diventando una vera e propria bandiera propagandistica, un’icona. E proprio in questi giorni Genova ospita una attualissima -per temi e messaggi- mostra dell’artista, Obey fidelity. The art of Shepard Fairey, visitabile fino al 1 novembre. Un’esposizione di grande interesse, che restituisce ai luoghi tradizionalmente deputati alla divulgazione artistica, opere nate per stare in mezzo alle persone, negli spazi vissuti, magari anche distrattamente percorsi.

I manifesti di Obey, attraverso una marcata ricerca visiva che strizza un occhio consapevole a diverse esperienze antecedenti (la Pop Art, il Futurismo di inizio ‘900, i murales latino americani e quelli del nostrano Sironi…), affrontano in modo tanto sintetico quanto profondo e incisivo, i grandi temi d’attualità, che son d’altronde in molti casi senza tempo: dall’ambiente, alla questione di genere, dall’importanza della cultura alle utopie sociali, dai valori di giustizia e solidarietà, alla lotta per i diritti degli afroamericani fino al riconoscente omaggio rivolto al personale sanitario in lotta contro il Covid 19.

La bellissima Angel of Hope and Strength è infatti un’infermiera alata che porta una fiaccola di speranza ai tempi della pandemia e l’opera, realizzata in pieno lockdown, è acquistabile formato maglietta (i ricavi delle vendite verranno donati anche alla Croce Rossa Italiana).

Obey è insomma un artista impegnato, militante, capace di registrare il sentire delle strade che percorre e delle comunità che quelle strade le abitano, per tradurle in uno stile molto chiaro, impattante e riconoscibile. Contrasti forti e innaturali, tinte accese, vibranti e dense, ombre nette, sfondi generalmente piatti o riempiti con pattern geometrici e decorativi…la sua arte, come quella di molti altri artisti di strada, nasce per l’incontro informale e quasi casuale con il suo pubblico; un pubblico non istituzionalizzato, libero dagli schemi delle visite propri dei meccanismi museali e galleristici.

Questo in origine: meriterebbe poi un’ulteriore riflessione quel passaggio che, a seguito dell’immediato e larghissimo consenso, lo conduce alla musealizzazione.

Ha senso? È un processo inevitabile? La questione resta aperta

La mostra di Obey arriva a Palazzo Ducale subito dopo quella di un’altra grande star del panorama artistico internazionale: Banksy. Che piaccia o no, che lo si consideri più o meno sopravvalutato o più o meno vittima dello stesso sistema che fin dagli albori ha intelligentemente saputo criticare, il misterioso street artist è senza dubbio capace di muovere importanti riflessioni sulla realtà che ci circonda e denunciare le ingiustizie che governano il mondo. Ma Banksy è anche -e forse soprattutto- in grado di scegliere attentamente il suo spazio d’azione e il tempo della sua voce.  Nel posto giusto al momento giusto, verrebbe da dire.

Questo aldilà della sua personale e caratteristica cifra stilistica che richiama decine di emuli in giro per il mondo (anche se è bene notare come il suo linguaggio si stia di recente muovendo nella direzione dell’azione-processo).

E sempre al Ducale, solo qualche giorno fa, è giunto in visita un altro importante nome della scena contemporanea, noto per il suo modo poetico e intensamente espressivo di raffigurare in giro per il globo gli umili, gli ultimi, gli emarginati, le persone comuni, gli anonimi. Scegliendo angoli inattesi delle città che visita, Christian Guémy, conosciuto come C215, viene dalla Francia e nei giorni scorsi ha realizzato qua e là diversi lavori di stencil art anche a Genova, come ha prontamente segnalato sui suoi profili social senza però dare indicazioni precise sulla loro collocazione. Divertitevi a scovarli, allora. Potreste individuare anche il suo Amore ai tempi del Coronavirus, in cui una coppia si bacia indossando le mascherine anti-contagio. 

Amore ai tempi del coronavirus di C215, centro storico. Foto di Amina A. - Arte urbana
Amore ai tempi del coronavirus di C215, centro storico. Foto di Amina A.

In Italia, fino a non molti anni fa, si pensava agli interventi sui muri di writer e graffitisti come ad atti vandalici, comuni negli spazi “underground” dei sottopassaggi delle metro, delle vecchie stazioni, delle aree disagiate e delle periferie.

È chiaro come negli ultimi tempi l’arte di strada abbia assunto anche un ruolo sostanzialmente opposto e, sempre più di frequente, istituzioni, comuni, comitati di quartiere, commissionano veri e propri progetti di arte pubblica che della street art fanno tesoro, volti a riqualificare e rigenerare intere aree.

Da atto “illegale” ad azione istituzionalizzata, permessa ed anzi richiesta

Curioso, vero? Sono proprio i progetti di arte urbana a vincere importanti bandi nazionali e internazionali: chiamati a contrastare o denunciare situazioni di degrado e abbandono, questi prevedono spesso l’intervento di muralisti, stencil artists e via dicendo. Nulla di troppo sorprendente se pensiamo che sui muri l’uomo opera fin dall’antichità, a scopo sia decorativo sia comunicativo.

Ma torniamo alle strade colorate di Genova che poco hanno da invidiare a quelle delle grandi metropoli europee: impossibile non citare il corposo e ambizioso progetto PAGE Public Art Genoa. Tra le proposte offerte al cuore della città merita menzione “Di.segni In.versi”: iniziativa di riqualificazione delle saracinesche di associazioni, esercizi commerciali e realtà di vario tipo situate in centro storico. Via Prè, il Ghetto e Via della Maddalena…quando abbassate, le saracinesche offrono all’attenzione dei passanti le parole dei poeti urbani e la narrazione di chi, oltre la porta, conduce la propria attività. Sorta di biblioteca a cielo aperto, quindi, ma anche trasmissione di vita, passaggio di pensieri proposto a chiunque disponga lo sguardo alla curiosità.

Saracinesca dal progetto “Di.segni In.Versi” in Via della Maddalena. Foto di Amina A.- Arte urbana
Saracinesca dal progetto “Di.segni In.Versi” in Via della Maddalena. Foto di Amina A.

Sempre a PAGE Public Art Genoa e all’Associazione Linkinart si deve “Walk The Line”, progetto patrocinato dal Comune e ancora in divenire. Strada Aldo Moro, comunemente conosciuta come la Sopraelevata, ha acquisito un nuovo valore, diverso da quello puramente funzionale, da quando i suoi piloni sono decorati lungo tutta la loro altezza.

Si tratta della più estesa iniziativa di arte pubblica in Liguria e suggerisce un inedito “tour turistico” di ben 3 km costeggiando il Porto. Una volta portato a termine il progetto, saranno ben 100 i piloni da ammirare. Tra i lavori più recenti la decorazione del ventitreesimo, il numero 134, firmata da Chekos’Art: un’opera dedicata alla solidarietà umana intesa come valore imprescindibile della società e finanziata dalla Comunità di San Benedetto al Porto. Impossibile sfugga a chiunque decida di farsi un giro al Porto Antico.

Il messaggio, chiarissimo e dichiarato, è l’invito a restare umani e a intendere la multietnicità come un’occasione positiva e una ricchezza anziché come fattore di tensione sociale. Ispirata da una foto scattata alla figlia di un amico intenta a disegnare con dei gessetti, ecco l’immagine di una bimba di spalle che raffigura un sorridente sole stilizzato, a rimarcare la speranza spontanea e la naturale innocenza dell’età infantile. In cima la scritta “Restiamo Umani”.

L’altro lato del pilone è stato realizzato con la collaborazione dell’artista Ruralgraff: solo in apparenza immagine banale, una mano nera e una mano bianca si stringono. Ma è la mano nera, diversamente da quanto avviene nella narrazione più comune, a tendersi verso quella bianca, tirandola sù dal mare di indifferenza nel quale la società occidentale rischia di naufragare.

Si ribalta così lo stereotipo di un occidente salvifico? Sopra si legge “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”, il messaggio di Don Andrea Gallo, un invito a non escludere nessuno e alla pratica della solidarietà.

Checkos’Art, attivamente impegnato nella periferia leccese per la creazione di momenti di aggregazione, inclusione, promozione culturale e partecipazione attiva con il progetto 167/B Street, a Genova ha realizzato un altro lavoro: il grosso murales in corso De Stefanis, a Marassi, in omaggio ai membri della band Ex-Otago che nel quartiere sono cresciuti e che allo stesso hanno dedicato il titolo di un album. “Io mi stupisco sempre”, il verso di uno dei loro pezzi, affianca i volti dei cinque componenti del gruppo.

Torniamo nei vicoli di Genova

Albert Einstein dichiarava che la creatività non è altro che un’intelligenza che si diverte ed è divertita e divertente al contempo l’opera dello street artist genovese e poco più che trent’enne STEVO.

Il suo topo, chiaro rimando a quello ormai iconico di Banksy, popola gli angoli del centro storico, suscitando sorrisi e curiosità nei passanti. L’artista crea un intelligente ponte tra il linguaggio contemporaneo dell’arte di strada per immagini-tipo accompagnate da brevi formule formato slogan e il dialetto genovese. E così, disseminati nei carruggi, i ratti-stencil di STEVO parlano una lingua che le nuove generazioni conoscono e praticano poco ma che probabilmente hanno dentro le orecchie quando si tratta dei più resistenti modi di dire: “semmo inta bratta”, “sciûsciâ e sciorbî no se pêu”, “pìn de musse”, “desbelinati”, “me tasto se ghe son”, “battu ù belìn n’sci scheuggi”.

Me tasto se ghe son di STEVO in Vico Biscotti. Foto di Amina Gaia A.- Arte urbana
Me tasto se ghe son di STEVO in Vico Biscotti. Foto di Amina A.

L’artista ha di recente promosso anche una divertente “caccia al topo” in cambio di premi, spingendo così le persone a scoprire o riscoprire le zone meno battute del cuore storico della città.

Nei vicoli, oltre ai topi di STEVO e ai messaggi salvifici o ecologici -composti come avvisi in rima- della nostrana Melina Riccio, meritano attenzione anche altre saracinesche abbassate; camminando lungo Via San Bernardo si incontrano, tra le altre, quelle con le bellissime riproduzioni o rivisitazioni di celeberrime opere d’arte: Edward Hopper ma anche Van Gogh. Sono state realizzate da un gruppo di writer genovesi, la Bds crew (“Banda degli scoppiati”). Una street art simpatica e paradossale, la loro: hanno atteso di avere il permesso, infatti, prima di operare e si sono confrontati con le richieste dei negozianti. Risultato? una pinacoteca godibilissima in estate, in tempo di ferie o nei giorni di festa, per una fruizione che sfugge agli obblighi degli spazi chiusi e alle pressioni imposte dal distanziamento sociale. 

Confische alla mafia

Sempre nei caruggi un’altra iniziativa artistica ha trasformato le anonime saracinesche dei beni confiscati alla Mafia in “quadri” che promuovono consapevolezza tra i cittadini.

“Un bene confiscato apre alla bellezza” recita uno dei lavori.

La “Confisca Canfarotta”, conclusasi nel 2014, conta ben 96 beni a Genova, 69 concentrati nel centro storico e in particolare nel sestiere della Maddalena, da anni luogo privilegiato di attività illegali quali spaccio e prostituzione in pieno giorno.

In un tessuto sociale già debilitato, seppur ricchissimo di risorse, ha messo solide radici un ramo del clan dei Canfarotta, di origine palermitana, in particolare affittando appartamenti a prezzi molto alti a prostitute e stranieri irregolari. Una volta sequestrati i beni, non è stato semplice riassegnarli per il gran numero di persone da allontanare e per tutta una serie di complicazioni burocratiche che hanno rallentato quando non frenato le procedure di sgombero.

Nel 2017 il Comune di Genova ha acquisito la proprietà di 11 immobili: di questi, uno è diventato l’aula-studio gestita dall’Associazione Pas à pas, dove si tengono corsi gratuiti di lingua per gli stranieri in virtù di un più forte percorso di inclusione degli stessi. Nel 2019, però, lo scandalo nazionale: decine di inquilini continuano a pagare un regolare affitto allo Stato, nonostante il sequestro degli appartamenti. Tra questi anche diverse prostitute, che in tali spazi esercitano la loro professione. Nella primavera dello stesso anno viene così accelerato il processo di riassegnazione e il Comune indice un bando pubblico per gli 81 beni rimasti. Di fatto, almeno sulla carta, 44 immobili attendono di essere riutilizzati per le funzioni più varie: dal social housing fino alla ciclofficina, passando per un info point della Gigi Ghirotti e la sede di una web radio

La questione, che potrebbe a breve prendere la giusta piega, è di estremo interesse, anche se le istituzioni sembrano averla a lungo ritenuta marginale e la maggior parte dei cittadini semplicemente la ignora. Eppure, la “Confisca Canfarotta” è una tra le più grandi avvenute nel Nord Italia e porta con sé una serie di conseguenze importanti su piano legale, urbanistico e soprattutto sociale.

Già nel 2016 il Cantiere per la Legalità Responsabile (rete di associazioni a promozione sociale, cooperative ed esercenti operativi in centro storico), ha pensato di rendere “parlanti” le saracinesche degli immobili confiscati, proprio allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema e lanciare un messaggio comune:

un bene confiscato alla mafia ha un valore aggiunto per la storia di lotta all’illegalità che porta con sé e per l’opportunità di trasformazione che promette.

Oggi le saracinesche dipinte si snodano lungo un vero e proprio percorso, coerente e suggerito da ciascuna di esse attraverso l’indicazione della tappa successiva. Cercarle è insomma un modo alternativo di muoversi nel tessuto urbano genovese, di riscoprire messaggi di legalità, speranze e potenzialità per il futuro. E allora scovatele in Vico delle Vigne, Vico delle Mele, Vico del Duca, Via della Maddalena e negli immediati dintorni. Spingetevi in Vico della Rosa, dove troverete un dipinto murale dedicato a Peppino Impastato, uno dei simboli dell’antimafia, ucciso a Cinisi da Cosa nostra il 9 maggio 1978. Peppino è rappresentato come fosse affacciato alla finestra, proprio presso uno dei bassi abbandonati. Accanto a lui una sua frase:

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà

PEPPINO IMPASTATO

Ma si diceva all’inizio che interventi di arte pubblica vengono commissionati anche con precisi fini di riqualificazione di spazi comuni. “Link the Bound”, terminato nel giugno 2019 in Piazzetta Piero De Luca (Giardini del Molo) nello storico quartiere del Molo, è un progetto di rigenerazione urbana, vincitore nel 2018 del “Premio CREATIVE LIVING LAB” indetto via bando dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane (DGAAP) del Mibac (Ministero per i beni e le attività culturali).

L’iniziativa si propone di finanziare progetti innovativi di rivitalizzazione di aree e edifici abbandonati o dismessi e zone di verde non curato. Con capofila l’Associazione Il Ce.sto e la collaborazione dell’Associazione Camposaz, della già citata Linkinart e del gruppo informale di professionisti AGO architects, “Link the Bound” ha generato nuove opportunità aggregative nel quartiere, contrastando il degrado e allontanando il rischio abbandono. La partecipazione degli abitanti della zona è stata fondamentale in tutte le fasi del progetto: attivamente coinvolti, questi hanno messo in campo azioni collettive, discusso proposte, incentivato lo spirito di collaborazione, riscoperto il piacere della socialità e della convivialità intorno alla riprogettazione di un bene comune e condiviso.

Oggi il volto dei giardini è trasformato, la piazza è accessibile e fruibile in sicurezza. Il bellissimo murales realizzato dall’artista RAME13 la impreziosisce non solo su un piano artistico-estetico ma anche dal punto di vista storico-identitario, omaggiando la Genova marittima e portuale e la gente di mare. E uomo di mare era anche Piero De Luca, cui la piazza è intitolata, deceduto nel 1996 sulla nave gasiera Snam Portovenere a causa di un terribile incidente e nell’eroico tentativo di salvare i compagni rimasti intrappolati. 

Murales per i Giardini del Molo, di RAME13. Foto di Amina A.- Arte urbana
Murales per i Giardini del Molo, di RAME13. Foto di Amina A.

Certosa On The Wall

Spostandosi in periferia: la faccia del ragionier Fantozzi che tanto ci fa ridere, “maschera” di un intero paese (di un intero popolo?), ci guarda con aria seria e impotente al contempo, gigantesca lungo l’alto l’edificio che gli fa da supporto.

Siamo a Certosa, in Valpolcevera, lo storico polmone industriale di Genova da anni trascurato dalle istituzioni e vittima di una caotica urbanizzazione che ha generato disordine e frammentazione sociale. Un’area resa ancor più isolata e “lontana” dal tragico crollo del suo tetto in cemento armato, il Ponte Morandi, nell’agosto 2018. È dell’estate scorsa il progetto di arte urbana “On The Wall”, promosso dal Comune in collaborazione con Linkinart, che ha visto l’intervento di un gruppo di street artists nazionali e internazionali sulle facciate di diversi stabili della zona.

È così che l’arte di strada si è assunta l’ambizioso compito di restituire un’identità -anche comunitaria- a un quartiere profondamente ferito e dimenticato.

“On The Wall” significa rivalutazione e riqualificazione, ma anche un radicale cambio di prospettiva e un urlato richiamo di attenzione.

I giovani residenti sono stati coinvolti nel progetto, hanno supportato gli artisti e le artiste all’opera, hanno collaborato alle decorazioni di diverse saracinesche. In pochi giorni Certosa si è configurata come una galleria cielo aperto, liberamente fruibile da chiunque. Certo, pensare di renderla attrattiva per il solo tramite dell’arte, senza prima colmare gli importanti vuoti istituzionali e l’attuazione di strategie e politiche di sviluppo sociale e urbanistico, mi pare limitante e rischioso.

Gli impulsi culturali possono rivelare potenzialità, donare impulsi di crescita e stimoli positivi, rinsaldare il senso di comunità locale. Ma è sufficiente?

La riqualificazione artistica deve andare di pari passo all’ideazione di progetti economici mirati, di servizi, di ristrutturazioni urbanistiche e processi di partecipazione dal basso. Solo così si può disegnare un cambiamento. Si ricordi, a tal proposito, che già nella fase di realizzazione di “On the Wall”, Alessio Bevilacqua, capogruppo della Lega in Municipio Valpolcevera, sosteneva una mozione in cui si chiedeva alle istituzioni di rendere Certosa “un punto di riferimento turistico della città, con la creazione di brochure dedicate da distribuire presso gli Uffici IAT del Comune di Genova”, allo scopo di portare lustro al quartiere.

Ma tornando all’aspetto artistico: “On the Wall” ha coinvolto street artists di primissimo piano: l’olandese Zedz ha realizzato un’enorme opera muraria sulla facciata dell’edificio Enel che dà sul Polcevera, al limite della zona rossa, con forme tese e dinamiche che restituiscono le percezioni avvertite in uno spazio in bilico tra tragedia e nuove energie; Ozmo ha reinterpretato l’Amore e Psiche di Antonio Canova, coprendo parzialmente i volti dei due protagonisti con la scritta “this is site specific” per indicare la stretta connessione tra opera-territorio-comunità e muovere una riflessione sul senso stesso dell’arte urbana.

Il rasserenante abbraccio tra i due soggetti letterari è idealmente destinato alla comunità tutta e i volti coperti permettono a ognuno di noi di immedesimarsi, di riflettere in essi la nostra stessa immagine. Suggerisco una ricerca su Instragram attraverso l’hashtag #certosaguardainalto: scoprirete anche la dimensione performativa dell’operazione, con gente riunita ad osservare curiosa i lavori in corso.

E di soli pochi giorni fa è il completamente di un altro imponente murale, sulla facciata dell’edificio BIC. Si tratta della più grande opera muraria pubblica in Liguria e porta la firma di Tellas (all’anagrafe Fabio Schirru). I toni dell’azzurro, del verde e del bianco ricoprono 1400 mq di superficie, in forma di elementi vegetali; rami, foglie, fiori ricordano l’importanza delle politiche e delle cure ambientali in uno spazio che ne è stato largamente privato. Sorta di accesso ideale alla valle da un lato, e al nuovo ponte che sorge poco distante dall’altro, il lavoro di Tellas, realizzato con il supporto di Filse e del Colorificio Tassani (sponsor tecnico), ha un fortissimo impatto visivo nel quartiere-fabbrica e conclude maestosamente la prima fase del progetto inaugurato un anno fa. 

I Luzzati

Al termine del nostro tour, ritorno nel cuore pulsante del centro storico cittadino. Andiamo ai Giardini Luzzati, lo spazio comune per eccellenza, frequentato da persone di ogni età e provenienza: qua la Street Art è arrivata prestissimo, promossa con l’intento di riqualificare un quartiere dal passato difficile e celebrare un viaggio di riuscita rinascita che ha visto svilupparsi in parallelo una serie di progetti di cittadinanza attiva, inclusione, intrattenimento e promozione culturale.

I Luzzati sono oggi un microcosmo felice, presidio di valori umani, un piccolo paradiso aperto che può e anzi deve rappresentare un modello per altre piazze genovesi. Anche qua ha operato il cagliaritano Tellas, per ben due volte: la prima volta ha decorato il muraglione di lato Vico Biscotti, nella piazzetta intitolata a Mauro Rostagno appena sotto la piazza dei Luzzati, con una gigantesca ameba lunga oltre 20 metri su sfondo azzurro.

A Genova il mare c’è, lo sappiamo, ma non sempre lo si vede e lo si percepisce, specie se immersi nei vicoli stretti e bui del centro storico.

Proprio i loro percorsi labirintici ci conducono al mare e al contempo ce lo tengono nascosto, così che non è un’immagine poi tanto banale quella del blu delle acque, della vegetazione dei fondali.

Genova è carruggi, odori acri, passaggi chiusi, palazzi che quasi si toccano, finestre che si guardano in faccia, tetti che lasciano aperte virgole di un cielo che appare lontano. Ma Genova è anche sorprendenti aperture sull’azzurro, marinaio, nave, pescatore, reti, camalli, odore di pesce, rumore di porto, acque scure increspate, alghe e pesciolini che si muovono rapidi appena sotto la superficie.

E insomma nel giugno 2014 Tellas ha portato il mare, anzi l’Oltremare, là dove appunto si sa che c’è, poco distante, ma non lo si avverte.  Con il suo intervento si è scritta anche la prima pagina di Street Art autorizzata all’interno di uno dei centri storici più grandi e antichi d’Europa. Lo si è già evidenziato parlando di Certosa: Tellas è affascinato da una natura viva che si arrampica e si espande sulle pareti e sulle facciate, pretendendo quello spazio che l’uomo le ha tolto; lo spazio della sua pittura è trasformato, così lo è anche la nostra percezione.

Solo un mesetto fa si è concluso il secondo intervento dell’artista, che ha lavorato a un totale rifacimento di quello precedente. Stavolta anche il pavimento viene colorato e l’atmosfera risulta ancora più immersiva, avvolgente e surreale: una piscina, una vasca, un pezzo di mare, all’improvviso, dove proprio non ti aspetti di trovarlo.

Linee bianche e macchie di colore blu e azzurre, capaci di restituire un profondo senso di pace e respiro, di evocare i tuffi e l’aria pulita. Seppur in maniera ancora più sintetizzata, anche stavolta le forme richiamano la natura marina, creando uno scenario di grande suggestione.

Tellas in Piazza Mauro Rostagno, Giardini Luzzati, foto di Amina A.- Arte urbana
Tellas in Piazza Mauro Rostagno, Giardini Luzzati. Foto di Amina A.

Ai Luzzati Tellas è in ottima compagnia: sul retro del Teatro della Tosse, affacciata sui Giardini e su Piazzetta Rostagno, c’è una delle mie opere preferite, La pecora nera (2015) di Zed1, street artist di fama mondiale.

A dare il titolo all’opera è proprio l’unica pecorella nera in basso, che mettendosi di traverso destabilizza l’equilibrio precario del gregge. Ma c’è molto di più nel lavoro di Zed1. Si tratta della sua irriverente reinterpretazione dell’Ubu Re di Alfred Jarry (di lui ho parlato in un altro articolo qui su wall:out – Medusa, Debbie Harry, Patafisica e peli pubici: vi racconto Res Pubica – De occulta Lanugine), padre della patafisica e pioniere del teatro dell’assurdo e del surrealismo.

Lo spettacolo è stato messo in scena anche da Tonino Conte (regia) e da Emanuele Luzzati (scene e costumi) nel 1968, ai tempi della loro prima collaborazione, ed è stato poi variamente ripreso per il Teatro della Tosse. Il Re di Zed1 è una figura surreale e divertente, traballante sul suo improbabile cavallo di legno, sorretto a sua volta da un’assurda piramide di pecore che indossano scarpe appuntite e paiono affaticate dall’enorme sforzo.

La pecora nera, protagonista semi-nascosta dell’opera – ma il vero protagonista è l’effetto che deriva dalla sua azione! -, è l’ostacolo che fa inciampare l’intero gruppo; a ben vedere sembra anche alzare il dito medio e prendersi gioco dell’intera situazione. Colori a contrasto, tonalità sognanti, l’immagine evoca il mondo incantato delle favole, a tratti anche grottesco. Sembra un gioco, ma Zed1 riesce, combinando in maniera inattesa elementi comuni, a muovere una profonda riflessione sul senso del Potere, sulla ribellione, sul rapporto tra individualismo e collettività, sull’essere antisistema.

La pecora nera (dettaglio) di ZeD1, Giardini Luzzati. Foto di Amina A.- Arte urbana
La pecora nera (dettaglio) di ZeD1, Giardini Luzzati. Foto di Amina A.

Teatralità, messa in scena e realtà, tutto insieme, potentissimo. Vi riconoscete nel gregge, nel re o nella pecora nera, figura sovversiva che si muove in direzione contraria rispetto agli altri?

E il messaggio sembra in qualche modo tornare in un altro bellissimo lavoro che guarda in faccia Zed1. Nel febbraio 2020 Fabrizio De André avrebbe compiuto 80 anni. Per festeggiare la voce più onesta e profonda di Genova, l’artista Umberto Cufrini (per il tramite dei Meganoidi e in collaborazione con i Giardini Luzzati e il Ce.Sto) ha realizzato un originale murales-ritratto del cantautore. Sul voltino di Piazza Rostagno, sorta di lunetta contemporanea, ecco affiorare letteralmente il volto di Faber. Quella che a prima vista sembra una riproduzione fedele e bidimensionale dell’artista, si noterà, avvicinandosi, essere invece un’opera materica, composta con perizia tecnica e grande pazienza, accostando tante piccole lettere tridimensionali. Una sorta di bassorilievo, quindi, che però si avvale della tecnica dello stencil.

Questa non è la prima opera che Cufrini realizza per omaggiare icone popolari, ma è il primo lavoro interamente realizzato all’aperto e non in studio, su legno. D’altronde De André è figura perfettamente a suo agio nella realtà dei Luzzati, spazio colorato, vibrante di energie, per tutti (compresi “gli ultimi” cui Faber ha saputo dare voce e dignità), che ama muoversi “in direzione ostinata e contraria”, l’unica possibile, abbracciando le personalità più varie e tenendo sempre accesa l’attenzione sul “diverso”.

Spostare lo sguardo lungo il flusso di lettere che compongono il volto di Faber è una splendida esperienza che può condurre anche a individuare il verso di una sua celebre canzone: “E l’amore ha l’amore come solo argomento…”. Tinte neutre, l’espressività restituita dall’abile gioco di pieni e vuoti e dagli effetti della luce naturale sull’opera che talvolta si legge a malapena se non avvicinandosi, altre volte appare invece nettissima alla prima occhiata, i lineamenti di un viso a lanciare un messaggio chiaro a chi frequenta lo spazio: tutti qui sono i benvenuti, oltre ogni forma di pregiudizio e di intolleranza. La diversità è un valore, una ricchezza da incontrare, da valorizzare e da portare alla luce.

Omaggio a De Andrè, opera materica di Umberto Cufrini in Piazza Mauro Rostagno (Giardini Luzzati). Foto di Amina A.- Arte urbana
Omaggio a De Andrè, opera materica di Umberto Cufrini in Piazza Mauro Rostagno (Giardini Luzzati). Foto di Amina A.

Ai Luzzati si trova un’altra opera dal potente valore sociale: il murales dell’artista cileno Eduardo “Mono” Carrasco, lungo la parete che accompagna la scalinata che dal circolo porta al campetto Eduardo Galeano.

El Muralismo Partecipato

Mono Carrasco è un grafico, muralista, promotore culturale, fondatore della Brigada Ramona Parra (gruppo muralista cileno), attivo e residente in Italia dal 1974, dove è giunto come rifugiato politico dopo l’avvento della dittatura di Pinochet. La sua è un’arte politica, caratterizzata da messaggi sociali forti. L’opera ai Luzzati è frutto di una splendida giornata dedicata all’arte popolare (“El Muralismo Partecipato”, 2017), di approfondimento culturale e ludica allo stesso tempo, durante la quale le persone sono state attivamente coinvolte.

Il murales partecipato di Eduardo “Mono” Carrasco, Giardini Luzzati. Foto di Amina A.- Arte urbana
Il murales partecipato di Eduardo “Mono” Carrasco, Giardini Luzzati. Foto di Amina A.

Rimarcando alcuni valori fondamentali per la piazza e per l’artista stesso, quali la libertà di parola e di espressione, la speranza, la memoria, la condivisione e la difesa dei diritti della persona, si è realizzata un’esperienza collettiva carica di significati. Dopo una giornata di attività partecipate, l’artista ha raccontato il Muralismo come strumento di comunicazione sociale e politica e nel pomeriggio ha realizzato, assieme ad operatori e operatrici del Ce.Sto, bambini e richiedenti asilo ospiti dei servizi di accoglienza, lo splendido murale che possiamo oggi ammirare nei suoi accesi accostamenti di colore, nel suo messaggio di solidarietà, amore e libertà. 

Potrei scrivere ancora, ma mi fermo qua, con questa immagine meravigliosa e con un suggerimento: fine estate, il ritorno in città può essere faticoso…ma guardatevi intorno! c’è una Genova d’arte tutta da ammirare, una Genova disegnata da ascoltare, una Genova in strada da cui forse si può ripartire!

Immagine di copertina:
Tellas in Piazza Mauro Rostagno, Giardini Luzzati. Foto di Amina A.


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Storica dell’arte e curatrice, scrive per la rivista d’arte “Juliet”, collabora con Il Ce.Sto/Giardini Luzzati e con Goodmorning Genova occupandosi di comunicazione. Co-founder di Progetto A (curatela eventi artistici). Mente aperta e curiosa, cinefila e mangia-libri. Viaggia spesso, vive di arti, scrittura e relazioni sociali.

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