Unità di Strada

Uso di sostanze e leggende metropolitane – Quattro chiacchiere con l’Unità di Strada genovese

Come parlare del consumo di sostanze consapevolmente? Giulio Derchi dell’Unità di Strada ci racconta com’è affrontato il tema nella nostra città.

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A Genova esiste un servizio prezioso, ma ancora poco conosciuto: l’Unità di Strada. 
Da più di trent’anni questa realtà, finanziata dalla Asl, si occupa di approcciare questioni urgenti e delicate –  come il consumo di sostanze – in un contesto informale e affidabile, fornendo materiali e informazioni utili. Abbiamo avuto la possibilità di intervistare Giulio Derchi, il componente più giovane dell’Unità di Strada genovese. Ecco cosa ci ha raccontato!

Ciao Giulio, per prima cosa vorrei chiederti di presentarti per raccontare ai nostri lettori come sei entrato in contatto con l’Unità di Strada e, in due parole, in cosa consiste questo servizio.

Ciao! Ho 22 anni, studio tecnica della riabilitazione psichiatrica e sono nell’Unità di Strada da cinque anni. Ho iniziato come volontario al liceo, dopo che gli operatori dell’Unità di Strada vennero a parlarci del loro lavoro in occasione della didattica alternativa (una specie di autogestione). Decisi di iniziare spinto più dalla curiosità che non da una consapevole passione per la riduzione del danno, che è nata poi con la formazione e il confronto con gli altri operatori.

Oggi, dopo vari avvicendamenti e un discreto abbassamento dell’età media dell’équipe, siamo in quattro operatori più una volontaria e portiamo – a piedi o col nostro fedele camper – servizi di riduzione del danno in diversi contesti, dalle feste sui monti al centro storico. Siamo un servizio cosiddetto a bassa soglia, ovvero accessibile liberamente da tutti e volto a fornire informazioni e materiali – preservativi, siringhe e materiale sterile, naloxone (un farmaco salvavita che serve a evitare la morte per overdose), alcoltest gratuito e molto altro – in un contesto informale, ma affidabile.

Immagine su gentile concessione dell’Unità di Strada 

In generale di quali tematiche vi occupate? 

Storicamente l’unità di strada si è sempre concentrata su due aree: la riduzione del danno e del rischio nell’ambito del consumo di sostanze psicoattive e l’informazione/prevenzione sul sesso sicuro.

Da quest’anno ci occupiamo anche del GAP, il gioco d’azzardo patologico – che in Italia si stima riguardi 18 milioni di persone – portando anche qui una prospettiva di riduzione del danno e rivolgendoci anche a chi non ha ancora sviluppato un gioco problematico.

I nostri interventi si articolano in quattro filoni principali:

  • Le uscite nel centro storico (con postazione camper fissa in piazza San Lorenzo), dove i servizi più richiesti sono la distribuzione di materiale sterile e lo scambio siringhe.
  • Le uscite ai grandi eventi – soprattutto d’estate – dove interveniamo con un numero maggiore di operatori, montando una zona chill-out per chi sta male o vuole staccare per un po’ dalla festa e avendo la possibilità di confrontarci con le persone proprio laddove avviene il consumo di sostanze. 
  • I banchetti sul gioco d’azzardo, per strada nei vari municipi genovesi e ad alcune fiere, con cui stiamo cercando di rilevare la percezione del gioco d’azzardo (qui un sondaggio sul tema rivolto a tutti i genovesi) e di promuovere la riduzione del danno anche in questo ambito. 
  • Gli incontri di formazione con le scuole e non solo: nel tempo siamo stati invitati a parlare di riduzione del danno da diversi licei cittadini, dal presidio genovese di Libera, da alcuni gruppi scout e da numerose altre realtà. 

Quindi siete voi per primi ad andare dove potrebbe esserci bisogno?

Sì. L’idea della bassa soglia è proprio questa: andare a intercettare tutta una serie di persone che altrimenti non avrebbero alcun contatto con il mondo dei servizi. Tanto più in un mondo come quello delle sostanze – in cui ci sono tante leggende metropolitane e per lungo tempo l’approccio istituzionale è stato decisamente oscurantista –  poter fornire informazioni affidabili direttamente nel contesto in cui avviene il consumo con un approccio non giudicante è un approccio efficace.

Hai fatto riferimento alla riduzione del danno: potresti raccontarci che cos’è e perché viene adottato questo approccio?

La riduzione del danno è una strategia d’intervento – propria tanto dei servizi sanitari quanto dei singoli consumatori – che mira a ridurre appunto i danni e i rischi derivanti dal consumo di sostanze (e non solo).

E’ nata in Gran Bretagna negli anni del boom dell’eroina con un chiaro intento: ridurre i costi sociali e sanitari dell’abuso di sostanze e fornire – in un contesto non discriminatorio – un supporto scientificamente valido a chi fa uso di sostanze e fornire materiale utile. 

Questo approccio, oltre ad essere sostenuto da numerose evidenze scientifiche, ha diversi pregi: innanzitutto permette di raggiungere moltissime persone che altrimenti non avrebbe alcun contatto coi servizi (e di farlo prima che ci arrivino per problemi legali o di salute) e di raggiungerle proprio quando assumono o stanno per assumere sostanze.

Inoltre, si ha la possibilità di intervenire come fonte di consulenze affidabile ed equilibrata in un contesto in cui l’informazione tradizionalmente è sempre stata delegata da un lato all’autoformazione tra consumatori (che però non è scientificamente valida e si presta a essere veicolo di pericolose leggende metropolitane: ultima, quella che il consumo di mefedrone o cocaina protegga dal covid) e dall’altro lato a campagne istituzionali viziate da un approccio moralista e proibizionista (il famoso “just say no”) che – oltre a dimostrarsi fallimentare – ha avuto l’effetto di incrementare lo stigma e l’oscurantismo, allontanando i consumatori dai servizi. 

Quindi possiamo dire che il vostro approccio lavora su due fronti: un intervento di tipo sanitario e, al tempo stesso, la lotta allo stigma del “tossico”?

Esattamente. Sintetizzando, possiamo dire che la riduzione del danno poggia su due pilastri fondamentali: la promozione di un consumo informato – direttamente nei contesti in cui avviene – e volto a limitare i rischi e i danni associati all’uso di sostanze e il rispetto delle persone che fanno uso di sostanze (anche) tramite la sospensione di qualsiasi giudizio e la lotta allo stigma. Motivo per cui ho sempre usato la parola sostanze e non droghe perché questo è un termine che, oltre a essere impreciso e poco tecnico, porta con se tutto lo stigma del “drogato”. 

Dato che il vostro lavoro è estremamente pratico, immagino che l’emergenza sanitaria vi abbia costretto ad adottare nuove misure: com’è cambiato il vostro modo di intervenire in strada ultimamente? 

Nonostante dal 2017 la riduzione del danno sia inserita nei LEA – ovvero in quella lista di servizi che il Sistema Sanitario Nazionale è tenuto a erogare a tutti i cittadini – con l’arrivo del lockdown anche noi abbiamo dovuto fermare le uscite.

Abbiamo quindi cercato di reinventarci il più rapidamente possibile in modalità a distanza: ne abbiamo approfittato, tra le altre cose, per fare molta autoformazione e incontrarci virtualmente con altri servizi di riduzione del danno europei per scambiare pratiche e modelli di intervento.

Abbiamo attivato anche un servizio di consulenza telefonica e prodotto del materiale informativo specifico sull’assunzione di sostanze al tempo del coronavirus (qui sotto un volantino esemplificativo): in questo senso bisogna tenere presente che i consumatori di sostanze psicoattive sono esposti a diversi rischi specifici (ad esempio rischio infezione per condivisione del materiale di consumo e difese immunitarie alterate) che aumentano a dismisura se pensiamo a chi è anche senza fissa dimora.

D’altra parte, così come è cambiato il nostro lavoro, in questa emergenza sono cambiati anche gli stili di consumo e i movimenti del mercato: da alcune indagini svolte a livello europeo negli ultimi mesi, è emerso che l’acquisto di sostanze si è spostato in maniera massiccia sul web e che chi ha continuato a comprare offline ha visto applicare delle “tariffe covid” per i rischi legali e di contagio connessi al vedersi in strada e effettuare la compravendita di persona.

Si è poi verificata una generale diminuzione della disponibilità sul mercato delle sostanze psicoattive, determinando, tra le altre cose, un lieve aumento delle richieste di presa in carico ai Sert per le terapie sostitutive (metadone). 

Prima mi accennavi al fatto che facendo formazione in questo periodo avete anche avuto modo di pensar a nuove attività da introdurre, come quella del drug checking. Di cosa si tratta?

Dopo un lungo lavoro di confronto, la ASL – che finanzia questo progetto – ci ha permesso di inserire il drug checking tra i nostri servizi: come dice il nome, esso consiste nell’analizzare le sostanze psicoattive sul posto (quindi soprattutto alle grandi feste, ma anche su appuntamento con i singoli) per scoprire se la sostanza che la persona ha programmato di assumere corrisponde a quella prevista o è stata tagliata.

I detrattori di questa pratica – sulla cui efficacia e sicurezza esistono numerosissime evidenze scientifiche – la vedono come una sorta di “patentino di purezza” delle sostanze: in realtà il drug checking ha soprattutto l’effetto di mettere al riparo le persone dal rischio di consumare sostanze ben più pericolose o al contrario di elevatissima purezza e quindi dal maggior potenziale di overdose; in questo senso, non bisogna mai dimenticare che non parliamo di un mercato controllato e che quindi i piccoli spacciatori e i consumatori finali non possono quasi mai sapere con certezza cos’hanno davanti.

In base ai dati disponibili, sappiamo anche che dal 40% al 90% di chi scopre che la sostanza analizzata è diversa da quella prevista sceglie di buttarla via e che la presenza di questo servizio attira numerose persone che altrimenti non si avvicinerebbero: questo apre una finestra di dialogo e informazione di grandissima importanza. Inoltre, potendo vedere in tempo reale – grazie ai campioni analizzati – le sostanze più diffuse e le relative caratteristiche, si ha la possibilità di ricavare informazioni sempre aggiornate sugli stili di consumo e sul mercato delle sostanze, permettendo di lanciare allerte molto più efficaci, intercettare nuove sostanze psicoattive e rendere più dinamica e aggiornata tutta la rete dei servizi dedicati ai consumatori di sostanze. 

Unità di Strada
Banchetto informativo. Immagine su gentile concessione dell’Unità di Strada 

Ecco a questo proposito: come viene percepito il vostro lavoro dalle persone? E dagli organizzatori degli eventi in cui intervenite? 

Per quanto riguarda questo aspetto la situazione è abbastanza paradossale, perché, dato che in Italia la riduzione del danno e più in generale un approccio meno stigmatizzante e prevenuto nelle politiche sulle droghe sono una cosa relativamente recente, spesso non veniamo riconosciuti correttamente da entrambe le categorie.

La cosa curiosa, però, è che in questa confusione veniamo posizionati alternativamente ai due estremi: spesso i ragazzi che si avvicinano al nostro banchetto credono che siamo lì per fare del terrorismo o della repressione e sono poi molto sorpresi di scoprire che esistono dei servizi istituzionali che non parlino di sostanze con un atteggiamento controproducente di tipo moralista e giudicante.

Dall’altra parte, capita che gli organizzatori degli eventi non colgano l’utilità e l’importanza di ospitare un servizio – totalmente gratuito – di riduzione del danno e credano anzi che il nostro obbiettivo sia in qualche modo favorire il consumo incontrollato e creare problemi.

A questo proposito mi piace sempre ricordare un aneddoto: una volta l’organizzatore di un festival ci disse che non avremmo potuto distribuire le bottigliette d’acqua gratis perché altrimenti i partecipanti le avrebbero usate per l’MD! (come se il consumo fosse determinato dalla nostra presenza). Ovviamente ci sono però anche diversi organizzatori di eventi con cui collaboriamo da anni e che conoscono e sostengono questo approccio. Purtroppo non c’è l’abitudine culturale a pensare che possa esistere un servizio che non sia sbilanciato sul lato repressivo o iperliberale. 

Eventualmente se una persona fosse interessata a conoscere il vostro lavoro come può contattarvi?

Ci potete trovare direttamente su Facebook (dove abbiamo anche una Pagina dedicata al progetto sul gioco d’azzardo) o su Instragram.

Siamo sempre alla ricerca di volontaria anche perché intervenendo in cotesti un cui l’età media è sempre molto bassa essere giovani aiuta molto a costruire relazioni con le persone a cui ci rivolgiamo.

Immagine di copertina:
Gentile concessione dell’Unità di Strada 


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Accanita spettatrice teatrale, cinefila e amante delle storie ben raccontate, poco importa se sotto forma di romanzo, danza o poesia. Una laurea in lettere e spettacolo le ha permesso di coltivare la sua passione smodata per la performance. Grazie a «Birdmen Magazine», di cui è caporedattrice, le capita raramente di stare a lungo nello stesso posto.

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