Foodora vita da rider

Una vita da Foodora

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“A recuperar panini”, se volessimo continuare la storpiatura della famosa canzone di Ligabue. Il paragone regge: il mediano corre e smista tanto quanto il rider, anche se questi non ha mai avuto l’onore di avere un pezzo a lui dedicato. Mai prima d’ora. I rider Foodora

“Una vita da Foodora, con dei compiti precisi”. Se il lavoro del fattorino è elementare, il Foodora-boy è scuola materna: posso permettermi di dire ciò perché ho avuto la fortuna di fare entrambi i lavori e so di cosa parlo (un sentito grazie alla disoccupazione giovanile al 40%). Parlerò quindi del Foodora-boy in prima persona, sia per coinvolgervi di più, sia per evitare noiose ripetizioni e sinonimi.

Vorrei premettere che non considero il delivering come un lavoro, tanto meno il mio lavoro: a giustificazione di ciò quando scrissi questo pezzo, l’1 Maggio scorso, pedalai due ore. 

Il rider non è e non può diventare un mestiere, ma è e deve rimanere un posto di reddito, che sia temporaneo, suppletivo, studentesco.

Vi vorrei ora spiegare il mondo che esiste dietro alla app con cui ordinate il sushi a casa, pur sapendo che questo non vi farà calmare quando, dopo aver ordinato alle 22.58 una barca da 40 pezzi, questa vi arriva con tre minuti di ritardo, e mi premierete con un bel “Vaffanculo” come mancia.

Le urla del mio cellulare mi destano da una tranquilla pedalata pomeridiana. “NUOVO ORDINE. ACCETTA. KFC Hannover, Saint-Nik…” e mi compare indirizzo e luogo di ritiro, con numero e composizione dell’ordine. L’indirizzo e il numero di telefono del cliente non vengono svelati fino a che non viene ritirato l’ordine: privacy 2.0.

Una volta raggiunto il cliente, consegnato il cibo e chiuso la consegna con la app, altre urla, altro ristorante, altra pedalata. E così per tutto il turno. Prestiamo attenzione alla ripetitività del lavoro, composto di step sempre uguali che tanto ricordano la razionalizzazione tayloristica del lavoro come premessa per la produzione di massa.

Si creano così due problemi temporalmente opposti: i vecchi concetti marxiani di alienazione dal lavoro e una possibile futura automatizzazione dello stesso, in un nuovo concetto neo-fordista in cui la pianificazione del lavoro non è solamente separata dalla sua attuazione, ma persino realizzata da una specie non umana: i cyber-manager, ovvero algoritmi omni-decisivi.

La consegna avviene per step fissi in cui il mio margine di scelta è limitato alla rapidità con cui eseguo l’ordine: posso scegliere la strada, ma non la destinazione. Una volta consegnato il cibo nel posto indicato dalla app, possibilmente entro l’orario suggerito dalla app, dopo aver riscosso l’importo richiesto dalla app, posso decidere se rifiatare due minuti o riprendere subito a lavorare. Quelle volte in cui il rifiatare diventa riposare, la app ti mette in contatto con il “dispatcher” che ti chiede se hai problemi a raggiungere la destinazione.

Vi chiederete: da un punto di vista pratico, che vuole escludere per semplicità lunghi moralismi, perché è così importante il margine di libertà nella realizzazione di un lavoro?

Parlando di porta-pizze, pizza-boy, rider, e generalizzando anche altri lavori di prossima estinzione come il casellante, il cassiere, il fattorino e così via, la libertà di esprimersi compiendo una scelta è l’unica salvezza dall’irrompente automatizzazione del mercato del lavoro, è l’unico tratto umano distintivo, l’unico vantaggio che proprio della nostra specie rispetto alle efficientissime macchine.

Quando lavoravo come porta-pizze a Genova, tutta la gestione delle consegne, dalla preparazione dei turni alla divisione degli ordini, era di nostra competenza. Tutto ciò che non riguardava la produzione stessa della pizza era nelle nostre mani: decidevamo chi, andava dove, e quando. Dovevamo conoscere i quartieri vicini, mappare gli indirizzi dei clienti e creare la migliore combinazione possibile, e dovevamo farlo nel minor tempo possibile.

Era questo il gioco nel lavoro del porta-pizze, e se tutto ciò viene adesso rimpiazzato da un software io mi chiedo: perché allora non vengo rimpiazzato in toto? Se sparisce l’unico lato umano del lavoro del fattorino, ovvero l’organizzazione del giro e la scelta delle consegne secondo il proprio giudizio, seguendo la propria esperienza, cosa rimane?  Due gambe e una bici. Niente che non possa essere sostituito da un drone, o dalla guida automatica.

E allora mi chiedo: ha senso mantenere in vita un lavoro in cui l’uomo è subordinato alla macchina? Perché non dare il colpo di grazia a un lavoro che ha perso la dignità minima, non più sufficiente per sopravvivere?

Non mi si venga a dire per salvaguardare il lavoro. Dopo quello che avete letto finora, devo forse ripetervi che il Foodora-boy non è un posto di lavoro, ma di reddito? Devo forse ricordarvi che non c’è nulla di nobilitante in un lavoro che manca della possibilità di personalizzazione, e quindi di espressione della propria creatività? Quanto è ipocrita difendere un “lavoro” alienante come questo, solo per il gusto, presunto marxiano, di difendere il Lavoro in quanto concetto astratto?

Non dovrebbero, i grandi intellettuali di sinistra, cercare di difendere quello che è salvabile nel labour market di oggi, mantenendo in vita i tanto sudati diritti fondamentali (sempre più in pasto a privatizzazioni e concorrenza internazionale) e coltivando i sogni del nuovo “de-proletariato”, che considera i figli come una spesa e il lavoro come una fatica?

“Una vita da Foodora, a chi sogna sempre poco”. Se si vuole lavorare come rider per il resto della propria vita, bisogna saper smettere di sognare. Io sto imparando a rimpiazzare i sogni futuri scrivendo storie passate: sono tante le pagine bianche che devo ancora riempire prima di considerarmi finito come sognatore, poiché mai riuscirò a esprimere quanto sogno essere uno scrittore.

Immagine di copertina:
Illustrazione di Martina Spanu


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Laureato in Ingegneria Civile e Ambientale all’Università di Genova, si è specializzato in Pianificazione del Territorio all’Università Leibniz di Hannover. Socio fondatore e Project Manager dell’Associazione Culturale CDWR, attraverso la quale diffonde una cultura nuova di rigenerazione urbana.

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