Pensieri

Un mare di pensieri

Carta, penna, cuffie nelle orecchie. Ciò che ne è uscito è come una vecchia pagina di diario, solo che stavolta viene affidata a Wall:out.

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Lofi music nelle cuffie, le dita che scorrono veloci sulla tastiera, quasi al ritmo delle note. Questo non è un articolo. Non vuole esserlo almeno. 
Ho bisogno di momenti per mettere nero su bianco quello che mi passa per la testa, i miei pensieri. In più, dovrei chiudere un pezzo per Wall:out questa settimana. Perché non unire le due cose alua, mi dico.
Ecco qua.

Genova, il mare, la gente, l’estate che se n’è andata

Un’estate che non è stata come tutte le altre, assolutamente. 
Non si è parlato delle Olimpiadi sotto gli ombrelloni, perché queste non si sono potute disputare. 
Non si è andati a qualche concerto con le bandane arrotolate sulla fronte, 30° all’ombra, la gola secca per i canti. Niente di tutto questo.

Si è discusso tanto, quello si. 

Del covid, del referendum, della riapertura delle scuole, dei Ferragnez. 
Di un auspicato ritorno alla normalità, che ancora non si può percepire completa in tantissime sue sfaccettature. Tutto corre, tutto muta, tutto si slancia in avanti o all’indietro.

Ci sono cose che invece rimangono costanti, che superano tutto questo.
Il mare. Una di queste è il mare. 
Che potenza, che pazienza.
Un amico affezionato per ogni abitante di Genova. Un elemento nucleare del nostro nido urbano.

In tempo di quarantena molti di voi avranno guardato dalla finestra, vedendo nel mare una metafora di libertà estrema. Dico “voi” e non “noi”.
Io infatti mi trovavo in Norvegia. Nei momenti apicali della pandemia le mie preoccupazioni si consumavano 1800 km più a nord di Zena, in uno studentato di Bergen. Anch’essa una città di mare.

Chissà – pensavo – se l’acqua da cui sono composte queste onde deboli che lambiscono gli scogli nordici, qualche settimana fa accarezzassero i sassi di Priaruggia, o di Boccadasse. Chissà…

Non diamo per scontato il patrimonio blu che ci troviamo a pochi passi. Un patrimonio liquido, che ti sfila tra le dita se cerchi di chiuderlo in un pugno; prova ad afferrarlo il mare se ci riesci, è impossibile…è liquido, come la socialità in cui ci stiamo intabarrando, sempre più mordi e fuggi, sempre più like e follow, sempre più saluti veloci agli incroci. Il mare ci invita a fare altro, il mare è profondo, il mare è capace di adattarsi, il mare ci mostra ciò che sta in superficie e non ciò che sta sul fondo, ma è pronto a farsi scoprire in tutta la sua bellezza. Il mare ci invita a fermarci più spesso, ma lo fa con gentilezza eh, da milioni di anni. Mica con l’irruenza di un lockdown, che è sembrato sconvolgere le vite sociali e personali di chiunque. Il mare ci invita a conoscerci di più, e meglio per giunta. Una focaccia azzannata su qualche scoglio, parlando con una persona piacevole, mentre il vento gioca con le ciocche di capelli. Bello no?

Ma poi voglio dire, pensate solo alla fortuna di aver dato un primo bacio a qualcun* con cui poi avete costruito qualcosa, avendo solo il mare come testimone. A quanti di voi sarà capitato, almeno una volta nella vita? Credo a molti. 

Vallo a chiedere a qualcuno di Novara, di Aosta o di Busto Arsizio se gli sia mai capitato. Siamo fortunati, ecco.

Se solo potesse parlare il nostro mar ligure, ci sputerebbe in faccia le storie di cento generazioni

Le dichiarazioni di amore fatte da qualche giovane sulla spiaggia di Levanto, i progetti raccontati agli amici tra le barche di Quinto, gli incitamenti dei mille di Garibaldi dagli scogli di Quarto, le bestemmie di chi al Porto lavorava sotto i bombardamenti del ’42, le grida festanti al varo delle prime crociere transatlantiche.

Ma non può farlo, e forse è un bene, perché così può mantenere la sua aurea di ascoltatore discreto, che ti guarda ma non ti giudica. Puoi dirgli qualsiasi cosa al mare, che tanto viene avviluppata dalla sua schiuma salata.

Ho divagato, lo sapevo. Voleva essere un mare di pensieri e invece sono venuti fuori dei pensieri sul mare

Quale miglior modo per concludere allora, se non con un passo di Shantaram, in assoluto il libro più bello che abbia mai letto. Si parla proprio di questo.

Spazio alla penna di Gregory David Roberts dunque

“È meraviglioso vero?” domandò Johnny Cigar sedendosi di fianco a me e fissando la scura, inquieta distesa delle onde. “Si”, risposi allungandogli una sigaretta.
“Probabilmente la nostra vita è iniziata nell’oceano”, disse quietamente Johnny. “Circa quattromila milioni di anni fa. Probabilmente vicino a fonti di calore come i vulcani sommersi”. 
Mi girai a guardarlo. […] Aveva un’aria assorta e sorridente allo stesso tempo, piena di ammirazione e stupore. Trattenni il fiato, temendo che il minimo suono potesse interrompere le sue riflessioni.
“Ma in un certo senso si può dire che anche se abbiamo abbandonato il mare dopo milioni di anni di vita nelle sue profondità, l’oceano è rimasto dentro di noi. Quando una donna porta in grembo un bambino, lo fa crescere nell’acqua, e l’acqua nel suo corpo è quasi identica a quella del mare, contiene quasi la stessa quantità di sali. La donna crea un piccolo oceano nel proprio corpo. Ma non solo. Il nostro sangue e il sudore hanno quasi la stessa composizione dell’acqua di mare. Portiamo oceani dentro di noi, nel nostro sangue, nel nostro sudore. E con le nostre lacrime, piangiamo oceani”

Immagine di copertina:
Pontetto, Genova. Foto di Pietro B.


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Classe ’95. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche, laureando in Storia contemporanea. Attualmente vive a Bergen (Norvegia).
Nel giugno 2018 ha fondato il progetto editoriale Frammenti di Storia, che porta avanti quotidianamente insieme a giovani da tutta Italia. Appassionato di geopolitica, di trekking e di vita outdoor in genere.

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