Monet a Palazzo Ducale
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Tu e Monet a Palazzo Ducale: 5, intimi, minuti di Bellezza. O di come trasformare l’ostacolo in occasione

L’intelligente intuizione: le regole dell’emergenza sanitaria trasformate nell’opportunità di riscoprire il tempo della contemplazione.

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Una contemplazione attiva, attenta, cioè, ai dettagli tecnici ed espressivi, richiede sicuramente un tempo più esteso dei pochi secondi che in media, stando a sondaggi e monitoraggi, le persone dedicano a un’opera; sarebbe fondamentale, soprattutto, darci il tempo di raccogliere e leggere sensazioni ed emozioni provocate dalla visione. L’esperienza da fruitrice di spazi per l’arte e studiosa di pubblici, mi suggerisce una certa difficoltà nella pratica dell’osservazione paziente.

E d’altronde viviamo nell’epoca dell’istantaneità. La nostra è una società regolata dalla modalità del mordi-e-fuggi, dal click immediato, dalla condivisione in tempo reale e dalle stories che si auto-cancellano in poche ore; è la società della memoria tanto capiente quanto -ed è un paradosso- breve, delle notizie invecchiate o smentite in pochi minuti, dei ricordi per immagini lampo, della rapida sostituzione.

Non è facile contemplare, lasciarsi trasportare completamente dall’aura generata da un’opera, conservarla nella nostra mente. E non è facile non avere fretta, dedicare tempo, prenderci del tempo. È già complesso osservare il testo in maniera diretta, senza la tentazione ormai quasi automatizzata di dover scattare anche una foto e “postarla” o senza la pressione sempre più inconsapevole di doverlo fare attraverso il filtro di strumenti diversi dal nostro occhio.

Monet a Palazzo Ducale
Davanti alla Gioconda, Louvre, Marzo 2020. Foto di Amina A.

Quando si tratta dei grandi nomi dell’arte -e Monet è certamente tra questi- esistono ulteriori ostacoli: le code infinite, le sale affollate, il rumoroso e distraente vociare, la ressa per i selfie-con-l’opera.

Negli ultimi mesi abbiamo però accarezzato il rischio di una vera e propria rivoluzione della fruizione per come la intendevamo, una rivoluzione dello sguardo sul mondo e di conseguenza anche sull’arte. 5 minuti con Monet (in mostra fino al 23 agosto), la proposta artistica di Serena Bertolucci, Luca Bizzarri e del team di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, si inserisce in un contesto di insicurezza e imprevedibilità. Vero è che anch’essa regola le lancette, ci impone una scadenza e una misura, ed è questa la critica che più spesso ho sentito muoverle contro.

È però opportuno sottolineare l’intelligenza dell’operazione anziché “la furbizia” (posto che anche le istituzioni culturali devono in qualche modo ragionare in termini di economia e bilancio e non necessariamente devono farlo abbassando la qualità dell’offerta).

Si tratta, in questo caso, di un’iniziativa capace di trasformare in virtù e occasione il distanziamento sociale imposto dalla lotta al Covid. Il merito maggiore dei 5 minuti con Monet è quello di riportarci a un contatto diretto, perfino intimo ed esclusivo, con un capolavoro, e di “costringerci” a un tempo che, in media e per varie ragioni, il pubblico non riesce a dedicare a un singolo lavoro artistico.

Ma inquadriamo meglio l’opera in questione: un olio su tela di 197 x 150 cm esclusa la cornice, realizzato tra il 1916 e il 1919 e unico esposto a eccezione del luminoso e incantevole ritratto, conservato nelle raccolte Frugone dei musei di Nervi, de La contessa Beatrice Susanne Henriette van Bylandt firmato da Giovanni Boldini, artista che fu molto vicino all’ambiente impressionista francese e che per questa ragione è un ottimo introduttore. 

Il Monet al Ducale proviene dal Musée Marmottan Monet di Parigi ed è una delle circa 250 opere che l’autore (Parigi, 1840- Giverny, 1926), tra le massime voci dell’Impressionismo, dedicò alle ninfee. Una ricerca lunga, poetica e paziente, la sua, nel tentativo di cogliere quell’attimo -quell’impressione- sensazionale e sfuggente che è l’incontro tra la luce, i fiori e l’acqua carica di riflessi.  

Siamo nel 1883 quando Claude Monet si trasferisce a Giverny, piccolo comune a circa 70 km da Parigi. Qui trasforma una trasandata abitazione colonica nella dimora dei suoi sogni: circondata da un rigoglioso giardino con iris, glicini, rosai rampicanti, tulipani, campanule e salici piangenti, un piccolo bacino fluviale, che lui stesso scava e apre artificialmente, colmo di splendide ninfee galleggianti e con un ponte di legno in stile giapponese ad attraversarlo.

Se voleste farvi un’idea della dimora nella quale l’artista lavorò e abitò fino alla sua morte, potete visitare il sito della Fondazione Monet per un giro virtuale o guardare uno dei tanti video dedicati su YouTube.

A Giverny Monet trascorre intere giornate a dipingere, soprattutto en plein air, ovvero all’aria aperta, secondo quella modalità perfezionata e resa celebre dagli Impressionisti nell’Ottocento e che permetteva di cogliere gli effetti e le particolari vibrazioni generati dalla luce naturale e dall’atmosfera su tutti i dettagli del reale. La pittura per catturare l’essenza di ciò che è guardato, il dipinto come traduzione immediata dell’osservazione diretta del mondo circostante, l’alternativa, insomma, al lavoro in studio.

Soggetto prediletto dell’artista, per quasi trent’anni, sono proprio le ninfee, che per ovvie ragioni si prestano magnificamente alla ricerca dell’attimo fuggente: a contatto con l’acqua, infatti, esse restituiscono all’occhio effetti di luce e gamme cromatiche sempre mutevoli.

Monet fissa l’immagine, la riproduce ed è pronto a imprimere sulla tela qualcosa di già mutato. Gli elementi si confondono, la visione non è mai uguale per due istanti successivi. I fiori galleggiano sull’acqua ma sulla superficie di questa si riflette il cielo, magari macchiato da qualche nuvola, e vi agisce il vento, increspandola. La luce altera lo scenario con il trascorrere delle fasi della giornata e delle stagioni.

Con le ninfee Monet può esercitarsi nell’arte di intrappolare la libera sensazione o il fuggevole effetto provato, in un gioco continuo e seducente di sorpresa. Il momento è sempre inatteso.

Inoltre, l’artista non è obbligato o limitato da alcun canone descrittivo e narrativo, non deve rifarsi a codici rappresentativi, è libero dalle regole della forma e della composizione. Dipinge quello che vede e soprattutto l’effetto che ha su di lui; trascende così il reale per farsi coinvolgere da tutto ciò che, fulmineo, compare intorno.

Per questo il cielo e l’acqua si mischiano, i contorni si sfilacciano, e a noi spettatori sembra di percepire il trascorrere del tempo nella fissità della pittura. Dove comincia il quadro? dove termina? che direzione deve prendere il nostro sguardo per comprenderlo, ora che si perdono i riferimenti prospettici e si è trascinati dalla magnetica ambiguità di una natura metamorfica?

Nel primo volume de Alla ricerca del tempo perduto (1913) lo scrittore francese Marcel Proust allude con ogni probabilità al Monet pittore-giardiniere e alle sue ninfee quando scrive:

[…] giacché il colore che creava in sottofondo ai fiori era più prezioso, più commovente di quello stesso dei fiori; e sia che facesse scintillare sotto le ninfee, nel pomeriggio, il caleidoscopio di una felicità attenta, mobile e silenziosa, sia che si colmasse verso sera, come certi porti lontani, del rosa sognante del tramonto, tramutando di continuo per rimanere sempre in accordo, intorno alle corolle dalle tinte più stabili, con quel che c’è di più profondo, di più fuggevole, di più misterioso – con quel che c’è d’infinito – nell’ora, sembrava che li avesse fatti fiorire in pieno cielo […]”

MARCEL PROUST, ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

Un’immagine letteraria bellissima, che ci parla di aiuole d’acqua che sono anche aiuole celesti, grazie a uno spettacolare gioco di ribaltamento spaziale per cui il cielo è nelle profondità e le ninfee fioriscono in cielo. Un mondo fluttuante: è la magia del rispecchiamento. È l’ultimo Monet, non sempre compreso dai contemporanei, rivoluzionario nel linguaggio, quasi astratto. Per approfondire il rapporto tra la poetica di Monet e quella di Proust suggerisco la lettura di Proust e Monet. I più begli occhi del XX secolo di Giuliana Giulietti, Donzelli, 2011.

Monet a Palazzo Ducale
Mostra 5 minuti con Monet, Palazzo Ducale. Foto di Amina A.

Ammirare a Palazzo Ducale un unico, meraviglioso quadro per 5 minuti, consente, ad esempio, di cominciare ad afferrare le caratteristiche della firma in basso, lo spessore delle pennellate, la densità delle impressioni pittoriche, la tavolozza dei colori. Di registrare sensazioni.

Come in altri dipinti, anche in questo lo specchio d’acqua con le ninfee è incorniciato da rami di salice piangente, della varietà cosiddetta “babilonese”; Monet ne aveva quattro piantati lungo il bordo dello stagno ma qui sono tanto integrati nello scenario da renderci difficile localizzare la porzione di giardino ritratta.

Durante la visita al Ducale, che comprende una parte introduttiva sull’artista e un prezioso documentario (qui sotto), che mostrandolo all’opera a Giverny ci lascia immaginare i retroscena del capolavoro che poco dopo vedremo, il distanziamento sociale, la solitudine, diventano opportunità immersiva ed emozionante.

Giunti e giunte nella sala ben illuminata, un dispositivo ci permette di scegliere tra due alternative sonore alla contemplazione silenziosa: l’evocativa e delicatissima musica di Spiegel im Spiegel, firmata Arvo Pärt oppure le parole che lo stesso Monet scriveva al critico François Thiébault-Sisson nel febbraio del 1918, lette da Luca Bizzarri.

Volendo, poi, c’è anche Monsieur Monet, un piccolo catalogo che ha una curiosa natura interdisciplinare, squisitamente contemporanea.

Insomma, il titolo della “mostra”, che troppo spesso inganna, è in questo caso chiaro e sincero, non promette nulla di diverso da quanto effettivamente offre, ovvero 5 minuti a tu per tu con Monet. Cinque minuti che purtroppo volano via più rapidi del previsto, in un vortice, credetemi, di commovente Bellezza.


Monet

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Immagine copertina:
Dettagli di “Ninfee”, Claude Monet, 1916-19, a Palazzo Ducale di Genova (dal Museo Marmottan Monet di Parigi). Foto di Andrea Bocchi


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Storica dell’arte e curatrice, scrive per la rivista d’arte “Juliet”, collabora con Il Ce.Sto/Giardini Luzzati e con Goodmorning Genova occupandosi di comunicazione. Co-founder di Progetto A (curatela eventi artistici). Mente aperta e curiosa, cinefila e mangia-libri. Viaggia spesso, vive di arti, scrittura e relazioni sociali.

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