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Tra paradossi e umiliazioni, quanto vale essere una campionessa sportiva? Nulla!

Non solo disparità di trattamento, ma totale umiliazione: le sportive non sono considerate professioniste e non vedono riconosciuti i propri diritti.

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La differenza di trattamento economico-salariale tra uomini e donne trova una sua evidente esplicazione nell’ambito dello sport, anche se in realtà il gap tra remunerazione maschile e femminile esiste in qualunque mestiere, è un problema trasversale (wall:out Repetita iuvant: Gender Pay Gap).

Nello sport in particolare vi è un problema ancora più radicale che nasce dalla disciplina contrattuale applicabile al momento in vigore.

Se lo sport ad alti livelli non è riconosciuto come lavoro, allora non esistono i relativi contratti di lavoro, e perciò non esistono i conseguenti diritti, i diritti che riguardano qualsiasi rapporto di lavoro.

La prima affermazione da fare è che lo sport ad alti livelli è anche lavoro. La seconda, che le donne, come sempre, si trovano in una condizione di svantaggio più marcata rispetto ai loro colleghi uomini.

Filippo Biolé, avvocato del lavoro, responsabile area legale di ASSIST (Associazione Nazionale Atlete), agonista master tesserato FIN con la società A.S.D. Nuotatori Genovesi, da giugno 2021 Presidente della Fondazione Orchestra Sinfonica di Sanremo.

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Filippo Biolé

Edoardo M.: Forse nello sport – o meglio, anche nello sport – l’origine della diversità di trattamento tra generi parte ancora prima…

Filippo Biolé: Ancora oggi per questioni culturali, per deformazioni di pensiero derivanti da problemi atavici di non maturazione della popolazione rispetto a determinate attività, si ritiene che determinati sport siano appannaggio solo maschile o, viceversa, solo femminile, cosa che stiamo provando progressivamente non essere vera. Anche questo è un problema in divenire, una sfida ancora da vincere.

EM: Perché nel settore sportivo in particolare si ha questa situazione di maggiore svantaggio che scade nella discriminazione di genere?

FB: Per un problema innanzitutto normativo, nel quale si innesta la cultura deformata, la sottocultura delle disuguaglianze.

Il problema normativo nasce dall’ottenimento, per così dire, della qualifica di professionista sportivo.  Questa qualifica, contrariamente a qualsiasi altro ambito giuridico, non è espressa direttamente dal legislatore, ma la sua definizione è demandata allo sport stesso, diciamo, cioè alle singole federazioni sportive.

Il legislatore, attraverso la legge n. 91 del 1981 [che verrà sostituita prossimamente da una normativa nuova come nome, ma non come sostanza prescrittiva, nda], ha delegato la propria funzione a un soggetto privato, quale è la federazione sportiva nazionale di riferimento.

Lo Stato si è spogliato del proprio ruolo di normatore, ha abdicato a una funzione definitoria, non rivestendo il ruolo che il legislatore sempre ha, cioè identificare la categoria dei soggetti ai quali destina un tipo di norme, e lo deferisce invece a un soggetto privato distinto.

E non è cosa da poco: potendo fregiarsi – o meno – del nomen iuris di professionista, un soggetto può accedere – o meno – alle tutele previste, e quindi chiedere che i propri contratti di lavoro abbiano quelle caratteristiche prescritte dalla legge, e quindi a cascata essere beneficiario di tutte le tutele previste, come per qualunque altro lavoratore.

Se già è evidente una discriminazione, diciamo, generale avverso tutti i soggetti che praticano sport come attività principale della propria vita, lo è ancora di più per le donne.

Cliccare nei link qui presenti per ascoltare e vedere gli interventi dell’avvocato Filippo Biolé in audizione alla Camera dei Deputati, Commissione VII – Lavoro ad aprile e presso Assist stessa nel gennaio 2021, aventi ad oggetto, in maniera più estesa e approfondita, il passaggio appena svolto nella intervista.

Audizione alla Camera dei Deputati, Commissione VII – Lavoro ad aprile
Audizione presso Assist nel gennaio 2021

EM: Quindi, per quanto impropria come scelta del legislatore, tutto sommato il sistema è valido…

FB: Meraviglioso! (sic!) Il problema, come dicevo, è che soltanto cinque federazioni sportive nazionali italiane su quarantaquattro [che ovviamente oltre al calcio, sono il basket, il ciclismo, il motociclismo e il golf, più il pugilato che però gode di un inquadramento particolare, nda] hanno adottato la definizione di professionista dello sport. Ed ovviamente, e per di più, la hanno adottata solo per i maschi.

Quindi le donne in Italia dal 1981 a oggi non hanno accesso a una normativa dello sport e sono pertanto qualificabili solo come dilettanti. Il dilettantismo quindi è finto, c’è un abuso di questa qualifica, e la qualifica della quale si possono fregiare, proprio perché sono atlete di livello e dai traguardi olimpici, è del tutto menzognera.

EM: Cioè, tu mi stai dicendo che una campionessa di livello mondiale, così di impulso per dirne una nominerei Sofia Goggia, è una dilettante?!

FB: Sì. Sofia Goggia è una dilettante. Flavia Pennetta è una dilettante…

EM: Però Berettini, Fognini, Tomba sono professionisti.

FB: Sì, esatto! La discriminazione di genere è innegabilmente vera. La discriminazione salariale è, se vogliamo, la faccia più evidente dell’intero sistema discriminatorio. Ma c’è ben di peggio, a volerla vedere in maniera più approfondita.

EM: Vi è un aspetto del tutto proprio delle donne, e quindi anche delle donne dello sport: la maternità. Immagino, viste le premesse, che anche in questo ambito non tutto scorra liscio…

FB: Eccome, certamente! Il caso recente più eclatante è stato lo scorso anno – scoppiò proprio nei primi giorni di marzo 2021 –, quello di Lara Lugli, pallavolista tra serie B1 e A2, la cui vicenda finì sui banchi del Parlamento.

Lei era stata licenziata dalla società sportiva con cui aveva non un contratto di lavoro in senso stretto, ma un ingaggio, una forma di collaborazione autonoma, un contratto professionale. Non solo: non essendo iscritta all’INPS, non aveva la maternità, ma tienti forte.

Quando è emerso che sarebbe dovuta andare in maternità, non solo ha visto risolto il suo contratto di ingaggio (sic!), e non solo non è stata pagata per gli ultimi mesi di ingaggio che le avrebbero dovuto dare secondo gli accordi previamente presi (ri-sic!). Ma tienti forte…

Le hanno addirittura fatto causa! 

Cioè, una società sportiva di alto livello ha fatto causa alla propria giocatrice sostenendo che surrettiziamente non avrebbe rivelato al proprio datore di lavoro, cioè la società stessa, il suo stato di maternità al momento dell’ingaggio, o comunque la sua volontà di avere figli, inducendo così la società a stipulare quel contratto con lei, a investire su di lei, anche in prospettiva, procurandole danni.

Lugli si era rivolta al giudice per richiedere, giustamente, il pagamento non avvenuto di quelle poche migliaia di euro che le venivano ancora come residuo del suo contratto. La sua società sportiva, di tutta risposta, non solo si è opposta alla sua richiesta, ma ha perfino fatto ricorso chiedendole i danni.

Le hanno chiesto i danni! I danni perché è diventata mamma!

EM: È sorprendente!

FB: E la cosa che da avvocato mi ha sorpreso è che proprio un avvocato abbia sostenuto un abominio del genere.

La vicenda poi si è chiusa con un accordo, anche perché il problema è stato posto anche in Parlamento, assurgendo agli onori delle cronache. E tragicamente solo questo caso è finito così, data la visibilità ottenuta.

Ma questo ti dà il senso della deformazione che viviamo oggi, deformazione culturale prima ancora che giuridica: la legge raccoglie la cultura, la fa propria; io non sono un grande giusnaturalista, ma le regole devono essere condivise affinché se ne possa dare poi una disciplina normativa.

Il problema originale è talmente a monte che si è arrivati al punto di pensare che la maternità sia un disvalore, sia una causa di risarcimento danni! Sia un elemento ipotetico di pretesa risarcitoria! Sia un comportamento inadempiente rispetto ad un contratto! Ti rendi conto?!

EM: La maternità come un qualcosa che avresti dovuto decidere prima di firmare il contratto. Qualcosa che avresti dovuto comunicare precedentemente alla società sportiva, cioè al tuo datore di lavoro…

FB: C’è pieno di norme di diritto del lavoro che tutelano la maternità, addirittura prima del contratto, già nel colloquio preassuntivo: è vietato al datore di lavoro fare domande relative alla maternità o alla volontà di maternità della donna: è un reato.

E invece nello sport le donne sono considerate talmente… inferiori, viene da dire a questo punto, sotto il profilo valoriale, da legittimare datori di lavoro, federazioni e addirittura avvocati e giuristi a porsi nella posizione di contestare la maternità all’aspirante mamma quale inadempimento contrattuale, cioè una causa giustificata di risoluzione del contratto, cioè – in gergo colloquiale – un motivo sufficiente per licenziarla. Ti rendi conto?!

Questo è sintomatico in maniera molto forte, evidente, lampante, incontestabile, dell’arretratezza culturale della nostra società.

EM: E le discriminazioni nell’entità dei premi: come mai? Come è possibile?

FB: A parità di gara, uomini e donne sono diversi, sensibilmente, pur a parità di posizione raggiunta nella classifica finale. La motivazione che ti daranno è sempre economica. Perché gli uomini e le competizioni maschili hanno più visibilità e maggiori sponsor, e quindi se ne traggono maggiori profitti economici, e quindi possibilità di maggior ritorno per chi vince.

Ma la questione in questo caso andrebbe sollevata dagli uomini.

Perché i maschi che gareggiano nella stessa competizione con le donne dovrebbero chiedere che i loro premi vengano abbassati a vantaggio delle loro colleghe. Perché è la maggioranza che si fa carico dei problemi della parte di società discriminata.

EM: E peraltro, provocatoriamente, mi verrebbe da suggerire che qui il paradosso della discriminazione raggiunga il colmo: il numero delle donne è sempre maggiore di quello degli uomini nella nostra società!

FB: Ahah, certo! È ridicolo questo! …Ed è raccapricciante. È talmente paradossale che, per di più, ha l’aggravante di essere la cifra connotante, identitaria di un settore, lo sport, che invece si fregia di essere portatore di valori totalmente antitetici a quelli che invece si trova suo malgrado – o per propria volontà?! – a perpetrare.

EM: Lo sport si presenta come egualitario, meritocratico per eccellenza: la discriminazione è paradossale nell’essenza dello sport.

FB: Lo sport è scuola di vita. Ti dirò di più: io trovo meravigliosa l’introduzione nello sport delle categorie paralimpiche, per il concetto stesso che si riesce a manifestare vera uguaglianza, vera accessibilità, vera affermazione di questi valori universali.

Ma è possibile che in tutto questo l’Italia, che è tra le repubbliche democratiche occidentali che si fregiano di essere terra dei diritti, abbia invece in seno uno dei peggiori esempi di deformazione di questi stessi valori?!

EM: Perchè ti sei appassionato e hai deciso di fare anche il giurista in Assist? 

FB: È nato tutto un po’ per caso. Mi sono riaccostato allo sport solo dieci anni fa, e allora ne sapevo ben poco sotto il profilo giuridico. Si tratta proprio di quello che ho detto, cioè un settore in cui esiste un grande paradosso, del quale non parla nessuno e che invece vale la pena di affrontare.

Ci si ammanta di tanti nobili valori, ma lo si fa in maniera molto ipocrita, perché l’aspirazione della stragrande maggioranza dei gestori del settore – potremmo chiamarli così – è quella di avere visibilità, di avere potere, di gestire denaro. E quello del dio Denaro è il peggiore degli altari. Gli si sacrifica veramente tutto.

Questo è lo sport, tutto questo mondo di valori, che in teoria vengono proclamati a ogni pié sospinto, e invece sono poi distorti e calpestati: è questo che mi fa male, perché non se ne parla! Mentre in altri settori si è più onesti, nel negarli, è tutto più immediato, più comprensibile, più “pane al pane”: si dice “lo faccio perché devo guadagnare”, punto.

Invece nello sport si sostiene di fare grandi azioni per il bene universale, per la pace nel mondo, per l’eguaglianza e contro le discriminazioni. La Carta Olimpica è un testo meraviglioso, sembra di leggere la Carta dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino [a proposito della considerazione delle donne, ndr], contiene concetti splendidi, alcuni perfino commoventi.

E poi invece nella pratica dello sport italiano si vive questo divario di genere antitetico con gli ideali dello sport stesso. È proprio questo che mi ha animato: l’ipocrisia.

EM: Invece in altri paesi europei comparabili con l’Italia, come è la situazione delle donne nello sport?

FB: Incomparabile. L’Italia è un unicum in ambito europeo e americano. Anzi, addirittura in vari paesi non c’è nemmeno una legge settoriale che disciplina lo sport in ambito lavorativo, lo sport lavorato, il professionismo.

Perché non lo disciplinano? Perché non ce n’è alcun bisogno!

Se svolgi un’occupazione, dietro compenso, per mantenerti, quello è lavoro. Punto. Una volta che quella attività ha quelle caratteristiche, e che riesci a dimostrare che il tuo rapporto di lavoro si atteggia a rapporto di subordinazione, se anche il tuo datore di lavoro di fatto non ti vuole dare il contratto di lavoro, tu ricorri a un giudice che te lo riconosce immediatamente.

Non serve fare distinguo: semplicemente le norme di tutti gli altri lavoratori trovano automatica applicazione anche nel settore dello sport, ed è la formula adottata generalmente in quasi tutti i paesi. In alcuni una disciplina c’è, ma lì dove c’è non genera i paradossi italiani.

EM: La soluzione sarebbe smetterla di pensare che lo sport non sia un lavoro.

FB: Ecco. Ma come tanti settori. Ti posso parlare anche come Presidente della Fondazione Orchestra Sinfonica di Sanremo. “Sai, io suono il violino”, è una frase classica: “Sì, ma di mestiere cosa fai?!”, è la risposta, sempre. È un problema culturale innanzitutto, per tanti settori, soprattutto quelli artistici. Che è il male!

Anche lo sport è un’arte: è l’arte dell’autocontrollo delle maggiori abilità del corpo umano.

EM: Ed esprime nella misura maggiore le unicità proprie e irripetibili di ognuno di noi, la fisicità di ognuno di noi, è l’espressione autentica del corpo di ciascuno di noi.

FB: Tutte le forme d’arte hanno questa caratteristica: non vengono prese sul serio. Culturalmente si ritiene che tutti questi ambiti siano dei passatempi, degli hobby. Il che è un male. Soprattutto in un paese come il nostro, perché l’Italia ha un patrimonio storico e artistico tra i più elevati, antichi, immani al mondo, e ci metto dentro tutto: perché ci sta qualunque cosa dalle arti figurative alla musica,  dalla letteratura alla poesia, alla scultura, alle arti applicate, alla storia del paese.

La cosa triste è che di tutto questo non si faccia vero lavoro, e si consideri tutto questo come un fardello, un peso. In tutto ciò, includo anche lo sport, dove abbiamo delle ragguardevoli eccellenze! D’altronde è o no stato il 2021 l’anno dello sport italiano?

Rispetto a tutte le altre professioni, tecnicamente e culturalmente intese come tali, io credo che anche il patrimonio sportivo, anche nei suoi aspetti valoriali, potrebbe costituire per il paese una vera e propria fonte di ricchezza, non già solo per la qualità della vita di ciascuno e per la consapevolezza del proprio passato e del proprio futuro, ma anche per una ragione di convenienza economica.

Immagine di copertina:
wall:in media agency con illustrazione di Martina Spanu


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