Spin off del Divago Festival Genova Via del Campo

Una bandiera per svelarli, una bandiera per mostrarli, una bandiera per ascoltarli e in Via del Campo unirli

Lo spin off di Divago Festival: riattivare arte e relazioni intorno a una via che è quasi mezzo mondo, per generare riflessioni fuori dagli sche(r)mi.

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Cominciamo dalla fine: in un afoso pomeriggio di giugno 2021, tra le pareti bianco accecante della galleria d’arte Pinksummer, una radio vintage suona Vasco Rossi. Tre ragazze e un ragazzo: due si stanno confrontando tra di loro a bassa voce, la terza maneggia una macchina fotografica, il ragazzo è nella piccola sala attigua alla principale, evidentemente pronto a farsi catturare dall’obiettivo, avvolto in un enorme lenzuolo colorato.

Verde, rosso, bianco, giallo, nero: pare siano i colori di una serie di bandiere nazionali cucite assieme. 

Sto assistendo a uno shooting aperto al pubblico, le ragazze sono le tre del collettivo MIXTA, curatrici fluide che alle sedi e agli spazi espositivi convenzionali preferiscono il dialogo continuo e mutevole con il territorio genovese e ligure, in una formula davvero interessante che intercetta e vive il tessuto urbano, le sue molteplici e colorate identità sociali e sollecitazioni artistiche. 

Le bandiere del lenzuolo – sì, sono proprio bandiere! – sono rappresentative dei paesi originari dei commercianti di quella via del Campo resa celebre da De André, una Babele carica di contraddizioni e pregiudizi difficili da scardinare.

Uno spazio di sfumature e sovrapposizioni, di linguaggi, profumi e odori di mondo che si mescolano; suggestivo, forse perfino folkloristico, per un qualche crocerista di passaggio, nella sua fauna variopinta, a tratti caotica e disordinata. Nodi da sciogliere, distanze da colmare o vicinanze da evidenziare e portare in luce, squarci da ricucire, possibilità. 

Un passo indietro, allora.

Nell’ottobre del 2019, la prima edizione di Divago: MIXTA dà vita a un festival di arte pubblica con il proposito di arricchire socialmente e culturalmente via del Campo a partire dal quartiere stesso e da chi lo vive, con una serie di operazioni artistiche pensate per generare incontro con e tra la comunità locale e la cittadinanza in generale.

Il pubblico è centrale, deve avere l’occasione di interrogarsi rispetto a un’identità urbana cosmopolita.

Attraverso una open call indetta in collaborazione con la galleria d’arte Pinksummer, vengono selezionati otto progetti di collettivi e artisti/e under 35. Tra le partecipanti e i partecipanti ci sono anche i genovesi Stefano Boccardo e Alessandro Bruzzone che insieme realizzano un lavoro tanto semplice quanto potente: nel corso degli anni, in via del Campo, a diversi negozi storici si sono sostituite realtà commerciali che parlano lingue “lontane”.

Fuori dagli ingressi e dalle vetrine di varie attività vengono così installate quaranta bandiere, simboli materiali che rendono immediatamente visibile e inequivocabile il fitto mix di provenienze geografiche dei loro proprietari. 

Quella prima edizione di Divago si conclude con un’azione di grande forza visiva e comunicativa: le bandiere vengono raccolte e cucite tutte insieme presso la sartoria locale “Black Africa” di Serge, giovane professionista della Costa D’Avorio; il risultato è un unico ampio tessuto colorato.

Un collage di storie, in realtà, che va ben oltre la pura restituzione della ricca composizione etnica del luogo e stimola una riflessione sul rapporto cittadinanza-città-intercultura. Issata al quarto piano di un palazzo che affaccia su Piazza del Campo e fissata con delle mollette al filo per stendere i panni, l’enorme bandiera di bandiere svolazza e sembra dire: “ecco quanto mondo può stare in una stretta via.”

Il 2020/21 è dominato dal covid e dalle incertezze, ma Divago non si ferma: a febbraio 2021 vengono organizzate residenze d’artista per consentire alle artiste e agli artisti coinvolte/i nel progetto di entrare in una stretta e viva relazione con via del Campo (ne abbiamo parlato qui); successivamente, in preparazione della seconda edizione del festival, slittata a fine settembre 2021 (23-26 settembre), uno spin off riattiva l’opera-bandiera e la trasforma ancora, portando idealmente la storica via del centro genovese fuori delle sue mura ed entro le pareti chiare, minimaliste e luminose di Pinksummer. 

Eccoci di nuovo dove questo articolo è iniziato, a giugno 2021

Il ragazzo viene fotografato mentre interagisce fantasiosamente con l’enorme bandiera di bandiere e in sottofondo la radio trasmette una bizzarra playlist musicale.

Non è un fatto accessorio, quest’ultimo: la musica è il risultato di un’indagine informale condotta dalle curatrici in via del Campo. “Che musica ascolti? Quale canzone ti piace?” è stato domandato alle residenti e ai residenti del quartiere.

Succede così che, durante lo shooting, a Rita Pavone possa casualmente seguire una lettura del Corano. E a trasmettere canzoni è una vecchia radio, oggetto significativo anche per il suo implicito rimando a un altro lavoro della prima edizione del Festival: nel 2019 l’artista cinese Pengpeng Wang ne installava ben 28 all’interno della chiesa di San Marcellino affinché i suoni emessi, governati da un pubblico attivatore, si sovrapponessero e creassero un’atmosfera suggestiva e sempre diversa, fatta di scontri-incontri-strati sonori.

C’è la radio sul pavimento, da Pinksummer, e c’è anche un pezzo di carta su cui sono indicate la longitudine e la latitudine di via del Campo. Si tratta di un pezzo da un’altra opera, Latitude, Longitude, di Simona Eva Saponara, che non possiede più la natura territoriale e diffusa della prima edizione di Divago ed è ora trasferita in galleria.

È uno spostamento materiale (dell’oggetto-pezzo di carta) e insieme immateriale-concettuale (dello spazio urbano). Via del Campo entra a Palazzo Ducale: per tante ragioni –economiche, culturali, demografiche, urbanistiche, sociali – i pochi metri che la separano da Piazza Matteotti hanno un peso consistente. 

Lo spin off di Divago è sì relazioni e identità, ma anche spazialità.

E infatti si dà delle coordinate, si geolocalizza, alla longitudine e alla latitudine aggiunge l’abitudine come derivata dal latino habitus. Gioco di radici lessicali ed etimologiche.

Abitare come assunzione di abitudini precise, nate dalle nostre interazioni con l’ambiente che ci circonda. Luoghi, corpi, costumi, usi si intrecciano. È una storia molto antica e sempre contemporanea. 

La bandiera di bandiere è gioco di espressioni e comunicazione, è stata performance, con la poetica fase di cucitura, metaforica saldatura delle fratture o conciliazione delle diversità, è stata happening, con la partecipazione collettiva e condivisa al momento in piazza, e poi ancora performance, guidata ma libera, in galleria.

Io stessa mi ritrovo avvolta dalla pesantissima bandiera multiculturale, non so cosa farne, se indossarla, se giocarci, se sdraiarmi su di essa, se tentare la strada del messaggio politico e sociale o quella dell’estetica. A me la libertà. 

È un’esperienza che non resta in superficie ma scava in profondità, perché quella bandiera è ogni volta più carica, ha raccolto, occasione dopo occasione, sensazioni e vita umana. La riattivazione dell’opera, insomma, è molto più di una sua banale riproposizione; è un passo successivo che chiede alle persone di interpretare, di vivere e di attivare nuovi significati.

Non tutti/e gli/le abitanti e i/le commercianti di Via del Campo sono da Pinksummer, quel pomeriggio.

Molti e molte di loro sono stati intercettati/e la mattina stessa, nei vicoli e nelle piazzette che abitano e frequentano, poiché molto continua ad accadere in strada, come testimoniano le foto che le ragazze di MIXTA (Arianna Maestrale, Silvia Mazzella e Giulia Ottonello) mi mostrano in anteprima.

Rimane comunque intrigante il passaggio, il movimento, lo spostamento temporaneo dell’arte da fuori a dentro, dalla città viva e quotidiana alla cornice più istituzionale e tradizionalmente deputata ad essa (forse, in qualche misura, percepita anche come meno accessibile da un pubblico generalizzato) della galleria. 

Sembra quasi un viaggio oltre il confine, per la bandiera di mondi e per noi; un viaggio che comunque dura poco, solo qualche ora di un pomeriggio che anticipa l’estate.

Sta anche e forse soprattutto qui il fascino di questo spin off, un termine che, d’altronde, è letteralmente traducibile dall’inglese con “girare fuori” (all’aperto? fuori dai caruggi?).  E “to spin” è anche filare, nell’ambito della lavorazione tessile. Un cerchio che si chiude? Il mondo frammentato ricucito una volta per tutte?

No, un cerchio che si apre. E intanto attendiamo con curiosità la seconda edizione che sarà.

Immagine di copertina:
Foto di MIXTA


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Storica dell’arte e curatrice, scrive per la rivista d’arte “Juliet”, lavora nel settore comunicazione di Ce.Sto e Giardini Luzzati e per la redazione di Goodmorning Genova. Co-fondatrice di Progetto A (associazione che ha realizzato progetti di curatela e promozione artistica). Sempre attenta all’attualità, con una forte vocazione per il sociale, mente aperta e curiosa, cinefila e accanita lettrice. Femminista. Viaggia spesso, vive di arti e di relazioni sociali. Scrive, scrive, scrive -sempre, ovunque, comunque.

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