Natale

Quale natale per i millennials?

Siamo i millennials, emigrati per far carriera, più o meno lontano. Siamo coloro che passeranno il Natale soli. Ci va bene, ma smettete di dirci che sarà un Natale felice.

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“Un natale sobrio, non significa un natale triste!” è l’aforisma più condiviso di questo inverno 2020: una frase ricca di speranza, riflessioni sui valori, sull’importanza dell’amore in famiglia, sulla bellezza delle piccole cose.

Se appartieni alla generazione dei millennials (nati tra il 1981 e il 1996) il discorso cambia, e non poco.

Prendiamo in esame una forbice più stretta, ad esempio chi ha tra i 24 e i 30 anni, confidando utopicamente che chi si trova alle porte degli -anta sia già il possesso di una propria famiglia (preferibilmente in stile Mulino White).

Fino a quando vivi a casa con mamma e papà forse ti salvi: questa potrebbe essere l’occasione per riflettere su quante e quali cose desideri per il tuo futuro famigliare, pensare a quanto sei fortunato a poter abbracciare i tuoi genitori il giorno di Natale, capire che davvero basta poco per passare serenamente le feste. Non ti importa più di chi, fino a ieri, ti chiamava bamboccione, ti additava come un ragazzo poco choosy, ti denigrava perché mamma ti stirava le camicie. Tu hai tutto in questo Natale! e se col tuo stipendio riesci a sopperire, anche in minima parte, alla cassa integrazione mancata dei tuoi genitori, ti senti finalmente come qualcuno che può ripagarli di tutti gli sforzi e i sacrifici fatti per crescerti.

Poi c’è tutta quella fetta di millennials che, qualche anno fa, ha fatto le valigie per andare a far carriera a Londra o Berlino, convinta di poter finalmente avere una chance in un paese più meritocratico del nostro. A qualcuno è andata bene, altri sono tornati a casa e ora vivono con mamma e papà, poi c’è chi ha capito che tutto il mondo è paese ed è tornato in Italia con la valigia carica di voglia di fare e, infine, quelli che dopo 4 anni sono ancora dietro il bancone di un fast food a vendere panini e la sera tornano a dormire in una stanzina con la moquette che profuma di malattie veneree e sogni infranti, rimpiangendo di aver rifiutato quel posto da facchino a Barletta.

A loro va peggio: risparmiavano tutto l’anno per potersi permettere un volo nel periodo natalizio, se non ci fossero riusciti avrebbero passato tutto il 24 dicembre su un autobus, per poter finalmente tornare a casa, almeno a Natale, per riabbracciare una famiglia che li aspettava con le lacrime divise a metà: un po’ la gioia di rivederli, un po’ la consapevolezza che sarebbero ripartiti.

Per loro questo Natale non sarà sobrio e felice. Saranno soli, magari non tristi, ma sicuramente si sentirà la mancanza di qualcosa (almeno il sugo della nonna o, in alternativa, del negozio sotto casa).

Chiaramente non c’è sempre bisogno di andare nelle capitali europee per tentare carriera, molti di noi si sono accontentati della città più vicina: 80 km da casa ci sembravano pochi quando abbiamo deciso di trasferirci; sono abbastanza per sentirsi indipendenti e ricchi di chance nuove, ma abbastanza pochi per sfrecciare in autostrada alla prima chiamata di emergenza. 

Tutti noi millennials dello stivale, emigrati più o meno lontano, all’epoca della decisione non avevamo tenuto conto di un concetto che ci sembrava obsoleto e effimero: i confini.

È ovvio che i confini sono sempre effimeri, frutto di consuetudini umane, soggetti a possibili cambiamenti: sono un’invenzione. Resta il fatto che oggi pesano. Oggi sono muri alti e impenetrabili.

Tutto pensavamo, fuorché all’ipotesi di sentirci a Berlino-Ovest nonostante fossimo a Isola del Cantone, con un muro sorvegliato da sentinelle impersonate dalla nostra coscienza civica, con fucili caricati a pallettoni di responsabilità individuale che sparano pensieri forti, che al posto del fragore della polvere da sparo fanno riecheggiare tra i monti una voce che dice “e se la nonna si ammala per colpa tua?”.

I millennials non sono bambini, ma vivono il Natale come se lo fossero ancora. Le feste sono magiche e speciali quando ci sono creaturine trepidanti di attesa per l’arrivo di Babbo Natale, e se i tuoi bambini non ci sono (o non ne vuoi, o non li avrai) allora il bambino sei tu.

Sei tu perché nella tua mente è vivo ed è presente; non importa se hai trent’anni e non credi più al panzone rosso, sono i tuoi ricordi che rendono il natale magico, è l’albero in salotto (sempre lo stesso, sempre un po’ più scianco) esattamente lì dove è sempre stato, è la mancanza della tua pallina preferita che il gatto ha fatto cadere nel 2004, è il profumo della pentola di besciamella che la mamma ti lasciava da “pulire” col cucchiaino, è il servizio buono da cercare in fondo alla credenza.

Natale per un trentenne è ricordi, ricordi che le persone e il contesto rendono vivi e presenti. 

Quest’anno per noi non sarà un Natale sobrio e felice, sarà una giornata passata soli, cercando di ricordare tutte queste cose in un contesto privo di appigli mnemonici, facendo finta che una videochiamata colmi quelle assenze che magari avevamo tristemente ipotizzato man mano che i parenti invecchiavano, ma mai tutte insieme.

Se abbiamo la fortuna di convivere con le nostre dolci metà non saremo soli, avremo la possibilità di fare un test del primo Natale nella nostra nuova famiglia, ma avremo la responsabilità di accogliere e consolare la tristezza che busserà ad entrambe le porte delle nostre menti; proveremo a cucinare un cenone per due, mettendo insieme ricette dei menù delle nostre due famiglie, bruciando la metà delle teglie, sbagliando platealmente le quantità dando vita a montagne di avanzi da mettere nei tupperware, ci ostineremo a preparare per cena i tortellini in brodo, come faceva la nonna, e non li mangeremo perché saremo ancora sazi dal pranzo, come facevano tutti gli altri commensali.

Ci proveremo.

Non valicheremo i confini passando per dimenticate stradine di montagna, non ci faremo prendere dalla tristezza.

Useremo questo Natale per capire quanto siano importanti le persone che amiamo e quanto sia bello poter passare le feste con le proprie famiglie. Sarà un Natale utile, ma smettete di dirci che sarà un Natale felice!

Immagine di copertina:
Foto di Derek Arguello


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Piemontese adottata con successo dalla Superba. Storica dell’arte contemporanea. Le sue ricerche principali riguardano i falsi quadri di Modigliani, cominciando dallo scandalo genovese del 2017, per questo motivo è convinta che il fantasma del pittore bohémien vegli su di lei incasinandole la vita.

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