Nietzsche a Genova

“Qualcosa di proprio, e niente più di estraneo” Sul Nietzsche genovese

Il filosofo Friedrich Nietzsche visse Genova, il suo mare, i suoi abitanti con una straordinaria intensità, che merita di essere ricordata.

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La prima volta che Nietzsche scrisse pubblicamente di Genova, la sua conoscenza della città risaliva a due anni prima. Un incontro fugace, attanagliato da un atroce mal di testa, eppure capace di restituirgli l’immagine vivida di un luogo che risuona di complessità, di ambivalenze leggere e onesti paradossi, e in cui la vita scorre di modo da costringere al pensiero ma, insieme, a qualcosa come una piena serenità.

Serietà nel gioco – A Genova verso l’ora del crepuscolo sentii provenire da una torre un lungo scampanare: non voleva fermarsi e suonava, come insaziabile di se stesso, alto sopra il rumore dei vicoli nella sera e nell’aria di mare, così orribile, così infantile insieme, così malinconico. Allora pensai alle parole di Platone e all’improvviso le sentii nel cuore: tutto ciò che è umano non è, nel complesso, degno di essere preso troppo sul serio; eppure – –

Umano, troppo umano, I, §628
Nietzsche a Genova
Vicoli di Genova. Foto di Greta Asborno

La serietà del gioco o, che nella lingua tedesca è lo stesso, del suono cui questo brano allude è per il filosofo tedesco qualcosa come la speranza di non dover costantemente soffrire, né per via del dolore cronico che già allora e fino alla fine caratterizzerà la sua vita, né per colpa delle delusioni che le relazioni umane non cessano di infliggergli.

Alla ricerca di una superficialità che lo ponga al riparo dalla sua profondità, Nietzsche non solo costruisce fiumi e labirinti di inchiostro, che poi ricompone in opere ricchissime e vitali, ma viaggia, cammina, scopre. È il suo vagabondare a portarlo lontano dalla terra tedesca, natìa ma non patria, e ad attrarlo verso il sud dell’Europa, con le sue possibilità di luminosi e nuovi orizzonti. E, ogni volta, il tentativo di fare dei suoi soggiorni temporanei una casa, un rifugio, un luogo da poter dire proprio o, almeno, da riuscire a sentire affine.

Questo è stata Genova per lui, un angolo di terra cui far ritorno, finché ritornare non poteva più essere abbastanza.

Com’è noto, dopo quel primo passaggio, Nietzsche fece della nostra città il suo ritiro per i mesi invernali, dal 1880 al 1882, per poi spostarsi nel levante cittadino, a Santa Margherita e a Rapallo, nell’inverno successivo e infine abbandonare il genovesato per Nizza, salvo far ritorno a Ruta nel 1886, per comporre le prefazioni di Aurora e Gaia scienza.

Proprio queste due opere contengono le parole più limpide e vere sulla forza travolgente con cui Genova ammalia i propri ospiti, rendendole giustizia molto più di quanto non riesca la solennità del tanto citato Petrarca.

Politeama Genovese
Il teatro Politeama, dove Nietzsche ascoltò per la prima volta la Carmen di Bizet, nel novembre 1881. Foto di Greta Asborno

Nella prima il filosofo fissa lo sguardo sul mare e lascia che il pensiero ammutolisca per la sua potenza, imparando la propria limitatezza e imparando soprattutto a oltrepassarla, per scoprire nuovi mondi, anche laddove il navigare è privo di bussola e terraferma, anche quando l’orientamento deve essere tratto da sé e messo alla prova, ogni volta di nuovo, ogni istante daccapo.

“Qui è il mare, qui possiamo dimenticare la città. È vero che proprio ora le campane dell’Ave Maria rumoreggiano ancora – è quel rumore cupo e folle, ma dolce, all’incrocio tra giorno e notte –, ma ancora soltanto per un attimo! Adesso tutto tace! Il mare giace qui pallido e splendente, non può parlare. Il cielo inscena il suo eterno, muto spettacolo serale con colori rossi, gialli, verdi, non può parlare. I piccoli scogli e le pareti di roccia, che corrono dentro il mare, come per trovare qui il luogo dove si è nella massima solitudine, nessuno di loro può parlare. Questa immenso mutismo, che ci assale all’improvviso, è bello e spaventoso, il cuore se ne gonfia”
(Aurora, V, §423)

È in Gaia scienza che queste sfide esplodono nella loro grandezza di fronte all’elaborazione, ancora impossibile, del lutto per la morte di Dio.

E proprio qui, un brano titolato semplicemente Genova, lascia comprendere quanto Nietzsche sia stato, anche, genovese. Non uno della nostra terra, bensì uno del nostro mare. 

Sarebbe ora che di fronte a tanta profondità di legame si abbandonasse la superficialità con cui Genova ha fatto i conti con la memoria di questo straordinario navigatore della filosofia. Sarebbe ora di dar concretezza alle richieste avanzate nel tempo, da ultimo nella mozione che include le firme del consigliere Alberto Cattaneo e degli avvocati Filippo Biolé e Giulio Montalcini, per apporre una targa in memoria di una delle sue più note abitazioni (Salita delle Battistine 8, interno 6), così come compare in molti altri luoghi della sua vita, tra cui la vicina Rapallo.

Potremmo forse allora accogliere il desiderio del Nietzsche genovese, 

un uomo per sé, che conosce il mare l’avventura e l’Oriente” e che “vorrebbe, con una mirabile sottigliezza della fantasia, dare ancora una volta nuove fondamenta a tutto questo, almeno nel pensiero, sopra posarvi la mano e dentro il suo senso – fosse anche soltanto per l’attimo di un meriggio assolato, quando la sua anima insaziabile e melanconica si sente per una volta sazia, e ai suoi occhi osa mostrarsi solo qualcosa di proprio, e niente più di estraneo.
(Gaia scienza, IV, §291)

Immagine di copertina:
Passeggiata Anita Garibaldi, Genova. Foto di Greta Asborno


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Dottoressa di ricerca in Filosofia, si occupa di pensiero nietzscheano, pop-filosofia e filosofia del corpo, temi di cui scrive e parla tantissimo. Insegna Filosofia e Storia al Liceo Mazzini di Genova. Studia danza classica da sempre. Nel 2018 è diventata mamma e da allora è inarrestabile.

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