A Borgo

A Borgo!

Milena e Gregorio sono tornati dal loro viaggio nell’Appennino. “A Borgo”: 28 giorni e 16 tappe per un viaggio lento alla scoperta del territorio.

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Partenza il 21 settembre in treno da Genova. Direzione Arezzo. Da lì a piedi passando per Gualdo Tadino, Chiaserna, Colfiorito e in fine Norcia, Castelluccio e i monti Sibillini. Gregorio e Milena, studenti ventiquattrenni di Genova, ritornati in patria dopo anni passati tra Milano e l’Olanda, hanno deciso di intraprendere un viaggio particolare. Un viaggio a piedi alla scoperta di terre da molti dimenticate, per ascoltare le storie di chi le abita e le ragioni di chi ha deciso di restare o di tornare. L’obiettivo è quello di vedere da vicino l’alternativa alla vita a cui siamo sempre stati abituati vivendo in città, ma dai loro racconti ho subito capito che in realtà stavano per tornare con molto di più. Ecco la storia di A Borgo!

Ho saputo del loro progetto qualche settimana prima della loro partenza, e avevo già in mente di raggiungerli per qualche giorno e di unirmi al loro cammino.

Li ho incontrati alla loro tappa finale, a Castelluccio di Norcia, dove mi sono fatta raccontare il loro viaggio, le storie che hanno ascoltato durante il cammino e quello che volevano portare avanti una volta tornati a Genova. 

Per noi cittadini, abituati a ritmi frenetici, la campagna è quella che ci raccontava Gilberto Govi (leggi l’articolo di wall:out Gilberto Govi e l’arte di far ridere genovesi e “foresti”). E quindi andiamo in villa per lo più per fare una passeggiata, andare alla ricerca di porcini o mettere le gambe sotto al tavolo di una bella trattoria. In realtà, vivere e lavorare in campagna è ben altro. E questo è quello che Gregorio e Milena mi hanno raccontato del loro viaggio. 

Spopolamento

Questa è stata la parola più frequente nei nostri discorsi. Mi hanno raccontato di paesini che col tempo sono diventati completamente disabitati e di valli ormai deserte con borghi abbandonati e terreni incolti. Abbiamo parlato degli effetti del turismo stagionale e di lusso che talvolta danno il colpo finale a comunità che crescono e si costruiscono solo ed esclusivamente attorno ad eventi che occupano giusto due o tre mesi nell’arco di un intero anno.

Ho letto le testimonianze raccolte nel loro Diario di Borgo e le storie delle persone che scelgono di continuare ad investire sul loro territorio. Abitare questi luoghi è un po’ come essere custodi di un segreto. Secondo la FAO, nel 2050 il 75% della popolazione mondiale vivrà nelle città. Settantacinque percento. Stanno scomparendo, così come i partigiani, i testimoni di un’altra resistenza. E con loro scomparirà la tradizione e la cultura di questi posti. L’arte di intrecciare cestini di vimini, di mungere cento pecore la mattina e altrettante la sera, l’arte di conoscere ogni aspetto della terra su cui poggiamo i piedi, di sapere come accudirla e come trattare le risorse che ha da offrire.

A Borgo
Greg e Milli insieme a Maurizio, proprietario dell’Agriturismo Frigino. Foto dal profilo Instagram di A Borgo 

Milli e Greg mi hanno raccontato del loro incontro con Maurizio, ritornato dopo diversi anni a Scalocchio, nella provincia di Perugia, il paese dove è nato e cresciuto fino all’adolescenza e che poi ha lasciato, trasferendosi in città insieme alla sua famiglia.

Fino agli anni ’70 la valle ospitava 120 famiglie di contadini, ma adesso è completamente deserta. È l’abbandono la vera condanna di questi luoghidice Maurizio che ha deciso di tentare di ripopolare il borgo a partire dal suo casolare a Frigino. Maurizio, così come molte altre persone che i ragazzi hanno incontrato lungo il cammino, ha deciso di andare contro corrente, di tornare a casa e di dare una seconda possibilità a questi luoghi abbandonati.

Una scelta coraggiosa contando che gli scenari presenti e futuri sono tutt’altro che incoraggianti.

Le ragioni per cui molti scelgono di abbandonare questi luoghi sono molteplici e oggi, secondo Slow Food, il 77% dei comuni dell’Appennino vive il fenomeno dello spopolamento. Gli abitanti  di questi territori invecchiano sempre di più e questo porta inevitabilmente a una forte crescita dell’abbandono colturale, con impatti immensi sulle economie e sulle comunità di questi territori. 

A Borgo
A Borgo insieme a Lorenzo, ideatore di Bosco Torto. Foto dal profilo Instagram di A Borgo

Comunità

Nel mio palazzo a malapena conosco il nome del mio dirimpettaio. Durante il lockdown quel senso di comunità e di vicinato si è fatto un po’ più vivo. Ma in poco tempo tutto è tornato uguale prima, come se niente fosse. In una dimensione di campagna e di paese la cosa è ben diversa.

Me lo racconta anche mia nonna che nel paesino di campagna dove è cresciuta conosce tutti. Ci sono la Renata la Bruna, le due sorelle che gestiscono il negozio di alimentari del paese. Il Pino, che abita lungo la salita verso la chiesa. Il Bambi, che quando ero bambina passava le giornate seduto su una panchina a guardare le macchine che passavano. Ecco, nonostante ormai non mi capiti più di stare per periodi lunghi in quel paesino di campagna, comunque conosco più persone che abitano lì di quelle che abitano nel mio palazzo. È assurdo a pensarci. 

Ovviamente il concetto di comunità non si limita solo a conoscere le persone che vivono vicino a casa mia. Significa supporto, mutuo aiuto, collaborazione.

Durante i giorni in Umbria siamo andati a visitare l’azienda agricola Bosco Torto. È stata un’esperienza davvero arricchente, sotto ogni punto di vista. Lorenzo, uno degli ideatori del progetto agricolo, ci ha raccontato come sia fondamentale creare una rete con gli altri produttori locali per la sopravvivenza di ciascuna attività. Fondamentale ma contemporaneamente naturale, quasi immediato.

“C’è una ragazza in fondo alla valle che tiene delle api. – dice Lorenzo – Avevo capito che la produzione non le permetteva di coprire tutti i costi, così le ho proposto una collaborazione, in modo da poter garantirle di continuare la sua attività, assicurandomi allo stesso tempo una piccola scorta di miele”.

Una soluzione semplice, efficace e collaborativa. Il mutuo aiuto può essere importante a livello individuale, ma diventa fondamentale nel momento in cui si porta avanti un’attività con valori ben precisi. 

La Norcineria di Giorgio Calabrò a Visso. Foto dal profilo Instagram di A Borgo

Tradizione

Il tema della protezione della tradizione è stato centrale all’interno dei tanti discorsi fatti con Lorenzo. Ci ha parlato di come insieme a Ilaria, compagna di vita e anima del progetto Bosco Torto,  abbiano iniziato a coltivare zafferano dopo aver scoperto, tramite antichi scritti del 1200, che i terreni della valle erano “ricoperti di fiori viola di zafferano”

Ci ha raccontato del recupero di semi antichi e quasi unici di mais e di ceci rossi trovati da una famiglia di contadini della valle. Ci ha spiegato l’importanza delle colture tradizionali per la protezione del patrimonio culturale di questi territori:

La commercializzazione di prodotti e l’abbandono delle tecniche tradizionali distrugge il valore di queste zone. La vendita di prodotti che non appartengono veramente al territorio ma che vengono venduti come tali, mette in pericolo la nostra autenticità”.

Lorenzo fa riferimento ai tanti mercatini che nei paesi più turistici espongono in massa prodotti come i “coglioni di mulo”, o le “palle del nonno”salumi e insaccati che non hanno assolutamente nulla di tradizionale, ma che accontentano il turista che se ne torna a casa con prodotti da italiano medio che sicuramente faranno ridere lo zio al pranzo di Natale. 

Milena e Gregorio raccontano anche come la stessa logica abbia anche portato Giorgio Calabrò, norcino di Visso, a dover rinunciare all’IGP per il suo ciauscolo (che chiama infatti Vissuscolo) per via del mancato allineamento alle linee guida IGP, che in questo caso avrebbero richiesto anche l’utilizzo di sostanze chimiche e un conseguente allontanamento dal metodo di produzione tradizionale.

Un meccanismo di mercato che fa davvero vedere il paradosso della società in cui viviamo.

Insomma, tutte queste trovate non aiutano per niente un’economia che è già stata messa in ginocchio dal terremoto. – ci spiega Lorenzo – Se vogliamo rialzarci davvero, dobbiamo continuare a portare avanti la nostra tradizione, la genuinità e l’autenticità dei nostri prodotti, per fare conoscere la nostra storia attraverso il nostro territorio”.

Uno degli striscioni appesi alle finestre di Norcia. Foto dal profilo Instagram di A Borgo

Terremoto

Molte delle zone che Greg e Milli hanno visitato erano zone terremotate. Visso, Castelluccio di Norcia, Ussita, Arquata del Tronto. Tutte le persone con cui hanno parlato hanno raccontato due storie differenti: quella prima e quella dopo il terremoto.

Già arrivando in macchina a Norcia, nonostante il buio, ci siamo accorti di quanto le ferite lasciate dal terremoto del 2016 fossero ancora evidenti. Abbiamo visto paesi completamente distrutti e trasferiti nelle Soluzioni Abitative di Emergenza (SAE). Parliamo di più di 30 mila persone che da più di tre anni vivono in container e bungalow, in aree dove d’inverno le temperature scendono tranquillamente sotto lo zero. Soluzioni che tra l’altro sono state pensate con una logica lontanissima dalle caratteristiche del territorio e dalle necessità dei suoi abitanti.

Ilaria è la proprietaria dell’azienda agricola Brandimarte, vicino a Norcia. Ci racconta di come gli impianti di riscaldamento siano completamente inadatti alle basse temperature dei luoghi e di come le infiltrazioni di acqua piovana peggiorino ulteriormente la situazione. Ennesima dimostrazione del fatto che spesso le soluzioni che vengono calate dall’alto non tengono minimamente in considerazione le necessità reali e pratiche dei destinatari.

Ogni tanto qualche politico arriva, ma fa una foto e va via subito. È solo una mossa di propaganda politica”. 

Mentre dice queste parole io mi sento quasi in colpa.

Siamo quattro genovesi ad ascoltare quello che ci racconta. Non riesco a non pensare al ponte Morandi, a come nel giro di due anni sia stato ricostruito aggirando qualsiasi tipo di cavillo burocratico che in Italia avrebbe allungato i lavori per minimo un decennio. Queste persone, nel frattempo, continuano a vivere nelle SAE.

La logica che sta dietro a questo tipo di gestione è sempre la stessa: interessi economici e politici. Da un lato una città con un’economia forte e centrale per il paese, un porto da cui passano milioni di merci e prodotti che vengono distribuiti in tutta Italia e nel resto dell’Europa. Dall’altro paesini che, sì certo, sono dei gioiellini architettonici e patrimonio culturale, però sticazzi, tanto poco a poco la gente si dimentica. 

E sembra davvero che sia andata così, che la gente e la politica si siano completamente scordate di questi posti.

Camminando per le strade di Norcia vediamo una marea di striscioni appesi ai terrazzi.

“Se non ci ha ammazzati il terremoto, ci ammazzerà il sistema”“Senza ricostruzione addio popolazione”, “2016-2019. Tre anni di passerelle e chiacchiere”. “Sbloccate la ricostruzione, siamo stati dimenticati”. 

I paesi continuano ad essere disabitati e le attività commerciali che sono riuscite a sopravvivere sono state spostate in piccoli edifici prefabbricati. La conseguenza è la distruzione del tessuto sociale, mentre le piccole imprese locali e i negozi pagano doppiamente il prezzo del terremoto.

Dal 2016 poi, i turisti sono diminuiti in maniera drastica, ma anche la popolazione locale, trasferitasi nelle SAE a qualche chilometro dal centro delle città, non gira più per le strade del centro lasciando i paesi completamente deserti. 

Le macerie a San Pellegrino, Norcia. Foto di Giulia M.

Sostenibilità

Mentre Greg mi racconta le ragioni dietro al progetto “A Borgo”, è inevitabile il riferimento alla pandemia. Da marzo abbiamo visto cadere questo velo di Maya che nascondeva ai più la portata delle disuguaglianze e delle ingiustizie proprie della società in cui viviamo. “A Borgo” è nato dal bisogno di approfondire le ragioni alla base di questi paradossi sociali e dalla curiosità di scoprire quale sia l’alternativa.

La cosa più interessante che ho capito parlando con Greg e Milli è che, durante il loro viaggio, la maggior parte delle persone che hanno incontrato erano giovani. La cosa non mi stupisce. 

Siamo la generazione che più di tutte è consapevole di cosa c’è in gioco e contemporaneamente la generazione che più di tutte sta crescendo nell’incertezza e nella precarietà.

Da quando siamo nati, la nostra esistenza è stata scandita da un susseguirsi di crisi. Crisi climatica. Crisi economica. Crisi di governo. E adesso pure la crisi pandemica. Io non so quale sia la soluzione, però credo che da tutti questi progetti sia possibile trarre degli insegnamenti importanti. 

Il valore delle relazioni con le persone, con l’ambiente che ci circonda e con la natura. L’importanza di porre la nostra esperienza di vita all’interno di un contesto più ampio, fatto di comunità, territorio e collaborazione. L’urgenza di ritornare a questi valori e di diventarne portatori per garantire alle generazioni future le stesse opportunità che abbiamo noi adesso.

Ovviamente qualcuno potrebbe dirmi “grazie zia per questo bel pippotto di retorica”. Ok vero. Però credo che l’esperienza di Greg e Milena ci insegni proprio che passare dalla retorica ai fatti può anche essere semplice e poco dispendioso. Non penso che la loro sia stata un’esperienza rivoluzionaria, ma credo che il valore di “A Borgo” sia proprio questo: fornire a tutte e a tutti una chiave di lettura in più. 

A Borgo
Il logo di A Borgo. Foto dal profilo Facebook di A Borgo

Il progetto “A Borgo” non finisce qui. Le idee sono ancora tante e sicuramente sentiremo ancora parlare di loro.

Fare parte, anche solo per qualche giorno, di questo viaggio, mi ha fatto capire che in effetti una scelta la abbiamo e che possiamo davvero uscire da questo sistema e crearci la stabilità che non ci ha saputo dare la società che ci ha cresciuti.

I mezzi per farlo ci sono. Insieme a Gregorio e Milena ci siamo chiesti se effettivamente un giorno decideremo mai di cambiare vita, nessuno di noi è riuscito a darsi una risposta, ma sapere che possiamo farlo e che abbiamo scelta, sicuramente ci tranquillizza. 

Immagine di copertina:
Gregorio e Milena, ideatori del progetto “A Borgo!”. Foto di Milena Fantoni


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Anima in pena e girovaga. Genovese di nascita e di indole, studia a Bologna Relazioni Internazionali e cerca di sfuggire alla noia mangiando e stando all’aria aperta. E’ nata nell’epoca sbagliata, ascolta solo cantautori morti e adora le carte e le sagre. Scoprire posti nuovi è la cosa che più la entusiasma.

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