Contagi

Prevenzione dai contagi ed ecosostenibilità: Non tutti possono essere green

I cambiamenti delle nostre abitudini per prevenire i contagi spesso non sono ecosotenibili. È arrivato il momento di preoccuparsene? Forse no, parola di un “soggetto fragile”.

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Mascherine, lavaggio delle mani e distanza di sicurezza: tre semplici accorgimenti che, se applicati da tutti, dovrebbero ridurre le possibilità di contagi. Consequenzialmente ad essi si dispone sul tavolo una serie di cambi di abitudini che hanno coinvolto la popolazione.

Partiamo dalle mascherine

La mascherina chirurgica è tutt’ora il D.P.I. (Dispositivo di Protezione Individuale) maggiormente consigliato e diffuso. Questo piccolo pezzo di tnt (tessuto non tessuto) non è riciclabile. L’uso corretto di questo dispositivo prevede una durata limitata, quantificabile in circa 4 ore, di conseguenza durante una normale giornata lavorativa ogni individuo dovrebbe adoperare almeno 2 mascherine, idem per gli studenti. 

Dando per scontato (in un mondo utopico) che tutti smaltiscano correttamene le proprie mascherine, resta di fatto evidente che il consumo massivo di questi dispositivi tra una popolazione di 60,36 milioni di abitanti genera un quantitativo di rifiuti consistente nel nostro paese.

Molti hanno preferito utilizzare mascherine in tessuto, poco importa se per ecosostenibilità o vanità. Questi accessori, non equiparabili ai D.P.I. riconosciuti dall’O.M.S., possono risultare ugualmente utili se adoperati nella maniera corretta: per mesi abbiamo visto persone togliersi le mascherine e riporle in borsa, accanto al cellulare che poco prima avevano appoggiato al bancone del bar.

Questa agghiacciante abitudine non ha nulla a che fare con la protezione individuale!

Le mascherine di stoffa andrebbero lavate dopo ogni utilizzo, preferibilmente ad alte temperature, di certo non finire nel cesto dei panni sporchi una volta a settimana. Poco importa se azioniamo la lavatrice frequentemente: l’ammorbidente che normalmente utilizziamo per i nostri capi di abbigliamento non dovrebbe essere utilizzato per le mascherine a causa dell’alto tasso di sostanze chimiche che si deposita sui capi (normalmente può causare dermatiti in qualche individuo sensibile, ma respirarlo è un’altra storia).

Per i paladini della green life c’è ugualmente una brutta notizia: dobbiamo sempre avere in casa almeno un paio di D.P.I. tradizionali.

Nella maggior parte degli ambulatori medici non è consentito l’accesso a chi utilizza dispositivi diversi dalle mascherine chirurgiche o di protezione maggiore (escluse le mascherine con valvola).

Resta fattuale una mancata sensibilizzazione all’uso scorretto dei D.P.I. da parte della maggior parte delle persone, abitudini sbagliate che lasciano spazio alla possibilità di pensare che se le uniche prospettive efficaci prevedono milioni di rifiuti in più ogni giorno, anziché mascherine riutilizzate per settimane (quindi totalmente inefficaci e inutili) la scelta da fare è ben poco eco-friendly.

Lavaggio delle mani

Durante i primi mesi di lockdown abbiamo assistito ad un uso dilagante di guanti monouso, velocemente scomparsi da negozi e supermercati per lasciare spazio a profumati gel igienizzanti.

La decisione è stata frutto di ponderate decisioni sanitarie (le persone maneggiavano i guanti con mani non igienizzate, quindi era inutile il loro uso) e pratiche (ricorderete i sacchetti dell’ortofrutta distribuiti al posto dei guanti, ultima spiaggia per sopperire alla mancata produzione di un numero così elevato di guanti).

Se da un lato questo rappresenta un sollievo per la lotta all’inquinamento, dall’altro invito caldamente ogni lettore a notare, quando si reca a fare la spesa, il numero effettivo di clienti che igienizza le proprie mani prima di recarsi in un locale commerciale: sarà che il contenitore è spesso vuoto, quindi il cliente ormai non ci prova nemmeno, sarà per distrazione, sarà per evitare il bruciore alle mani per chi soffre di arsura… risultato?

Personalmente vedo pochissimi clienti adoperare le colonnine del gel.

Poco comprensibile la decisione di lasciare i carrelli alla portata dei clienti prima di igienizzarsi le mani, abitudine che rende poco efficace tutto il sistema, altrettanto fallimentare l’obbligo di misurare la temperatura: i pochi negozi che effettuano la misurazione sono in percentuale inferiore rispetto ai moltissimi che preferiscono non applicare questa abitudine (sarà forse la mancanza di personale?)

Il grottesco pensiero che affiora nella mia mente è che se nei supermercati fossero installati dispenser di gel che erogano sconti sulla spesa, tutti si igienizzerebbero le mani: quando si tratta di salute collettiva il cittadino medio passa oltre, ma se in cambio di una sfregatina di mani ottiene due pacchi di pasta al prezzo di uno è tutta un’altra storia.

Distanziamento sociale

Il fulcro del problema sembra essere il trasporto pubblico. Cittadini allarmati dall’affollamento di autobus, treni e metropolitane non fanno altro che urlare il loro disappunto per il mancato incremento del servizio pubblico. Risposta? Mancano le vetture.

Nuovi tagli alle linee collinari, previste nel nuovo piano per i filobus, preoccupano i genovesi che in mancanza di alternative non possono far altro che ammassarsi sui mezzi pubblici.

La mia posizione prevede una personalissima reinterpretazione dell’elogio futurista all’automobile.

Dallo scorso lockdown non metto piede su un autobus, o meglio, ho tentato di prendere un autobus che era decisamente affollato, ho ripiegato sulla metropolitana che quando si è riempita mi ha fatto fare affidamento sulle mie non-esattamente-ginniche gambe.

Da quasi un anno mi muovo esclusivamente in auto, quando devo recarmi in una zona sconosciuta passo in rassegna le mappe digitali del luogo per capire dove posso trovare parcheggio che, se a pagamento, non è poi così caro rispetto al biglietto dell’autobus. Certo, non sono l’unica a farlo, e l’aumento del traffico si percepisce, ma se la decisione è aspettare due giri di autobus (perché troppo pieni) o passare 20 minuti in macchina, la scelta ricade inevitabilmente sulla seconda opzione canticchiando ciò che passa la radio.

Per i lettori che pensano che queste poche righe facciano venire un malore a Greta: le mie posizioni sono frutto di una smodata attenzione derivata da una malattia cronica che non mi permette in nessun modo di essere disattenta al contagio; come me ogni immunodepresso, anziano, operatore sanitario etc..

L’automobile è senz’altro l’opzione più confortevole, seguita da scooter e motocicli, ma non tutti hanno la possibilità economica di sostenere le spese di un mezzo a motore.

Restando sul tema, il vicino Piemonte ha deciso di limitare la circolazione di numerose vetture in altrettanti numerosi comuni (spesso non serviti da capillare trasporto pubblico), addirittura fino ai diesel euro 4 (auto fabbricate fino al 2008) obbligando i proprietari ad acquistare nuove autovetture (per chi può permetterselo). Ricordiamo che un’auto usata, fabbricata nel 2008, fino ad oggi rappresentava un acquisto accattivante se dotata di un basso kilometraggio, specialmente per neopatentati.

Chi ne possiede una deve prestare attenzione ai confini comunali, ripiegare su una seconda auto di proprietà (per chi ne possiede una) o presentare una certificazione che attesta un reddito molto basso che impedisce l’acquisto di un nuovo mezzo.

I concessionari di auto usate si mangiano le mani, consapevoli che quelle auto andranno direttamente in demolizione e, per le nuove vetture, i concessionari più onesti ammettono a malincuore che il tetto degli incentivi regionali che arriveranno per gli acquirenti finirà due giorni dopo essere stato erogato. Nessuna deroga per le fasce a rischio che posseggono le vetture finite nel mirino del provvedimento, sarebbe come ammettere che i mezzi pubblici rappresentano un rischio per chi teme il contagio.

1-0 per gli ambientalisti, resta da chiedersi se fosse il momento giusto per un provvedimento simile, con queste modalità.

Quali sono le alternative di trasporto green?

Biciclette in primis

La mobilità con questo mezzo di traporto è stata pubblicizzata con l’arrivo delle molto discusse piste ciclabili. Ottima soluzione per chi deve muoversi nelle (poche) zone pianeggianti di Genova, meno comoda per i quartieri collinari, visto che le biciclette non possono essere trasportate su funicolari e ascensori.

In breve, restano esclusi dal bacino di utenza tutti quelli che abitano in zone impervie (a meno che non siano persone atletiche), chi non ha un luogo domestico in cui riporre la bicicletta (certo, un giovane può portarla fino al quinto piano senza ascensore e poggiarla delicatamente tra il divano e la porta, ma non è esattamente comodo, né igienico), chi soffre di patologie polmonari, anche lievi (belle le piste ciclabili, ma per un asmatico non è un toccasana pedalare a pieni polmoni accanto al traffico), tutti coloro che devono, volenti o nolenti, arrivare in ufficio con un dress-code impeccabile e non hanno possibilità di cambiarsi in loco, chi non può permettersi la suddetta bicicletta (nonostante i tanto sbandierati incentivi) e chi è consapevole che nella città degli scooteristi indisciplinati la bicicletta rappresenta un rischio, seppur minimo.

Ad ogni modo quando piove o soffia il vento tipico delle località di mare, la bicicletta resta in garage.

I monopattini elettrici

Anch’essi molto discussi, meno potenti di un motorino ma più veloci di una bicicletta. Alcuni auspicano l’introduzione di un patentino e di un’assicurazione (argomento che si presta anche alle biciclette).

Meno faticosi di una pedalata, ma meno maneggevoli, motivo per cui si contano già i primi incidenti che spesso coinvolgono pedoni. Come tutte le mezze misure ha i suoi mezzi obblighi: non può circolare sui marciapiedi perché rappresenta un rischio per i pedoni, ma in strada la velocità è troppo ridotta, il povero monopattinista (verrà coniata questa parola prima o poi?) rischierebbe di essere falciato dietro la prima curva. 

Quindi qual è la soluzione green più sicura? Il mio voto va alle auto ibride, ma probabilmente per poter arrivare ad acquistarne una, continueremo ad andare a lavorare con soluzioni poco green.

Gli oggetti monouso

Sui guanti abbiamo già parlato, ma il mondo del monouso ha conosciuto (purtroppo) una crescita dei consumi; dalle vaschette per i cibi d’asporto, agli imballaggi dei pacchi che acquistiamo per corrispondenza (unico settore che ha incrementato notevolmente le proprie vendite), ma non solo: un amico barista che prima del lockdown aveva applicato una mini-svolta green al suo servizio, adoperando per i cocktail le cannucce in metallo lavabili, mi ha raccontato che i clienti, dopo la pandemia, rimandavano indietro i bicchieri, preoccupati che le cannucce fossero vettore di contagio e, a volte, richiedevano espressamente stoviglie di plastica.

Che le suddette cannucce, dopo essere state lavate con un apposito scovolino e dopo essere finite in lavastoviglie a 90° fossero vettore di contagio è, francamente, un pensiero poco sensato; tutti noi dopo aver toccato oggetti in giro laviamo le mani a temperature decisamente inferiori ed è sufficiente a prevenire il contagio e i batteri in generale, non credo che questi clienti, dopo aver toccato la maniglia di un portone, si amputassero le mani con un’accetta (anziché lavarle) all’urlo di “VADE RETRO COVID!”

In conclusione, esistono certamente molte battaglie per l’ecosostenibilità da combattere e da non dimenticare, proprio adesso che il mondo si stava avvicinando ad una maggiore sensibilità; resta il fatto che, parlando di protezione individuale per le persone più fragili, come dissi ad un amico settimane orsono parlando dell’argomento, “se tiro le cuoia non avrò più nessuna battaglia da combattere”.

Immagine di copertina:
Piazza Dante, Genova. Foto di Valentina C.


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Piemontese adottata con successo dalla Superba. Storica dell’arte contemporanea. Le sue ricerche principali riguardano i falsi quadri di Modigliani, cominciando dallo scandalo genovese del 2017, per questo motivo è convinta che il fantasma del pittore bohémien vegli su di lei incasinandole la vita.

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