25 Aprile

Perché il 25 Aprile non deve restare in teca e perché dobbiamo essere resistenti. Una riflessione

Avremo fatto in tempo a farci raccontare, a viaggiare nel tunnel dei loro occhi-ricordi?

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“Mio padre salvò un partigiano, indicandogli un tombino”. Comincio così, con un pezzo di storia che è diventata anche mia. I racconti di mio nonno sono annebbiati e lucidi insieme, gli arrivano alle labbra come lampi di luce dal tunnel lungo dei ricordi.

È nato a Levanto nel ’39, era piccolo nel ’45 della Liberazione. Ricorda i calzoni corti e le gambe consumate dall’arsura per il freddo, le conseguenze della guerra sulla sua infanzia e i sacrifici di chi ha amato. Era piccolo, sì, ma è portatore di Memoria e di memorie. Non solo le sue, ma anche quelle che gli furono trasmesse. E portatrice di Memoria era anche mia nonna, figlia di un deportato in un campo di lavoro tedesco che si salvò per miracolo, fuggendo durante un bombardamento degli alleati e restando nascosto quasi un anno presso un’altra famiglia, sul confine.

Il suo insperato ritorno a casa avrebbe destato, nel cuore della mia bisnonna, una potente e sorpresa gioia. La Memoria sono anche i fratelli e le sorelle di questi personaggi del mio passato, accesi osteggiatori del regime, nomi saltati fuori qua e là, volti sospesi nel cerchio illusorio del tempo.

Tutti loro e molti altri, in quegli anni di cieca oppressione, hanno resistito. Lo hanno fatto in modi diversi, militando apertamente o di nascosto, esponendosi o aiutando altri a farlo. In ogni caso, hanno resistito. Donne e uomini di un passato vicinissimo che ci hanno lasciato in dono una fondamentale e costosa lezione:

La Libertà deve essere difesa da qualsiasi suo nemico e non solo nell’immediato e personale interesse.

Oggi potrei dirmi libera, tutelata da una Costituzione e dai diritti fondamentali che mi garantiscono di vivere più o meno la vita che desidero vivere o di scrivere e condividere, banalmente, queste righe su un magazine. Eppure, sono tante le cose alle quali perfino noi, indubbiamente privilegiati, dobbiamo ancora opporre una ferma resistenza: il controllo delle menti, la disinformazione, la manipolazione, l’invisibilità, l’ingiustizia, il mancato riconoscimento, lo sfruttamento giovanile, la mancanza di concrete prospettive lavorative che sfocia nell’annullamento della dignità…

Vale per Genova, sì, e vale molto di più per innumerevoli altri angoli di terra.

Come possiamo essere resistenti?

Sicuramente, io credo, attraverso alcune armi immateriali ma potentissime: l’istruzione, la curiosità, la lettura, l’incontro e soprattutto l’ascolto…Tante volte mi sono chiesta come dovessimo intendere la Memoria collettiva di un paese, tradotta in ricorrenza e magari in festività nazionale.

Di cosa si tratta? spettro, macigno, monumento, icona, ideale, giorno di riposo…Qualcosa da toccare, vivere e provare o qualcosa da osservare a distanza, come fosse su di un piedistallo, statua antica da onorare o dipinto prezioso da contemplare? La Memoria della Liberazione è in teca o batte ritmata nei nostri cuori? È concetto astratto o bruciante cicatrice? Cos’è, oggi, quella Resistenza? Voce di vocabolario? Fede politica? Pratica divisiva? Militanza? Esercizio quotidiano? Moto dell’anima? Magari, una semplice data in grassetto sul calendario. E poi, cosa significa essere partigiani?

Sicuramente significa essere di parte, essere con una parte, per una parte, in difesa di una parte e inevitabilmente contro un’altra parte. Si può essere partigiani in molti modi, anche oggi. Lo si deve essere, anzitutto, partecipando. E non è un caso la radice etimologica sia la stessa.

Mi sembra necessario, oggi come ieri, muoversi in difesa di quei valori e principi che sembrano ormai stabilmente consolidati, certi e incrollabili, ma che è invece bene riaffermare ogni giorno, così come è bene spolverare i mobili di tanto in tanto per tornare ad apprezzarne a pieno la bellezza o annaffiare le piante per farle sopravvivere.

La Resistenza, oggi, è per me una forma mentale e muscolare, continuamente allenata e nutrita, sicuramente anche istruita e in continua evoluzione.

Se mi chiedessero di immaginarmi in una Genova censurata, che mi obbliga a tacere, che manovra le mie scelte, mi suggerisce all’orecchio le cose giuste da dire e mi impone in cosa credere, beh, impazzirei.

Se fossi costretta ad accusare chi non la pensa come me e a perseguitare chi da altri mi è indicato come traditore, impazzirei comunque.

Per questo alle dittature e alle oppressioni politiche di ogni genere il mio istinto si oppone con decisione, sempre, anche quando mi sfiorano appena o viaggiano lontane da me. D’altronde, il “nemico” è sempre dietro l’angolo, e anche questo fatto la Storia ha saputo insegnarcelo con cruda verità. Ha una divisa anche quando non la indossa, è riconoscibile perché chiede il silenzio e parla a voce alta, perché impone il rispetto delle regole e non garantisce i diritti. Lo puoi riconoscere strisciante dietro un angolo buio di vicolo, con il sorriso velato, pronto a puntare il dito contro il più debole, a cercare un nemico comune da fronteggiare, a fomentare odio e paure. Quel nemico, che può assumere i tratti fisici di dittatura e regime, teme la Libertà di pensiero e di espressione, la partecipazione consapevole e la comunicazione aperta.

Alle menti silenziose e alla passività, possiamo e dobbiamo resistere, ancora e ancora…

Ma quel ’45 ha significato anche ri-costruire, ri-partireri-conoscersi come parte di una comunità larga, ri-affermare i principi e i valori di solidarietà e senso di comunità; ha significato recuperare i cocci sparsi di speranza, sottolineare il senso dell’impegno civile e la forza dell’unità tra individui. E ancora: la spinta “dal basso”, il lavoro come strumento di emancipazione sociale e come indice di dignità.

La celebrazione di una Memoria, per chi è nato molto dopo quel 1945, può certamente diventare occasione di strumentalizzazioni o risultare fredda retorica, mero simbolo evocativo di episodi mitici; non necessariamente, però, il sentimento che accende con sé maschera oscure intenzioni. È curioso pensare al termine “celebrare”, specie alla luce del dramma di questi giorni: il verbo viene dal latino e significa “onorare, solennizzare” ma anche “frequentare, affollare”. Sì, affollare e frequentare, perfino creare assembramenti di persone.

Questo 25 Aprile (leggi l’articolo sul 25 Aprile) dobbiamo celebrarlo da casa, fisicamente distanti per il bene comune, ognuno tra le mura della propria storia e della propria esperienza, lontani, probabilmente, dalle nostre fiaccole vive di memoria, da quei nonni e da quelle nonne che ricordano bene il ’45 e i contorni nitidi di un chiaro nemico e che oggi, più di tutti, sono minacciati dalla subdola violenza di un Virus letale che non ha un volto.

Avremo fatto in tempo a farci raccontare, a viaggiare nel tunnel dei loro occhi-ricordi?

Sì, una celebrazione diversa, quella di quest’anno, ma non per questo sbiadita e anzi ancor più sentita, al di là e a prescindere dalla fede politica di ognuno, posto e considerato che dobbiamo anche alla Liberazione la possibilità di averla, una eventuale fede politica. Una Liberazione, quella genovese, che è stata il culmine di una lunga lotta in difesa dei diritti e contro i soprusi, che ha animato dapprima i cuori dei lavoratori e che anche per questo suo specifico aspetto deve fare riflettere noi, la generazione dell’eterno precariato quasi mai tutelato.

Un augurio che faccio a me e a noi tutti è di mantenere acceso il fuoco delle Memorie, di conservare elastiche e capaci di moto le nostri menti, critico e attento il nostro sguardo sulle cose.

Ci auguro di non perdere l’istinto alla partecip-azione, di restare svegli e in ascolto, di coltivare la pazienza del racconto, di aver cura e di trasmettere.

Ci auguro la missione della raccolta dei racconti, dei flash, delle foto, dei video, dei tessuti, degli oggetti, delle voci, degli sguardi, dei pezzetti, per comporre il mosaico colorato della nostra identità di persone e cittadini.

Ci auguro un pensiero attento a quel ’45 che sembra cosa lontana ed è invece vittoria fresca nei suoi effetti e cui dobbiamo molto più di quanto non ci sembri a una prima occhiata.

Ci auguro l’apprendimento dall’errore e dalla vittoria, pur quando questa porta con sé inevitabili scie di ombra.

Nel giorno dell’isolamento e del piccolo sacrificio individuale, auguro a tutti noi di sentirci comunque vicini, parte di una comunità riconoscente, viva, costruttiva e consapevole. Una comunità capace di immaginarsi diversa e di immaginare una Genova nuova, senza dimenticare il passato.  

Immagine di copertina:
Aamiraimer


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Storica dell’arte e curatrice, scrive per la rivista d’arte “Juliet”, collabora con Il Ce.Sto/Giardini Luzzati e con Goodmorning Genova occupandosi di comunicazione. Co-founder di Progetto A (curatela eventi artistici). Mente aperta e curiosa, cinefila e mangia-libri. Viaggia spesso, vive di arti, scrittura e relazioni sociali.

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