Pandemia

Un viaggio di solito ci cambia, ma quel viaggio ha cambiato il mondo intorno a me

All’alba del 5 gennaio 2020 lasciavo Genova per la Norvegia. Sei mesi dopo rientravo, ma nel frattempo una pandemia aveva cambiato il pianeta.

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Era domenica 5 gennaio 2020, mi trovavo sulla A7, mentre le case e i paesaggi sfilavano via veloci dal finestrino. Ero combattuto tra un sentimento di forte euforia per la partenza e un velo di tristezza, mischiati a una botta di sonno non indifferente e alla preoccupazione di aver dimenticato qualcosa di importante. Insomma, stavo partendo per un semestre in Norvegia e la mia testa cercava di tenere a bada il groviglio di emozioni che provavo. 

Un Erasmus si può fare una volta, forse due nella vita, ed è un’esperienza che ti spacchetta il mondo per come lo hai configurato fino ad allora. Una fortuna.

Lo sapevo e volevo godermi tutto quanto al massimo.

Quella mattina avevo respirato Genova per l’ultima volta, imboccando l’autostrada all’alba in direzione Milano Malpensa gonfio di pensieri e di bagagli. A guidare c’era mio padre, che dopo sarebbe andato a fare compere con mamma in Lombardia, approfittando dell’ultimo giorno di ferie natalizie. 

La ragazza e gli amici avevo avuto modo di salutarli nei giorni precedenti, grazie anche a un Capodanno memorabile sulla neve, tra sciate, feste e certi spritz al tramonto che tanto mancano.

Alle ore 11.20 di quella domenica sarei decollato, e mai avrei pensato al fatto che l’ombra di una pandemia storica si stesse per allungare ovunque.

Ci ho pensato parecchio, adesso ne scrivo

Quando il mio aereo si è staccato da terra, sollevandosi sopra la pianura Padana fino a sorvolare le Alpi, è come se mi fossi lasciato alle spalle la dimensione pre pandemica del mondo, che tutti ricordiamo con nostalgia.
Sei mesi più tardi mi sono ritrovato presso lo stesso ingresso dell’aeroporto, ma nel frattempo la società aveva cambiato pelle e volto. Il virus si era palesato con una furia incontenibile.

Intendiamoci, in Norvegia la situazione è proceduta bene per gran parte del tempo trascorso. Non ho avuto la necessità di rimpatriare immediatamente come molti studenti all’estero, nonostante la paura iniziale.

Ciò su cui voglio riflettere però è quanto quel volo del 5 gennaio 2020 per me abbia rappresentato uno spartiacque simbolico. C’è un prima e c’è un dopo. 

E siccome ogni esperienza individuale e sociale lascia dei residui in noi, per quanto si possa sperare di tornare al prima, ci saranno comunque delle differenze. Anche una volta che tutto sarà finito. 

A due giorni dalla partenza sono andato al cinema per l’ultima volta, prima di passare a salutare un po’ di persone in un pub. Entrambi questi momenti conviviali così semplici, ad oggi, maggio 2021, sembrano chimere. L’organizzazione del nostro tempo è diversa, così come la forma mentis: il mondo del lavoro, il senso di incertezza diffuso, la percezione degli spazi pubblici. Tutto è stato riscritto secondo una grammatica a cui non eravamo pronti, quella dei lockdown. 

Anche le piacevolezze e le gratificazioni che eravamo soliti concederci sembrano oggi distanti.

La scelta di un posto nuovo in cui cenare nel weekend con la persona che ami, raggiungere gli amici per un tramonto al Monu di Quarto, la programmazione di un viaggio per l’estate, la partitella a calcio, il concerto di Willie Peyote a cui prima o poi si doveva rimediare.

Ma come avrei reagito prima di quel 5 gennaio, se mi avessero detto che chiunque avrebbe dovuto rinunciare a tutte queste attività per un lasso di tempo indefinito?

Gli sport di squadra, la scuola completamente in presenza, le riunioni in una stanza senza mascherine. Sono situazioni che la mia memoria relega ai giorni precedenti la partenza per Bergen.

Oggi provo un leggero senso di straniamento quando in una scena di un film si vedono enormi assembramenti, con la gente che si urla addosso e che si abbraccia con nonchalance. Non so se capiti anche a voi.

Prima e dopo, dicevamo.

Quando il 27 giugno 2020 sono tornato a Zena, assaporando la curva delle meraviglie (uscita autostradale di Genova Nervi), mi preparavo a rivedere la mia città con occhi nuovi. 

Le montagne sopra a Genova, ho constatato fin da subito, hanno incrementato esponenzialmente la presenza umana, divenendo una meta per molta gente. Le esperienze outdoor in generale vengono percepite adesso con un gusto diverso, che sa quasi di atto liberatorio. 

Si è poi innescata una alfabetizzazione digitale su tutti i livelli, attraverso il periodo di eccezionale portata che si è aperto. Quasi tutti abbiamo utilizzato maggiormente più piattaforme per fare call online nell’ultimo anno che nel resto delle nostre vite. 

Certe cose però sono rimaste identiche: il buon gusto del pesto (articoli di wall:out sul pesto) e della focaccia, il mare che si lascia ascoltare. E ancora: la riservatezza dei genovesi, la loro arte per il mugugno (articoli di wall:out sul mugugno).

Decisamente esistono elementi che non possono essere cancellati neanche da una pandemia. 

Se potessi spezzare il sortilegio

Prenderei nuovamente un aereo domani, sapendo che una volta atterrato mi troverei catapultato in un mondo fatto nuovamente di contatti e di locali aperti, di gente che non perde il lavoro per le conseguenze del virus e di eventi culturali aperti al pubblico. Di feste sulla spiaggia e di maratone per le famiglie, di sorrisi senza mascherine per strada e di spumanti stappati da giovani laureati di fronte all’ateneo. Di ulteriore debito pubblico che non andrà a ricadere sulle nuove generazioni e di spettacoli con la platea gremita di gente.

Un finale che prevede un “se”, in questo caso, risulta piuttosto malinconico. 

Beh, un po’ di malinconia, inutile nasconderlo, c’è. È altresì vero che sul lungo periodo, senza ombra di dubbio, si tornerà a respirare la città come un anno e mezzo fa. Saremo diversi, come detto, non per forza migliori, ma probabilmente più consapevoli. 

Girandoci indietro e razionalizzando l’enorme capitolo di storia drammatica che avrà rappresentato il covid-19, con la distanza del tempo, comprenderemo forse ancora di più quanto sia stato impattante nella vita di tutti noi. 

E poi, diciamocelo, vogliamo tutti un enorme evento di wall:out con musica, ciance e stuzzichini.

Immagine di copertina:
Foto di Leonardo Yip


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Classe ’95. Laureato in Scienze Internazionali e in Storia contemporanea.
Innamorato del mondo e con un semestre in Norvegia alle spalle.
Nel giugno 2018 ha fondato il progetto editoriale Frammenti di Storia, che porta avanti quotidianamente insieme a giovani da tutta Italia. Appassionato di geopolitica, di trekking e di vita outdoor in genere. Sta poco fermo.

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