Medicina di genere

Ospedali in rosa

Quando il diritto alla salute incontra la parità tra i sessi nasce la medicina di genere. E gli ospedali di Genova non si sottraggono alla sfida della ricerca.

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Tra i pochissimi effetti collaterali positivi dell’epidemia di Covid-19 compare senza dubbio la rinnovata attenzione verso il sistema sanitario pubblico e il suo instancabile personale, sia sul campo sia nei laboratori di ricerca. Medicina di genere

Il modo in cui si sta affrontando l’emergenza rappresenta solo l’ultimo dei tasselli del composito puzzle della reputazione della sanità italiana, considerata dalla popolazione una delle migliori al mondo, anche al netto degli scandali e delle storture che spesso trovano spazio sui giornali.

C’è anche da dire che la necessaria preponderanza dell’argomento coronavirus ha forse appiattito la percezione del delicato e complesso meccanismo di procedure, visite, studi che quotidianamente avvengono nei vari reparti degli ospedali, tanto che alcune associazioni e parti politiche hanno colto l’opportunità di spingere la loro deplorevole agenda, facendo circolare messaggi lesivi del diritto alla salute delle donne, forti del fatto che negli ultimi mesi il dibattito pubblico era concentrato su questioni differenti.

L’annosa questione dell’accesso all’aborto, normato dalla legge 194/78, non è l’unico campo in cui le donne lottano strenuamente da anni per vedersi riconosciuta una piena tutela, anzi.

Negli ultimi anni, si sente parlare con sempre maggiore insistenza di altre problematiche legate alla salute riproduttiva femminile, dalle inchieste sulla violenza ostetrica, alle discussioni intorno al libero accesso alla programmazione dei parti cesarei, alle diatribe sull’allattamento dei figli.

Fermo restando che l’Italia ha notoriamente un elevatissimo numero di personale sanitario obiettore di coscienza e che il clima culturale in tema di famiglia e body autonomy è ben distante dal potersi dire progressista, la disparità che le donne subiscono in ambito medico non hanno a che fare – purtroppo – solo con l’ambito sessuale.

Nel 2005 è nato l’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (ONDA), che, tra le varie attività, monitora la capacità del servizio sanitario di rispondere alle esigenze specifiche del mondo femminile, arrivando già nel 2007 a unirsi alla rete di istituzioni che si occupano della cosiddetta medicina di genere e aggiungendo tale dicitura alla sua intitolazione originaria.

La medicina di genere si propone di analizzare e migliorare la pratica medica e clinica a partire da un’ottica più attenta alle specificità – appunto – di genere, considerate non solo dalla prospettiva biologica, ma anche socio-culturale, economica e ambientale. 

È una disciplina che vuole quindi diffondere un approccio innovativo allo studio e all’esercizio della medicina, in modo da rimettere al centro la persona.

Per farlo, tiene in considerazione le peculiarità dei comportamenti del soggetto, lo stato complessivo della sua salute fisica e psicologica, l’agio a ricorrere ai servizi sanitari e mette il tutto in correlazione con indagini approfondite sulle differenze di incidenza di determinate patologie tra i due sessi e proponendo una revisione in ambito farmacologico nel trattamento delle malattie in funzione di tali diversità.

I casi in cui la differenza di genere non è correttamente contemplata in ambito sanitario sono molto più comuni di quanto si pensi: la posologia delle medicine di norma è calcolata su corpi maschili di 70 kg; le principali sperimentazioni vengono condotte in via preferenziale su gruppi di soli uomini; è dimostrato che le stesse patologie possono mostrare sintomi o caratteristiche differenti a seconda del sesso; non è ancora sufficientemente diffuso un utilizzo di dispositivi medici (ad es., protesi o cateteri venosi) che tenga conto delle differenze anatomiche; le statistiche sull’incidenza delle malattie psichiatriche andrebbero interpretate alla luce del fatto che culturalmente le donne vivono meno ostacoli nel cercare un supporto professionale per gestire scompensi emotivi e psicologici rispetto agli uomini. Si potrebbe andare avanti a lungo.

Va da sé che la visione interdisciplinare promossa dalla medicina di genere abbia necessità di essere supportata non soltanto dai centri di ricerca e dal personale sanitario, ma richieda anche una presa di posizione istituzionale che ne supporti e faciliti il cammino.

Fortunatamente, il Ministero della Salute si muove – seppur silenziosamente – da anni in questa direzione. Nel 2017 è stato creato il Centro di Riferimento per la Medicina di genere presso l’Istituto Superiore di Sanità, grazie al quale è stato elaborato nel 2019 il Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di genere con la collaborazione di un tavolo tecnico-scientifico di esperti regionali in materia, di referenti legati a istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) e Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali).

La rete di strutture che si occupano di praticare e diffondere la medicina di genere, così come descritta e prevista dal decreto del giugno 2019 a mezzo del Piano già citato, ha tra i suoi obiettivi pratici non solo l’innovazione nella pratica medica e nella ricerca farmacologica, come si è già visto, ma anche la corretta formazione sia del personale già in servizio sia degli studenti universitari, una comunicazione efficace dei principi che animano la disciplina nei confronti della popolazione e la predisposizione di percorsi clinici che rispondano concretamente ai principi della disciplina.

Il successo dell’intera operazione a livello nazionale sarà giudicato dall’Osservatorio dedicato alla Medicina di Genere, per ora esistente solo nelle linee guida del decreto e di prossima costituzione, il quale ogni tre anni andrà a rivedere i contenuti del Piano ministeriale, per correggerne le eventuali fallacie e aggiornarne gli obiettivi.

Tuttavia, già dal 2007 esiste un programma di monitoraggio della medicina declinata al femminile – evolutasi poi nella medicina di genere – portato avanti dalla Fondazione ONDA:

si tratta della valutazione di un questionario compilato da parte dei centri che desiderano partecipare al progetto, su base volontaria, che comporta l’attribuzione da uno a tre bollini rosa, ossia un riconoscimento della messa in atto di “percorsi diagnostico-terapeutici e servizi dedicati alle patologie femminili di maggior livello clinico ed epidemiologico, riservando particolare cura alla centralità della paziente” e la promozione di una “programmazione strategica dei servizi socio-sanitari, che è indispensabile per garantire il diritto alla salute non solo delle donne ma anche degli uomini” su base biennale. 

Tra le 335 strutture in tutta Italia che si sono candidate per il periodo 2020-2021 compaiono anche i principali ospedali di Genova: l’IRCCS Istituto Giannina Gaslini (3 bollini), l’Ospedale Policlinico San Martino (3 bollini), l’O.E. Galliera (2 bollini), l’Ospedale Villa Scassi (2 bollini) e l’Ospedale Evangelico Internazionale presidio di Voltri (2 bollini). 

È necessario tenere presente che il progetto ambizioso e urgente di far diventare la medicina di genere una pratica comune avviene senza uno stanziamento di fondi pubblici ad hoc e che la responsabilità grava infine sulla gestione interna dei singoli centri, fatto che rende senza dubbio gli esempi virtuosi ancora più ammirevoli, ma non costituisce una vera e propria macchia per tutti quei casi in cui non si trovino le risorse per implementare una nuova operatività nelle realtà meno solide sotto il punto di vista economico.

Non rimane che aspettare le future occasioni di incontro e dialogo con la popolazione organizzate dalle varie associazioni e fondazioni del settore per approfondire la tematica del genere in medicina – magari sollevando anche le problematiche non ancora adeguatamente prese in considerazione dell’identificazione sessuale non-binaria e del transgenderismo, oppure dell’appartenenza etnica.

Nell’epoca della personalizzazione delle terapie grazie all’avanzamento delle conoscenze scientifiche e della tecnologia, la medicina di genere rappresenta un passo importante verso una pratica sanitaria più corretta e accogliente, oltre che un vero e proprio modello in cui uomini e donne possano godere di pari diritti e dignità.

Immagine di copertina:
Jarmoluk


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Un passato da ballerina, un presente da laureata in Storia dell’arte contemporanea, ambizioni da superstar. Non esce di casa senza rossetto, un libro in borsa e il fiatone di chi è sempre in ritardo. Si diletta a organizzare il Cotonfioc Festival e a tradurre testi d’arte dall’inglese.

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