Otto Marzo

Ora e sempre l(’)otto marzo

Impararsi è il miglior modo di prender parte con consapevolezza alla lotta da cui nessunə è esclusə.

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Otto Marzo
Alice Schivardi, Il cuore sta nel cervello. Disegno a ricamo su carta da lucido /embroidery drawing on vellum. Courtesy of Alice Schivardi.

Per un lungo periodo della mia vita ho guardato al femminismo con disprezzo, giurando a me stessa che mai avrei potuto o dovuto riconoscermici. Infastidita dall’immagine di donne che reputavo essere in conflitto con la propria femminilità, se arrivavano al punto di bruciare i reggiseni in piazza, nonché annoiata dai continui appiattimenti delle mie capacità su quelle di qualche illustre predecessora, ero convinta di aver trovato una miglior chiave per il mio stare al mondo.

Erano anni trascorsi a scegliere accuratamente l’abito che potesse mettere in risalto il mio fisico, slanciato sugli immancabili tacchi. E vivisezionato dal mio sguardo implacabile, dentro cui risuonava l’eco dell’uomo che mi convinceva, giorno dopo giorno, a sforzarmi di essere il più perfetta possibile. Per lui.

Dalla nebbia che ormai avvolge pietosa il ricordo di quei giorni, emerge nitida la mia sensazione di inadeguatezza, fisica e morale.

Pur proiettata in una traiettoria professionale che mi ha concesso la grazia di non buttare alle ortiche ogni mia ambizione, sono comunque rimasta schiacciata in un meccanismo vampiresco che mi ha pian piano tolto tutto, aprendo una crepa tra me e me stessa. Lungi da entrarvi la luce, trovava qui varco d’accesso un’aggressività smisurata, che demoliva in ogni istante la mia dignità e colonizzava il mio arbitrio.

Sono stata fortunata a riuscire a cogliere l’attimo giusto per fare le valigie senza guardarmi indietro, dopo aver già invano tentato di emanciparmi da questo circolo denigrante, ma prima che il ritornello “non meriti di vivere, ora ti ammazzo” diventasse irreversibile realtà.

Dal percorso di affetti e di terapia che ha accompagnato la mia ripresa sono uscita molto determinata a non perdermi più, dopo che tanto avevo durato a ritrovarmi. In questa vicinanza a me stessa ho potuto negli anni ricostruire tutto ciò che conta, cercando di muovere i miei passi su qualsiasi cammino. Trovando una mia strada, meravigliosa, e benedetta da ogni gioia. Compresa quella di dare alla luce una figlia, con l’unico uomo che avrei potuto immaginare come marito e padre della mia prole.

Da quel momento, tutta la nebbia si è diradata e sull’orizzonte nitido hanno cominciato a stagliarsi questioni che ero convinta di non dovermi porre.

Tutto ciò che avevo fino ad allora evitato di considerare mi si è imposto con urgenza, quella dettata dalla responsabilità nei confronti di me stessa, di mia figlia e di tuttɜ coloro che, come noi, si trovavano coinvoltɜ in quella guerra silente, di cui faceva parte la battaglia a cui ero sopravvissuta. Ho imparato che dovevo rivedere tutti quei pregiudizi derivanti da un’interpretazione tossica della vita e, per farlo, ho cominciato a studiare, leggere, ascoltare e dialogare. 

Femminismo è diventato così il nome di qualcosa che non potevo più negare, senza tornare a negare me stessa. Un nome che si dice in molti modi, storicamente connotati, e che soprattutto permette di dire se stessɜ in molti modi, quelli che più rispettano ciò che sentiamo nostro. Ho acquisito strumenti più fini per analizzare il reale, sviluppare un pensiero critico, elaborare una posizione argomentata. 

E, sopra ogni cosa, mi sono sentita al sicuro. 

Esposta, nella lotta contro tutto ciò che impone un predominio soffocante e mortifero a chiunque non rientri nella ristrettissima definizione di standard, vulnerabile, nel rivendicare diritti miei e altrui con urgenza angosciata e lucidità implacabile, emarginata, in un contesto che non comprende la necessità di battersi per ciò che non è visibile finché non marca la pelle di chi lo vive, eppure sicura

Non per la certezza dogmatica di far bene, che non è propria di nessuna buona pratica, bensì per la solidarietà comunitaria che solo il reciproco sostenersi può realizzare. Tutelando così il futuro di tuttɜ, compresɜ quellɜ che ancora non sanno come camminare con il proprio passo e che, pur nel mezzo del campo di battaglia, trovano la sicurezza di un campo da gioco dove correre, cadere e rialzarsi, senza timore di non poterlo fare più.

Immagine di copertina:
wall:in media agency su opera di Alice Schivardi, Il cuore sta nel cervello. 


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Dottoressa di ricerca in Filosofia, si occupa di pensiero nietzscheano, pop-filosofia e filosofia del corpo, temi di cui scrive e parla tantissimo. Insegna Filosofia e Storia al Liceo Mazzini di Genova. Studia danza classica da sempre. Nel 2018 è diventata mamma e da allora è inarrestabile.

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