Ezio Bosso

L’ultimo concerto

L’intervista-testamento di Ezio Bosso a Propaganda Live è un messaggio per tutti e lascia un brivido sul collo: chiudere gli occhi guardando il domani.

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La musica è una terapia che mi manca e non mi sta facendo bene. Una terapia per la società, un accompagnamento verso un mondo migliore.

Ezio Bosso

La trasmissione è Propaganda Live, il giorno è il 10 aprile, le parole di Ezio Bosso si uniscono generando una miscela magica, uno spartito-testamento che ascoltato oggi fa salire un brivido sulla schiena. 

Come va?

“È una domanda già di per sé complicata. Personalmente poi è un disastro, una domanda alla quale non rispondo mai. In questo momento ho imparato una cosa, ho imparato a chiedermi come va per gli altri. Mi chiedo come va intorno a me, come va nel mio paese, come va per i miei fratelli, come va per chi lavora e chi invece è rimasto senza. Come va? È una cosa che non sto facendo adesso, la faccio da un po’ di tempo. Ecco, magari un po’ di più in questo tempo senza nome, tempo elastico che a volte passa velocissimo e a volte invece non passa mai in questa reclusione eccezionata a cosa normale. Passo più tempo a chiedermi come va e a sognare domani‬”. 

Io non sono ottimista

“Io non solo sono ottimista, sono per guardare al domani anche se devo cambiare il mio piano. Sono ottimista ma c’è una cosa che mi fa un po’ paura, che è il concetto di normalità. Stiamo andando pericolosamente verso un principio per cui ciò che facciamo è normale, per cui stare chiusi e lontani è normale. Non lo è. È un fatto eccezionale. Noi siamo un popolo eccezionale che lo sta mettendo in atto, ma esiste la natura: gli uomini hanno bisogno di stare vicini, lo sono stati anche dopo le altre grandi pandemie. Non c’è un futuro senza vicinanza, senza lo stare insieme e uno dei miei ruoli, del ruolo dell’arte e della musica, sarà quello di educare e accompagnare con dolcezza a quella che è la nostra natura, non normalità. Perché certe normalità, quelle aberranti che portano alla distruzione, anche quelle sono normalità ma sono contro natura. Sono stato troppo duro?”. 

Arte servizio sociale

“Senza la mia orchestra non ho un accesso al suono reale, perché sono un direttore e i musicisti hanno bisogno di stare nello scambio continuo, quello scambio che è non solo fra musicisti ma anche fra le persone che non sono il pubblico, quelle che col loro silenzio suonano insieme a noi. Tutto quello che vedete è la parte che serve a intrattenere e scaldare, ma è fatta tutta di esperienza.  Dobbiamo quindi fare in modo, in ogni modo, che ce ne sia altra, altrimenti non ci sarà più niente da guardare. Quando dico che l’arte è un servizio socio-culturale, intendo dire che è una forma e va rispettata non solo come comparto economico ma anche come un comparto produttivo: noi produciamo, produciamo anche benessere. Produciamo coadiuvante sociale. Sono un uomo che non lo dice tanto per dirlo: la musica è una terapia, per me personalmente. In questo momento mi manca e non mi sta facendo bene. Ma è anche una terapia per la società e un accompagnamento a un mondo migliore”. 

Orchestra

“L’orchestra non è una società ideale solo quando ha uno strumento in mano: lo è anche dopo. I musicisti della mia orchestra, dimostrando che esiste un’Europa dei popoli, sono grandi musicisti dal Sud alla Polonia. Siamo internazionalisti. Hanno avvertito anche loro il mio disagio in un messaggio – perché esiste anche il disagio e non solo le favolette – e insieme mi hanno rimandato il testo declinato dal loro punto di vista, facendolo diventare una partitura. Su una partitura noi rinasciamo, si rinasce nota dopo nota. Ogni nota diventerà quell’accordo ed è bello essere le note di un accordo. Ancor più che andare d’accordo”.  

Tutti dalla stessa parte, sullo stesso spartito. Almeno per oggi, almeno fino a domani. Almeno per Ezio. Ezio Bosso

L’intervista integrale a Propaganda Live

Immagine di copertina:
Ezio Bosso. Foto di Francesco Modeo


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Giornalista genovese, studia Lettere Moderne e vive di sport. Scrive di tutto, che forse è troppo ma non è mai abbastanza. Benedetto Croce diceva che fino a 18 anni tutti scrivono poesie e che, da quell’età in poi, rimangono a scriverle solamente due categorie di persone: “i poeti e i cretini”. A 24 anni, lui non ha ancora capito da che parte stare.

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