Luca Disney Pixar Liguria

Luca, Genova e il turismo: un’occasione sprecata?

Il film d’animazione Luca ha offerto a miliardi di persone la possibilità di vivere la Liguria. Abbiamo saputo farne un’occasione di promozione?

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Come molti genitori e/o appassionat3 del genere, anche io ho trascorso gli ultimi mesi a vivere e rivivere (e rivivere) le avventure di Luca, la disneyana creatura del mare che abiterebbe le profondità del golfo Ligure. Non me ne lamento: la storia è una sorta di romanzo di formazione, che intreccia tutte le possibili declinazioni della costruzione identitaria, promuovendo il rispetto per le diversità e l’inclusione come pratica di condivisione autentica. (articolo di wall:out Hai gia’ visto il trailer del nuovo film Disney-Pixar Luca? Cosa ti aspetti? Fantasticaci sù con noi!)

Dal punto di vista educativo, si tratta senz’altro di un prodotto molto buono, soprattutto se comparato a una certa stereotipia narrativa che la Disney fatica davvero ad abbandonare.

Gli stereotipi che si ritrovano, invece, in questo racconto sono funzionali a restituire al pubblico internazionale, seppur edulcorata e abbellita, l’atmosfera dell’Italia anni Cinquanta. O meglio, di un paesino ligure dal fittizio ma suggestivo nome di Portorosso, dove si vive scalzi, giocando nella piazza principale tra creuze e casette colorate, mangiando gelato e ammirando la Vespa dell’insopportabile Ercole Visconti, pescando nel Golfo e dando la caccia a quei “mostri marini” cui anche Luca e il suo amico Alberto appartengono. 

Luca Disney Pixar Liguria
Manarola, una delle fonti di ispirazione per Portorosso. Foto Pxfuel

Al netto della dimensione fantastica, Enrico Casarosa ha creato uno spaccato piuttosto verosimile di vita ligure, di cui hanno fatto esperienza miliardi di persone in tutto il mondo, o almeno in quello raggiunto dalla piattaforma Disney+, che ha sostituito i cinema per il lancio del film il 18 giugno 2021.

Un’occasione per rilanciare anche la nostra regione e la nostra città, nel perfetto tempismo di un’estate post-ondate-pandemiche. Al di là della première solidale presso l’Acquario di Genova e della messa in circolazione di un treno brandizzato, non sembra, tuttavia, essere stata messa in atto una pianificazione promozionale tale da cavalcare l’onda del momento. 

Per comprendere le dinamiche sottostanti a questi processi, ho chiesto aiuto a Chiara Ferrari, genovese trapiantata negli Stati Uniti, dove ha conseguito il titolo di dottoressa di ricerca e ha compiuto una brillante carriera.

Attualmente lavora come professoressa ordinaria di Global Media Studies al Department of Media Arts, Design, and Technology della California State University a Chico, dove riveste anche l’incarico di direttrice dell’Ufficio Formazione Docenti.

In che cosa consiste il turismo culturale?

In breve, il turismo culturale si contrappone al turismo “mordi e fuggi” o il “turismo da selfie” offrendo la possibilità di esplorare i luoghi con maggiore attenzione e profondità, andando oltre la superficie dell’immagine da cartolina. A mio avviso, il turismo culturale presenta caratteristiche che possono influenzare almeno quattro aspetti principali dell’industria turistica.

Anzitutto, il turismo culturale presenta l’offerta turistica a un pubblico più colto e che potenzialmente ha maggior potere di spesa, aggiungendo, inoltre, al luogo turistico in sé eventi ed esperienze (festival, eventi culturali, esperienze culinarie, tour tematici ecc.). Utilizzando un luogo turistico come “esca”, il turismo culturale estende la geografia (e l’esperienza) oltre al luogo turistico in sé, aggiungendo la possibilità di esplorare itinerari in luoghi “minori”.

Come conseguenza dei primi due punti, il turismo culturale potenzialmente allunga la durata del soggiorno turistico da un mordi e fuggi giornaliero ad una esperienza che può durare giorni (e quindi offrire un maggior introito all’industria turistica locale).

Per quanto riguarda, invece, ciò che il turismo culturale può offrire al turista, mi vengono in mente: la possibilità di esplorare luoghi ad un ritmo diverso, un ritmo più lento che consenta al turista di superare l’esperienza geografico/turistica del luogo per addentrarsi nell’esperienza identitaria del luogo; la possibilità di mettere in discussione la propria identità di turista in relazione al luogo turistico e le esperienze vissute; la possibilità di venire a contatto con gli abitanti del luogo e le loro esperienze, e non solo con determinati servizi turistici; la possibilità di esplorare la quotidianità di un luogo turistico.

Nonostante questi ultimi quattro punti suggeriscano l’idea di un’esperienza turistica più genuina e autentica, penso sia importante problematizzare il concetto di autenticità in riferimento a qualunque luogo turistico (e non), per non cadere in trappole essenzialiste da un lato (assumere che l’essenza autentica di un luogo possa limitarsi ad alcune caratteristiche primarie ed omogenee), e dall’altro creare un’implicita dicotomia fra ciò che è autentico e ciò che non lo è, senza considerare differenze e sfumature nell’identità di un luogo ed i suoi abitanti.

Con quale frequenza o consapevolezza vengono messe in atto politiche che lo incentivano?

Questa domanda è complicata, perché la risposta, ovviamente, dipende dal luogo, dalle forze politiche al potere in un determinato luogo e circostanza, dai fondi disponibili per incentivare politiche di turismo culturale, ecc. Forse più semplice è individuare i fattori e le collaborazioni che possano facilitare lo sviluppo e la messa in atto di tali politiche in modo efficace e duraturo. 

Prima di tutto, qualunque politica che si proponga di sviluppare un turismo culturale di qualità deve tenere conto di altri fattori ed iniziative, fra i quali i più importanti sono: pianificazione urbana, trasporti, comunicazione e branding, politiche giovanili e politiche sociali.

L’idea è, infatti, che un turismo culturale di qualità non si può sviluppare in modo efficace ed efficiente se non si accompagna allo sviluppo intelligente ed armonico di altre aree che creano le condizioni base per tale accoglienza. Spesso queste collaborazioni rivelano attriti fra diverse realtà locali che di fatto rallentano, o peggio bloccano, la promozione di politiche che possano facilitare la creazione di forme di turismo culturale. 

Un secondo punto da considerare è meno pratico e più concettuale, e si riferisce al concetto stesso di cultura, chi la definisce tale, e quali eventi costituiscano esempi “rispettabili” di iniziative culturali.

Anche in questo caso è comune riscontrare pareri differenti e contrastanti in ogni realtà locale, e spesso si creano dibattiti fra chi ritiene che la cultura di un luogo si riferisca al processo di tradurre alcune caratteristiche fondamentali di un luogo in una forma di branding riconoscibile (ma spesso stereotipato ed essenziale), e chi, invece, ritiene che la cultura di un luogo sia la sintesi fra caratteristiche locali e la capacità di un luogo di aprirsi ed adattarsi all’altro, accogliendo e generando nuove forme culturali (senza necessariamente sacrificare l’identità originaria del luogo).

Personalmente ritengo che questa seconda strategia offra elementi più interessanti e possa aiutare nello sviluppo di politiche di turismo culturale più complesse, durature, e dinamiche.

Disney Pixar Liguria
Allestimento in Piazza De Ferrari per la promozione di Slow Fish. Foto di Chiara Ferrari

Luca si sta rivelando un’opportunità per la nostra regione, in questo senso?

Per rispondere in modo appropriato a questa domanda bisognerebbe avere accesso ai dati che si riferiscono ai flussi turistici nel territorio ligure, prima e dopo la realizzazione del film animato della Disney, ed analizzare i parametri che effettivamente dimostrano che il film ha avuto un impatto su tali flussi.

Se si tiene conto che Luca promuove l’immagine delle Cinque Terre, e che l’uscita del film ha coinciso con la riapertura di molte rotte turistiche dopo i lockdown ferrei e globali della pandemia, credo sia molto difficile stabilire se quei luoghi abbiano ricevuto un aumento significativo di flussi turistici grazie al film.

In primo luogo, le Cinque Terre sono una meta turistica altamente visitata, soprattutto da turisti stranieri, e l’immagine delle cittadine liguri con le loro case colorate viene spesso utilizzata nella promozione di turismo nazionale (non solo ligure) all’estero. È difficile quindi pensare che le Cinque Terre avessero bisogno di qualunque tipo di promozione turistica oltre a quella che già avviene.

Il secondo punto che rende un’analisi sul turismo originato da Luca complessa è il tempismo dell’uscita del film: considerando che il film della Disney ha raggiunto il cinema e la piattaforma streaming di Disney+ il 18 giugno 2021, è difficile determinare se l’aumento di flussi turistici sia stato causato dalla promozione del territorio ligure dovuta al film, o dalla possibilità di viaggiare più facilmente, dato il rilassamento di alcune restrizioni dovute al Covid-19 a inizio estate (dal 21 giugno 2021 arrivare in Italia e in Europa dall’estero è stato più semplice visto che aver ricevuto il vaccino contro il coronavirus eliminava l’obbligo di molteplici tamponi e/o la quarantena, obblighi in vigore fino al 20 giugno 2021). 

Una questione che invece sembra essere più chiara e interessante, per me, è la mancata opportunità del non aver utilizzato Luca per la promozione di territori liguri al di là delle Cinque Terre: un esempio lampante è la costante menzione di Genova nel film come il luogo agognato dove Luca può ricevere un’educazione, senza immagini corrispondenti che aiutino il pubblico a visualizzare Genova, se non nei titoli di coda.

Il problema è che, mentre le Cinque Terre sono associate ad una specifica narrazione visiva (anche se altamente stereotipata ed idealizzata), Genova rimane un’immagine sfocata e generica che non offre un vero e proprio “gancio turistico” nel film.

Quindi, se penso sia complesso misurare l’impatto reale di Luca sul turismo ligure in generale, ritengo che l’impatto del film in relazione al turismo culturale della regione sia completamente irrilevante, ma essendo Luca un prodotto commerciale della più grande multinazionale mediatica americana (e globale), questa rivelazione finale credo non sorprenderà nessuno.

Purtroppo non sembra sorprendente nemmeno il vuoto in cui questa occasione è stata lasciata cadere da chi forse avrebbe potuto coglierla per associare il nome della nostra città nel mondo a una narrazione più rispettabile di quella che la vede presunta patria di un navigatore, il cui merito sarebbe consistito nello “scoprire”, senza accorgersene, un continente che già esisteva. 

Immagine di copertina:
Riomaggiore, una delle fonti di ispirazione per Portorosso. Foto Pxfuel


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Dottoressa di ricerca in Filosofia, si occupa di pensiero nietzscheano, pop-filosofia e filosofia del corpo, temi di cui scrive e parla tantissimo. Insegna Filosofia e Storia al Liceo Mazzini di Genova. Studia danza classica da sempre. Nel 2018 è diventata mamma e da allora è inarrestabile.

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