Smart working e isolamento sociale

Lo smart working è una prigione?

In RICH♡HARD trovai un luogo dove tornare e sentire la voce interiore che tutto e tutti volevano silenziare. Oggi parla di distanziamento.

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Ho visto questo reel dalla pagina instagram RICH♡HARD, e conoscendone l’autore genovese, non ho esitato a dirgli di essere rimasto colpito e che ero curioso di ascoltare le ragioni della pubblicazione. 

Innanzitutto, cosa è, chi è RICH♡HARD?

Ve lo dico con le mie parole, figlie della mia esperienza personale, chissà non sentiate qualche eco anche voi. 

RICH♡HARD è nato come blog, dove un ragazzo che pensavo un po’ come me – ma nemmeno poi troppo come me – riversava riflessioni, più o meno malinconiche, sulle proprie piccole-grandi esperienze di vita, in cui mi ritrovavo non di rado e che mi facevano sentire non escluso da tutto e tutti.

Quando hai 20 anni non sei un po’ stufo del mondo e delle convenzioni che vedi come catene che imbrigliano la tua realtà, il tuo modo di essere e di pensare? A me è capitato. Quando hai 20 anni non ti sembra che tutto ciò che è presentato come vero e imperituro meriti invece di essere superato se non abbattuto, novello muro di Berlino?

A 20 anni ho cominciato ad avere la netta sensazione che, accanto a tantissime idee, molti valori e tante riflessioni che condividevo allora (e che da allora ho fatto mie), ci fossero anche tanti aspetti di me che trovavo del tutto diversi e singolari rispetto agli altri, ai contesti in cui mi muovevo, all’idea di relazioni che volevo praticare.

In RICH♡HARD ho trovato una voce, scritta – quindi anche “un luogo” dover poter tornare –, che risuonava in me diversamente da quasi tutte le altre che fino ad allora avevo udito ed ascoltato.

Forse proprio perché blog, perciò silente, privo di un volto giudicante ma capace di accogliere, concedendo tutto il tempo che si vuole per essere letto, tralasciato, divorato, dimenticato e poi ripreso, proprio come un libro, RICH♡HARD era un luogo in cui ogni tanto era davvero bello tornare e magari vedere quale altra nuova riflessione era stata condivisa dal suo autore. E magari scoprire, ancora una volta, che proprio lì sentivo almeno una delle tante voci che mi compongono, che compongono ciascuno e ciascuna di noi.

Ah, didascalicamente,  RICH♡HARD è la pagina (prima Blog, poi profilo Facebook, Instagram e infine anche una playlist su Spotify) di Riccardo Gaggero, genovese classe 1995, ma per saperne di più su cosa sia RICH♡HARD guardate qui.

Edoardo: RICH♡HARD, in questo reel cosa hai voluto condensare?

RICH♡HARD: Il reel a cui ti riferisci è in realtà, come la maggior parte dei pubblicati sul canale Instagram del blog, un repost. L’autore originale della clip non lo conosco, e, come per molti altri, i crediti restano anonimi. Ho trovato negli ultimi due anni il modo di canalizzare i miei contenuti anche attraverso la nascente e crescente modalità reel, che Instagram ha elegantemente plagiato dal concorrente cinese.

Attraverso i reel io mi limito a condividere dei momenti multimediali che possano suscitare un tipo di emozioni in linea con il genere di articoli che il blog contiene: narrazione, malinconia, difficoltà, sentimenti. I reel sono per loro natura più brevi, più veloci, più colorati, e privi di testo – testo come lo abbiamo sempre inteso, come la sezione informativa dedicata meramente alla “didascalia” di un post.

Ciononostante, i reel spesso sono ugualmente narrativi, raccontano molto più di quello che proiettano in pochi secondi, in un sottotesto classico del media digitale: colore, sound, contenuto. Sono più efficaci nel caso del canale Instagram del mio blog rispetto a semplici video o post, permettono di raggiungere più persone, con o senza hashtag: prima o poi un reel di RICH♡HARD, se rientri nel target, ti arriva.

Infine, ammetto, sono un ottimo alibi per giustificare – ammesso che debba essere giustificata – una totale decrescente attività del blog sui social e sul sito stesso. Questioni private e lavorative mi hanno ragionevolmente impedito di mantere il ritmo calzante e inconsapevole di diversi anni fa.

Per venire alla tua domanda, il reel in questione era una silente denuncia di un creator ai tempi della prima quarantena.

Allora l’imprevedibilità della pandemia aveva comportato la drastica risposta del lockdown, che aveva costretto studenti di tutto il mondo (o quasi) alla DAD, didattica a distanza.

RICH♡HARD ha riproposto lo stesso contenuto, e quella scelta è mossa dall’intenzione di voler ampliare la denuncia del creator originale, indirizzandola al mondo dello smart working in generale.

E.: Sono due anni ormai che DAD e smart working sono entrati prepotentemente nelle nostre vite. Possiamo dire che sono arrivati a dominarle: non solo occupando gran parte della quotidianità, ma anche come elemento psicologico oppressivo delle nostre vite.

Tornando al reel da cui siamo partiti, come ha vissuto RICH♡HARD lo smart working?

RH.: Come avevo precedentemente accennato, la pandemia di covid-19 ha stravolto completamente le vite di tutti noi, ha influenzato la nostra realtà sotto così tanti aspetti che mi risulterebbe disorientante farne un elenco esaustivo e che renda l’idea della vastità delle cose a cui mi riferisco. 

Le catastrofiche e temo irreparabili conseguenze sui rapporti umani, sulle relazioni, sui disturbi mentali così come quelli alimentari, sugli equilibri geopolitici e sulle politiche stesse sono solo alcune briciole di quegli aspetti. L’unico articolo che scrissi in merito alla pandemia fu “Guerra”, e non a caso, tengo a sottolineare, fu l’ultimo articolo che pubblicai.

Il mondo del lavoro subì anch’esso il fascino delle catastrofiche conseguenze di una pandemia globale, un mondo che nel nostro paese vacillava pericolosamente da anni. Un settore iniquo, chiuso, senza prospettive. Tuttavia, la complessità delle restrizioni dovute al covid-19 ha accelerato parallelamente la rivoluzione digitale in atto da anni, venendo incontro a molte delle nuove esigenze che l’isolamento sociale portava nel 2020. 

Come tanti, nel 2020 mi sono laureato in casa mia, abbracciato dalle congratulazioni trasmesse via webcam. Pixel come se fossero coriandoli.

Dopodiché ho lavorato presso una catena commerciale di articoli sportivi a Genova per quattro mesi fino a quando non trovai un lavoro in linea con il mio percorso di studi, a Milano. Un lavoro che oggi ho il privilegio, riconosco e ribadisco, di poter svolgere a distanza.

Ogni azienda dall’inizio della pandemia ha attuato differenti misure di sicurezza per prevenire i contagi, sdoganando lo smart working. La mia azienda ospitante permette tutt’oggi e per il futuro la possibilità di lavorare da remoto, per sempre.

Questo venne incontro alle mie esigenze economiche, che non sarebbero potute essere soddisfatte nella città più cara d’Italia, con un contratto da stagista.

E così da un anno vivo da solo in una casa di proprietà inutilizzata di una mia parente, lavorando in smart working, a Genova.

Lo smart working ha infinite qualità, ma anche grandi limitazioni, così grandi da poter essere intuite da chiunque. E a lungo andare, sembra possa divenire una quarantena.

Prima si lavorava da remoto perché si era in isolamento. Ora si lavora da remoto, e per questo si è – in qualche modo – ancora isolati.

Rapporti umani, spazi lavorativi, coffee break. Tante cose, che se ci pensi, in tante realtà aziendali dopo la pandemia non sono mai più tornate.

E.: Cosa resta di questi due anni di “distanziamento fisico” che dai suoi contenuti traspare essere stato anche profondamente “distanziamento sociale”?

RH.: Voglio avere l’umiltà di esprimermi solo sulla base della mia esperienza personale, poiché non tutti hanno vissuto la pandemia e le restrizioni annesse nello stesso modo, con la stessa cautela, con le stesse attenzioni, e specialmente nelle stesse situazioni di comfort.

Abitazione, locazione, reddito, senso civico, disoccupazione, contratti lavorativi, partite iva e non, sono fra i tanti aspetti sopracitati che compongono una realtà molto variegata quanto complessa.

Personalmente, credo che abbia portato una profonda solitudine collettiva e un’incertezza disumana. Ha acuito le criticità già presenti che le persone si portavano dentro, e in altrettanti casi ne ha create delle nuove. A volte percepite come irreparabili.

Ha accelerato, inoltre, un cambiamento di stile di vita, specialmente nei millennial, che senza l’avvento pandemico sarebbe stato diluito in almeno il doppio degli anni.

E.: Cosa RICH♡HARD salverebbe dello smart working (se qualcosa vuole salvare)?

RH.: Concede più diritti al lavoratore, più tempo (se gestito in maniera corretta da entrambe le parti), rappresenta talvolta anche un risparmio per il lavoratore. Ve ne sono anche molti altri.

E.: Che ruolo hanno svolto, svolgono e svolgeranno i social network, tutti, ai tempi del covid e dopo di esso?

RH.: I social network oggi più di ieri ci vengono in aiuto proponendoci delle soluzioni, ma a bisogni che essi stessi hanno creato. E che per colpa della pandemia, sono divenuti reali.

E.: E il blog? Che ambizioni ha RICH♡HARD? Intercettare i moti e gli stati d’animo dei giovani d’oggi? A me sembra riesca, da sempre e ancora, a connettersi almeno alla propria fascia d’età.

RH.: RICH♡HARD, come un social network, rispondeva alla mia esigenza personale di esternare e sfogare dei pensieri e delle riflessioni. Ho scritto diversi articoli, molti sono stati oggetto di grandi critiche, ma altrettanti, ammetto, sono stati lodati. RICH♡HARD mi ha permesso di ottenere un lavoro.

Oggi sono un adulto più consapevole ed essendo soprattutto anche io un cittadino del mondo, non sono rimasto illeso dalle conseguenze della pandemia.

Il pudore mi ha impedito di continuare a scrivere, come dicevo all’inizio, con lo stesso ritmo galoppante di un tempo, nonostante i contenuti siano quadruplicati, così come anche i potenziali lettori.

Ma la verità è che forse, per il momento, un reel basta e avanza. I reel possono essere ugualmente significativi, senza dover sacrificare quel grado di esposizione di cui RICH♡HARD, oggi, non può fare a meno.

Questa guerra dichiarata silenziosamente da un rivale invisibile di cui non eravamo a conoscenza, è una guerra alla quale non eravamo preparati. Non eravamo pronti. Nessuno ci ha mai insegnato o simulato la condotta in uno scenario del genere: siamo vittime di una spietata novità.

Molti di noi, non sono forti abbastanza. Non dobbiamo nasconderci dietro a del positivismo tossico e immotivato, la nostra è una realtà frammentata in cui c’è spazio per le criticità di tutti. Quello che era un normale variopinto scenario di una società è diventato inavvertitamente un campo di battaglia dove tutte le debolezze e le lacune personali sono drasticamente amplificate.

Molte persone non erano pronte ad una convivenza forzata semplicemente con sé stessi.Le vittime di guerra saranno tantissime. Molte di queste saranno invisibili agli occhi, così come fu il nostro nemico. E sarà difficile scovare il dolore in tutti, e sarà ancora più ambizioso realizzarlo per coloro che non ne sono ancora a conoscenza.”
Guerra, 24/05/2020

Immagine di copertina:
Foto di Avi Richards


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