Io sono femminist

Lìberati dellə bravə femministə

“Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci è stato concesso.”

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Io sono femminist
Ambra Castagnetti, BALALAJKA, 2021, ceramica. Courtesy of Ambra Castagnetti.

Sebbene corra l’anno 2021, “Io sono femministə” è ancora una dichiarazione per stomaci forti. Tendenzialmente, chi non si informa o, peggio, chi si informa sui media mainstream ha un’idea del femminismo che si riassume nella figura dellə radical chic di sinistra che deve piagnucolare a tutti i costi delle sue sventure. 

Il catalogo in dieci comodi punti sostiene che lə femministə:

  • non si depila
  • non si trucca e parrucca
  • non usa il reggiseno (se ha un seno)
  • indossa abiti di seconda mano un po’ larghi, un po’ da zecca
  • si lamenta se gli uomini lə guardano
  • si sente attaccatə se gli uomini lə parlano
  • va a imbrattare tutti gli anni la statua di Indro Montanelli a Milano
  • rompe i coglioni manifestando in piazza con le tette di fuori (se le ha)
  • se la prende per *Le Parole*
  • è un*istericə che odia gli uomini

Qualunque individuo di buon senso si renderebbe conto, anche senza intervento esterno, che si tratta di poco più che un racconto stereotipato da giornaletti di bassa lega. E invece, tocca allɜ femministɜ, quellɜ del mondo reale, smontare questa narrazione ogniqualvolta si trovano faccia a faccia con qualcuno che del movimento non sa e probabilmente poco vuole sapere.

Così, ogni dichiarazione che riassumeremo qui con “Io sono femministə” desta nella migliore delle ipotesi curiosità, più normalmente scandalo, al peggio repulsione. Il lavoro che lə singolə si trova a dover fare per spiegare il suo punto di vista sul mondo – come se fossero affari da giustificare – è immane e scoraggiante, quando non si ha la tempra dell’attivista.

Appunto, l’attivismo: la sede dei grandi modelli cui ispirarsi, in cui trovare l’energia giusta per affrontare il resto del mondo.

Chi già si riconosce nel femminismo e chi ci si sta appena avvicinando si scontra suo malgrado con una seconda narrazione, quella che è stata costruita intorno alle ardue imprese dellɜ femministɜ attivistɜ di ieri e di oggi, che sfocia – lo avrai indovinato – in un altro decalogo di comportamenti, quello della Vera Femminista™, altro nome dellə social justice warrior da tastiera tanto comune in rete:

  • Non avrai altro dio all’infuori del femminismo
  • Non nominare Beyoncé invano
  • Ricordati di santificare il colore della pelle (specialmente se non bianca)
  • Onora la coppetta mestruale
  • Non uccidere o sfruttare animali per nutrirti
  • Non usare materiale plastico monouso
  • Non appropriarti della cultura altrui
  • Non fingere gli orgasmi
  • Non desiderare un corpo da copertina patinata
  • Non desiderare *quella* maglietta di H&M

Disclaimer: i dieci comandamenti della Vera Femminista™ e il decalogo precedente si collocano in posizioni equidistanti dalla pratica quotidiana del femminismo.

Sembra che, tra mondo reale e mondo virtuale, non ci sia tregua per chi sente di voler abbracciare il femminismo come studio e modo di condursi.

La pressione sociale cui fare fronte è fuori da ogni logica: che siano aspettative da combattere o da cui difendersi, il punto è che questo carico distoglie dalla ricerca più profonda e intima delle ragioni che spingono in direzione di un cambio di prospettiva sulla realtà così radicale.

In fondo, è proprio di questo che si tratta: sei cresciutə per anni e anni in una società, in una cultura che ti ha resə ciò che sei e che ora ti sta stretta e hai bisogno di attenzione per analizzarti, per chiederti cosa senti l’urgenza di cambiare e come vuoi farlo; hai bisogno di concentrazione per informarti, confrontarti con altre esperienze, scoprire che non sei l’unicə ad avvertire l’esigenza di fare un passo avanti e comprendere quali strade sono state intraprese da altrɜ; hai bisogno di ritmo, per individuare al momento opportuno ciò che fa male a te e/o agli altrɜ, provare a reciderlo e medicare le inevitabili ferite; soprattutto – dai, che hai intuito anche questa! – hai bisogno di vitalità, di riempirti di energia, elettricità e leggerezza, perché se con un poco di zucchero la pillola non va proprio giù, almeno il tentativo è più piacevole.

Bisogna essere chiarɜ su questo punto:

Immaginare se stessɜ e il mondo in chiave femminista è un lavoro costante, interminabile, che non ammette distrazione né tregua, che richiede disponibilità all’ascolto accanto a chiari presupposti ideali non negoziabili, che vuole solidarietà ed empatia, ma all’occorrenza combattività e assertività. E tanto altro, tutto insieme: è indispensabile imparare a non discriminare su base sessuale, di genere, etnica, religiosa, abilista, et al.; è indispensabile amare tutti i corpi, comunque essi si presentino, a partire dal proprio; è indispensabile essere coscienti del nostro impatto sull’ambiente, attraverso una ferrea educazione in tema di ecologia, sostenibilità, urbanistica, specismo, nutrizione e settore agro-alimentare, mobilità, produzione industriale; è indispensabile imparare a rimodellare il proprio linguaggio in ottica inclusiva e sulla stessa base censire il nostro consumo di informazioni, arte e intrattenimento; è indispensabile crearsi una cultura in fatto di diritto e tutele, difendere le conquiste continuamente messe in pericolo (aborto in primis), denunciare i soprusi e combattere affinché nessunə rimanga indietro; è indispensabile parlare, esporsi, leggere, tenere il passo dell’attivismo.

Roba che le fatiche di Ercole sono un soffice muffin al confronto. 

Purtroppo e per fortuna, non siamo semi-divinità protette dai piani alti, siamo esseri umani: e come tali fallibili, ingannabili, mutevoli, prede di tentazioni e pigrizia.

Non siamo software da aggiornare con la patch del momento. Non possiamo tenere sotto controllo ogni comportamento, ogni parola, ogni gesto. Ci si prova, eh, ma bisogna essere realistɜ: non possiamo pretendere da noi stessɜ di abbandonare uno stile di vita per rivoluzionarci completamente da un giorno all’altro.

Non riusciamo a mantenere i propositi di inizio anno (qualcuno ha detto videocorso di fitness on line?), figurarsi sradicare il patriarcato da dentro di noi!

Riconoscersi come esseri temporali e transeunti ha a che fare con il prendere consapevolezza che non tutto ha carattere di necessità. Al contrario, l’unico faro che illumina un po’ il caos che ci circonda è l’elenco delle priorità che ci diamo, liberamente, secondo i criteri che sentiamo più nostri. E se questo elenco non è scolpito nel granito, ma beneficia della possibilità di essere rivisto e accomodato in funzione dell’esperienza, dell’età e delle circostanze, allo stesso tempo può essere fedele ai più fervidi ideali, tenendo sempre presente che le utopie, centrali nel nostro desiderio di lasciare il mondo un po’ meno schifoso di come lo abbiamo trovato, per definizione, non hanno luogo.

E allora, facendola più semplice, al diavolo i dogmi e i comandamenti. Se il femminismo ci vuole liberɜ di esprimere la nostra identità, facciamolo senza costringerci a rispettare norme superficiali e assolute. Non sarà certo il soddisfacimento di sterili aspettative a impedirci di commettere errori o sentirci in imbarazzo per qualche lotta che non ci siamo sentitɜ di sostenere o qualche battuta cui non abbiamo avuto la fermezza di rispondere a tono! 

Il femminismo non è una poesia che si recita a memoria, è la possibilità di indagare il proprio punto di vista sul mondo e metterlo costantemente in discussione.

È una lente che ci fa guardare al reale in modo diverso, cui ci abituiamo un poco alla volta e che impariamo a usare piano piano. È un esercizio di autocoscienza che, per dare i suoi frutti, contempla la ricerca di un equilibrio pragmatico tra ciò che vorremmo essere e fare e ciò che possiamo essere e fare. È un’assunzione di responsabilità verso se stessɜ e verso la società presente e futura, che dobbiamo essere abbastanza accortɜ da non far diventare un macigno paralizzante di sensi di colpa.

Nessunə di noi corrisponderà mai allə definizione di buonə femministə, non fosse altro che di correnti femministe ne esistono molte, con declinazioni diverse e a volte addirittura in contrasto tra loro.

L’unica cosa che conta davvero sono le singole persone che introducono i principi del loro femminismo di riferimento nella loro vita, con le modalità che trovano più consone, negli ambiti in cui si sentono disponibili a farlo.

Così unə sarà più sul pezzo con il linguaggio inclusivo, un*altrə non si perderà una manifestazione, qualcun*altrə ancora smetterà di comprare nelle catene di fast-fashion o scriverà articoli d’opinione. Senza lo sciocco fardello di assurgere a una perfezione onnipresente, onnisciente e onnipotente di fronte a sé e allɜ altrɜ, che male si combina con la realtà nella quale siamo immersɜ, ma con l’ambizione di vedere sempre più individui abbracciare il movimento e fare la loro piccola o grande insostituibile parte. 

Ti svelo un segreto: non si è mai femministɜ fattɜ e finitɜ, perché l’unica dimensione che un sano femminismo ammette è quella del divenire. E la speranza di incarnare lə femministə perfettə è una mera illusione, perché solo la comunione di ogni singolarità si traduce nel femminismo.

Peace.
*drops mic*

Immagine di copertina:
wall:in media agency su opera di Ambra Castagnetti, BALALAJKA.


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Un passato da ballerina, un presente da laureata in Storia dell’arte contemporanea, ambizioni da superstar. Non esce di casa senza rossetto, un libro in borsa e il fiatone di chi è sempre in ritardo. Si diletta a organizzare il Cotonfioc Festival e a tradurre testi d’arte dall’inglese.

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