Evasione detenuti Palestinesi

LABIBA | Molto più di un’evasione

Lo stupore provocato dall’evasione di sei detenuti palestinesi riporta l’attenzione sul sistema detentivo israeliano e le sue conseguenze.

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La notte del 5 settembre 2021, come fosse una scena del film Le ali della libertà, sei detenuti palestinesi sono stati protagonisti di un’evasione dalla prigione israeliana di Gilboa scavando un tunnel. Tra loro c’è Zakaria Zubeidi, ex-comandante a Jenin delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa – gruppo armato legato ad al-Fatah –, arrestato nel 2019 a seguito del sospetto da parte dei servizi segreti israeliani (Shin Bet) di pianificazione di un attacco terroristico.

I restanti cinque (Mondal Ainfaat, Mahmad Aardiya, Muhammed Aardiya, Yakub Kadari e Iham Kamagi) appartengono alla Jihad islamica palestinese; quattro di loro erano condannati all’ergastolo, mentre uno era in detenzione amministrativa.

In via preventiva, il resto dei 350 prigionieri di Gilboa è stato spostato in altri luoghi, i quali non sono stati resi noti.

Questo tipo di operazione compiuto dagli agenti penitenziari israeliani può, secondo numerose organizzazioni, essere considerata una violazione dell’art. 33 della Convenzione di Ginevra, percepito come una sorta di punizione collettiva.

Di conseguenza, l’associazione Addameer for Prisoners Care and Human Rights ha inviato il 6 settembre una richiesta al Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) con sede a Gerusalemme, chiedendo a quest’ultimo di prendere in carico il monitoraggio degli ultimi trasferimenti di detenuti palestinesi e di informare i familiari sulla loro nuova collocazione. 

La notizia dell’evasione è stata recepita con molto stupore in tutto il mondo, in particolare all’interno di Israele e dei territori occupati. Questo perché il Paese è considerato, sin dalla sua nascita, uno dei pochi Stati con il livello di sicurezza interno ed esterno tra i più avanzati al mondo.

Il governo israeliano nel 2018 ha aumentato la spesa annuale dedicata alla sicurezza militare con una somma che va da 630 milioni a 950 milioni di dollari. Tutto questo tralasciando l’aiuto economico, 3,8 miliardi di dollari, che arriva sempre ogni anno dagli Stati Uniti. 

I fatti del 5 settembre hanno generato diverse conseguenze e riportano nuovamente l’attenzione sul sistema detentivo israeliano

Le ripercussioni sulla popolazione palestinese, sia all’interno di Israele che nei territori occupati, sono state immediate. Difatti, le forze militari insieme alla polizia israeliana hanno provveduto a perlustrare ogni villaggio e ogni città della West Bank e a interrogare e arrestare centinaia di palestinesi in Cisgiordania.

É stata sottoposta alla stessa pressione la comunità israelo-palestinese, la quale viene osservata costantemente, poichè considerata come una quinta colonna nel Paese. 

Coloro che vengono arrestati sono poi trasferiti nei centri di detenzione sul territorio israeliano.

Va ricordato che questa pratica è contraria al diritto umanitario internazionale presente nella IV Convenzione di Ginevra all’art. 76, il quale stabilisce che una potenza occupante deve detenere i residenti del territorio occupato nelle carceri all’interno dello stesso territorio. Il trasferimento in territorio Israeliano implica di fatto che molti detenuti incontrano numerose difficoltà a potersi incontrare con i propri difensori legali, i quali la maggior parte delle volte sono palestinesi.

In aggiunta, non ricevono visite dai familiari perché spesso i permessi per entrare in Israele vengono loro negati per “motivi di sicurezza”. 

Secondo istituzioni specializzate in affari carcerari, Israele detiene circa 4.850 prigionieri, tra cui 41 donne, 225 bambini e 540 detenuti amministrativi. Il sistema detentivo israeliano è da sempre sotto accusa, da parte di ONG interne e internazionali, oltre che dal Parlamento Europeo, in particolare per la pratica della detenzione amministrativa, l’arresto di minori in costante crescita e le pratiche di tortura subite dai detenuti. 

La tensione nel territorio sta esponenzialmente aumentando

L’evasione dei detenuti è avvenuta in concomitanza con la messa in accusa di 14 agenti che formano parte delle Forze di Sicurezza Palestinesi per l’uccisione di Nizar Banata, attivista palestinese morto mentre si trovava in custodia degli agenti lo scorso 24 giugno.

Nizar era fortemente critico nei confronti dell’establishment palestinese, in particolare di Abu Mazen, esprimeva il suo dissenso e la sua preoccupazione per la tendenza assolutista dell’Autorità tramite social media. La sorveglianza e le ripercussioni sociali su coloro che criticano l’ANP sono state fortemente contestate da molte organizzazioni che difendono i diritti umani. 

Pertanto, i palestinesi si trovano nuovamente stretti in una morsa interna ed esterna con eventi che fanno sì che si cammini in equilibrio precario, sperando di non cadere e di non sprofondare in una nuova ondata di caos e dolore.

Articolo di:
Lamia Yasin

Immagine di copertina:
Foto di Denny Müller


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