Intifada verde

LABIBA | Cap. 3.2. Intifada verde e limitazioni

La Palestina è un territorio dalle infinite sfaccettature e voci contrapposte: in particolare quando si parla di patrimonio culturale e radici.

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Premessa: Labiba prima di essere un progetto è una storia, lunga e centenaria come la storia della Palestina. Per questo troverete sempre i nostri articoli divisi per capitoli come fosse un grande libro. intifada verde e limitazioni è il cap. 3.2 e fa parte della sezione dedicata al patrimonio culturale palestinese.

La Palestina è un territorio dalle infinite sfaccettature, lotte interne e voci contrapposte. Capita di rado che queste voci siano in accordo tra di loro ma quando accade possono nascere delle vere rivoluzioni. Il piccolo Villaggio di Battir, alle porte di Gerusalemme, è uno di questi casi. Terra di storia e della cosiddetta intifada verde” che ha unito i palestinesi e gli israeliani della National Park Authority – come poche volte nella storia – in una resistenza non violenta alla costruzione del muro di superazione israeliano che dal 2002 ad oggi taglia e limita la vita e le rotte dei palestinesi in diverse aree della Cisgiordania.

Come in molti altri villaggi, il progetto della costruzione del muro prevedeva che Battir ne fosse completamente attraversata, limitando in questo modo la possibilità per gli abitanti del luogo di coltivare le proprie terre site in una valle punteggiata di terrazzamenti creati con muretti a secco e che vanta di un sistema idrico risalente a secoli fa.

Il paesaggio unico nel suo genere, rischiava di essere distrutto dalla furia del controllo e della conquista di Israele. 

Un gruppo di professionisti – ingegneri ambientali, tecnici e attivisti del villaggio – davanti alla possibilità di vedere per sempre cambiata la loro terra, decise di presentare, con scarso risultato, una serie di ricorsi alla Corte Suprema Israeliana. Il tentativo di per sé fallimentare, ha però attirato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.

La reazione è stata talmente forte che la stessa UNESCO nel 2014, dopo due anni dall’entrata della Palestina nell’organizzazione, ha deciso di con “urgenza” Battir, la terra degli ulivi, nella lista dei siti in pericolo, in modo da mettere in sicurezza il territorio, favorire la rinascita del turismo e la salvaguardia del Patrimonio culturale di questa piccola cittadina.

La decisione del 2014 non è stata l’ultima a scontentare Israele

Quest’ultima ha portato all’uscita dello stato e del suo più leale amico – gli Stati Uniti d’America di Trump – dall’organizzazione. Sono emersi numerosi dissapori anche in seguito alla nomina della città vecchia di Hebron come Sito Palestinese, inserito nella stessa lista dei siti in pericolo. 

Tali nomine rendono la situazione di questi luoghi singolare e sicura rispetto ai restanti siti archeologici e culturali palestinesi. La loro posizione geografica e la nomina di questi a “siti palestinesi” rende possibile per la popolazione nativa visitarli e connettersi alle loro radici. Tale evenienza è di fatto un’eccezione rispetto alla maggior parte dei luoghi storici o dei siti culturali, in particolare per quelli dislocati in aree C.

Gli accordi di Oslo o di Taba portano un ulteriore fallimento rispetto a quello del graduale smantellamento del sistema di controllo e di potere israeliano nelle aree A e B della Palestina.

L’allegato III dell’Accordo di Taba riguarda infatti l’archeologia. Esso stabilisce il trasferimento all’Autorità Palestinese – nata nel 1993 – della protezione, della gestione e del controllo dei siti archeologici, oltre a quello delle licenze e delle altre attività legate al settore. Nulla di tutto questo è mai avvenuto. Anzi con la giustificazione di proteggersi dagli attacchi palestinesi della seconda intifada, nel 2002, Israele inizia la costruzione di un muro di separazione seguendo la struttura della green line del 1949.

Il muro lungo più di 500 Chilometri viene costruito nella parte palestinese del Paese, portando ad un nuovo modellamento della geopolitica locale ed allontanando i palestinesi dal loro territorio e dal loro patrimonio culturale attraverso un lento e inarrestabile processo di land e water grabbing in Cisgiordiania.

Intifada verde
Parte del muro di separazione. Foto di Labiba Network

Dal 1967 fino a oggi Israele ha violato ripetutamente l’art. 49 della Quarta Convenzione di Ginevra tramite la costruzione di colonie ebraiche (settlements) e parchi naturali in Cisgiordania escludendo un numero sempre maggiore della popolazione nativa dal territorio.

Le colonie diventano presto un ulteriore metodo di controllo del territorio.  Molte di queste vengono costruite in luoghi strategici della Cisgiordania accanto ai principali siti archeologici, a volte inglobandoli e gestendoli direttamente.

Uno dei casi più eclatanti è quello del Il Monastero bizantino di Martirio, uno dei più importanti monasteri del deserto, risalente al VI secolo d.C. del tutto inglobato all’interno della colonia ebraica di Maale Adumim.

Intifada verde
Foto di rito davanti alla Moschea Sinagoga di Hebron. Foto di Labiba Network

In seguito alla mancata attuazione degli accordi di Taba e dell’allegato III, molti analisti hanno sottolineato la volontà israeliana di annettere lentamente tutto il territorio dell’area C allontanando o cacciando ulteriormente i palestinesi dalla loro terra. In risposta a tali accuse Israele ha sempre sminuito la connessione che c’è tra palestinesi ed il loro patrimonio. A questo si aggiunge che Il diritto israeliano sancisce l’impossibilità per i palestinesi di entrare all’interno del territorio delle colonie, in completa violazione del diritto Internazionale.

Ad aggravare la violazione vi è anche la sanatoria con carattere retroattivo che ne 2017 venne promulgata tramite la legge per la regolarizzazione degli insediamenti ebraici in area C. Tale sanatoria ha sancito ulteriormente la volontà da parte di Israele di annettere l’area C della Cisgiordania, allontanando ancora una volta i palestinesi dalla loro terra e dalle loro radici. 

Battir ed Hebron ci sembrano in questa cornice casi isolati, che resistono grazie alla forza di chi si è imposto per essere ascoltato, e all’interesse della comunità internazionale.  La stessa sorte non è condivisa dai tanti siti archeologici a oggi presenti in area C, dove disarmati e inascoltati i palestinesi sono condannati a dimenticare tutto ciò che è nel loro passato. 

Per saperne di più: 

Collectanea 50-51 (2017-2018)
Studia Orientalia Christiana-Collectanea è la rivista annuale del Centro Francescano di Studi Orientali Cristiani del Cairo e raccoglie il frutto della ricerca degli studiosi residenti al Cairo e di altri colleghi.

Articolo di
Carolina Lambiase 

Immagine di copertina:
Battir vista all’alto. Foto di Labiba Network


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Labiba vuole essere un ponte tra chi vive e chi ascolta. Racconta la Palestina attraverso le storie e la ricchezza dei luoghi. Labiba è un luogo sicuramente lontano ma esiste e, non è solo occupazione militare del suolo, ma anche land grabbing, water grabbing, sfruttamento delle risorse e dei lavoratori.

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