Origine del coronavirus

La vera forza della scienza? Mettere a nudo le sue incertezze

Dal dibattito sulle origini del coronavirus possiamo imparare molto sull’approccio che dovremmo avere nei confronti del metodo scientifico.

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Sfrutterò l’argomento coronavirus (COVID-19) per parlare di un tema molto più grande: l’approccio alla scienza. Tutti abbiamo avuto notizia della teoria secondo la quale l’origine del Coronavirus Sars-CoV-2 potrebbe essere stata in laboratorio. Per screditare questa ipotesi è stato scritto un articolo da Andersen e colleghi, pubblicato su Nature Medicine.

Questo articolo ha fatto il giro del mondo velocemente ed è citato ovunque, anche da fonti di informazione generalista e sui social. Sembrerebbe che abbia messo una pietra sopra la questione, confutando definitivamente la teoria dell’origine artificiale del virus.  

È così facile la faccenda?

Mi dichiaro subito d’accordo con la teoria non-artificiale, cioè quella di Andersen e della maggior parte della comunità scientifica. Tuttavia, leggendo l’articolo emergono due tipologie di ambiguità.

La prima di carattere comunicativo e intuibile anche da chi non ha una formazione in biologia. Nell’articolo infatti si trovano sia frasi che comunicano il concetto di improbabilità della teoria artificiale, sia frasi molto nette che intendono escludere la suddetta ipotesi in modo categorico.

La seconda tipologia di ambiguità è più tecnica. Il confronto schietto delle sequenze genetiche del Sars-CoV-2 con quello di altri virus simili presenti in pipistrelli e pangolini è un’evidenza buona dello sviluppo naturale. Tuttavia, non esclude a priori il coinvolgimento umano in eventuali modifiche delle sequenze.

Successivamente, gli autori suggeriscono altre forti evidenze dell’origine naturale: la composizione della porzione altamente variabile del virus, la presenza di glicani o il probabile coinvolgimento di un sistema immunitario. In generale però si tratta (come espresso a più riprese in questo e in altri paper) di buone evidenze ma non di prove definitive. 

Dove sta il problema dunque?

Il problema sta nell’aver interpretato questo articolo come una prova definitiva dell’impossibilità di un’origine artificiale del coronavirus. Tale misunderstanding ha poi avuto grande risonanza, anche comprensibile. Ma quando si tratta di contenuti tecnici, e a maggior ragione se riguardano tematiche così delicate, bisogna comunicarli con molta cautela. 

L’interesse per la risposta definitiva e la notizia succulenta poi generano un nuovo interrogativo:

È giusto cercare di dimostrare la falsità della teoria artificiale?

Sarebbe invece più giusto interrogare chi sostiene tale teoria con delle evidenze e poi eventualmente confutare queste ultime. Cosa che per esempio è stata fatta all’interno della questione dell’origine del coronavirus da Pei Hao e colleghi. Compito della scienza in questo caso è dimostrare come il virus si sia evoluto, seguendo le piste più evidenti (in questo caso la teoria dell’evoluzione naturale e della zoonosi) andando avanti per la sua strada.

A un terrapiattista lo scienziato non risponde dimostrando che la Terra non è piatta, bensì che è sferica, il che esclude da solo il fatto che possa essere piatta.

Tornando alla questione Sars-CoV-2, che è un ottimo esempio, anche se si accumuleranno evidenze sempre più forti delle origini naturali del virus, questo non potrà tuttavia escludere del tutto la minima ma pur sempre verosimile possibilità di un’origine artificiale e parallela. In laboratorio, infatti, potenzialmente si può davvero creare qualsiasi cosa.

Il punto è che in ambito scientifico non ci sono verità assolute e inconfutabili. Anche la teoria dell’evoluzione Darwiniana, seppur fortissima e supportata da tantissime prove, potrebbe essere messa in discussione qualora osservassimo fenomeni nuovi in contrasto con essa. Un fossile di 3 miliardi di anni di un coniglietto di Pasqua farebbe vacillare qualche certezza, se poi altre evidenze in contrasto con la teoria più valida emergessero, questa andrebbe rivista in modo critico e costruttivo.

Da un punto di vista scientifico ogni teoria è valida se ripetibile sperimentalmente in modo da poter essere confutata in qualsiasi momento. A differenza della religione, il metodo scientifico non aspira a ottenere verità assolute.

È la religione che si occupa del perché. La scienza deve pensare al come.

Questo non significa dimenticarsi del principio di causa/effetto, ma semplicemente ci ricorda che se vogliamo usare una mentalità scientifica dobbiamo accettare la casualità delle cose e accontentarci di capire come i fenomeni si manifestano. Allo stesso modo una teoria del complotto non si basa su evidenze scientifiche, quindi non vi sono contenuti confutabili, è una cosa a cui si può al limite credere senza pretese scientifiche. 

Se quindi è importante riconoscere l’invalidità di alcune teorie è allo stesso tempo fondamentale non ricadere nel tranello opposto, ovvero credere che tutto quello che la scienza dice sia definitivo. Si passerebbe da un approccio scientifico a uno scientista. La vera forza della scienza, insomma, risiede proprio nel mettere a nudo la propria incertezza, la possibilità di confutarsi e rinnovarsi.

Infatti, potrebbe capitare che una teoria campata in aria poi si riveli in seconda battuta più valida scientificamente di una precedente supportata da evidenze sperimentali (evento molto raro ma non impossibile). Senza la cultura dell’incertezza scientifica, si perderebbe fiducia nella forza del metodo scientifico che è stato costruito nel corso nel corso della storia da una lunga serie di errori e graduali aggiustamenti. Questo sarebbe catastrofico. 

Accettiamo i limiti, apprezziamoli, superiamoli e creiamone di nuovi. 

Immagine di copertina:
Delcarmat


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Formazione scientifica basata su liceo scientifico e lauree in biotecnologie e biotecnologie industriali. Appassionato di comunicazione ha svolto una scuola di comunicazione scientifica per 6 mesi. Ha anche un canale YouTube di divulgazione scientifica. Non si interessa solo di scienza ovviamente, ma è il terreno dove si muove meglio e che crede, ancora un po’ romanticamente, di voler condividere con un pubblico più largo possibile.

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