Stereotipi

Immagini, ricordi e stereotipi di una vacanza

Rifletto sul fatto che da una parte è vero che i ricordi sono traccia di esperienze dall'altro di stereotipi che non riusciamo ad abbandonare.

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Spesso ci capita di attribuire degli stereotipi alle città o ai luoghi che non conosciamo bene, la maggior parte degli articoli che leggiamo o delle pubblicità che vediamo in giro sono realizzati per invogliare i viaggiatori a visitare città turistiche, montagne sempre verdi e spiagge tropicali. Il loro impianto visivo è funzionale alla presentazione di messaggi chiari e diretti, banalizzando quello che mostrano.

Mettendo in ordine la casa ho trovato delle raccolte di cartoline dei miei genitori, si vendevano negli anni Ottanta dei libricini che raccoglievano tutte cartoline che raffigurano i posti più significativi di una nazione o di una città, ad esempio per la Grecia veniva illustrato in ogni modo il mare, le statue classiche e ogni tanto con una tecnica di un photoshop amatoriale, come i collage dei bambini, anche una bella brocca di olio e una pietanza tipica.

Imbattendomi in queste cartoline ho sorriso. I loro colori accesi rievocano l’estetica della vacanza e lo spirito gioioso: solo rivedere certe immagini mi ha riportato nei giorni di viaggi, al mare o chissà dove.

Il problema però sorge quando gli stereotipi diventano fattori discriminanti o non permettono di conoscere un luogo in base alla propria esperienza e ai propri interessi.

Per questo motivo ho deciso di riportare un mio ricordo di una vacanza a Genova di 17 anni fa.

Vorrei riflettere sul fatto che se da una parte è vero che i racconti, i ricordi collettivi, le narrazioni di un luogo sono traccia di una cultura che è fatta di persone e di stratificazioni di esperienze, e ben più di semplicistici stereotipi; d’altro canto alcuni di questi semplicistici stereotipi sono talmente radicati dentro di noi che quasi sembra impossibile eliminarli. E c’è da domandarsi, è così necessario eliminarli del tutto?

Il ricordo

Andammo a Genova per visitare l’Acquario, nel mese di settembre, poco prima dell’inizio delle lezioni del nuovo anno scolastico.

Avevamo prenotato in un albergo vicino zona porto antico, nei pressi della Piazza delle fontane Marose, avendo con noi l’immancabile guida del Touring.

Viaggiammo in treno in uno di quei treni lunghi lunghi che dalla Puglia andavano a Torino, con cambio a Voghera; che divenne al ritorno famosa per i famigerati tramezzini, acquistati in stazione.

Con il ritardo perdemmo la coincidenza per Genova, ma per fortuna non mancavano i collegamenti con il capoluogo ligure.

Con i bagagli prendemmo un taxi. Dalla stazione ci portò in poco tempo a destinazione, consentendoci di prendere visione a 180 gradi della zona del porto antico, attraverso un tratto di strada sospesa, a scorrimento veloce.

L’albergo era stato ristrutturato da poco e quindi era tutto nuovo e confortevole.

Una finestra della stanza dava su una delle strette vie tipiche del tessuto urbanistico del centro storico.

La sera ci recammo a cena in un ristorante collocato in un antico palazzo vicino al teatro Carlo Felice e subito dopo a letto, stanchi dal viaggio.

La mattina dopo scendemmo – attraverso vicoli stretti brulicanti di antiche botteghe e laboratori artigianali tra cui ricordo ancora un’antica pasticceria nelle cui vetrine faceva bella mostra di sé la torta zena – al porto per andare a visitare l’acquario che, con le sue meraviglie, catalizzò l’attenzione di tutti, con estremo entusiasmo.

A pranzo decidemmo di andare a mangiare all’antica trattoria del porto. Scesi pochi gradini in una sala stretta e lunga, fummo avvolti nell’abbraccio olfattivo di un magnifico e intenso pesto alla genovese.

Decidemmo di andare a farci una passeggiata tra vari palazzi antichi ricchi di fregi e decorazioni, portici tipici e balconi fioriti, anni dopo venimmo a sapere che le finestre a Genova sono “finte”. La musica e i versi di Fossati erano la nostra guida turistica.

Nel pomeriggio vedemmo in vetrina un piccolo Troll nascosto in una tinozza e decidemmo di portarlo in viaggio con noi.

Il giorno successivo andammo con l’autobus a Nervi.

Volevamo andare al mare, così diverso dalle nostre spiagge sabbiose, così prorompente nello infrangersi sugli scogli. Prendemmo coscienza in quel momento che Genova e probabilmente tutta la Liguria è una lingua di terra stretta tra l’azione dirompente dell’acqua del mare e la durezza dell’ardesia del suo lato pedemontano. Da questa dicotomia la forza e la determinazione nell’affrontare le asperità della vita, privata e comunitaria.

Ecco un ricordo che tradisce l’inganno del luogo comune radicato in ognuno di noi, una linea sottile di stereotipi che però non azzera la complessità, la diversità, l’esperienza vera e il suo racconto.

Non nego di essere io per primo vittima dello stereotipo latente, della generalizzazione. E chi non lo è?

A chi, se gli dici una qualsiasi città italiana, non vengono in mente quelle immagini patinate, quelle espressioni dialettali, quei simboli popolari così diffusi quanto limitanti che fanno parte dell’immaginario collettivo? Ma il racconto di un luogo è anche questo: sono le persone a costruirlo.

Prima, durante e dopo esserci state, oppure mai. E quando un luogo lo vivi, lo vivi insieme a tutti questi discorsi che hai incorporato e ti porti dentro. Succede infine che tu stesso contribuisci a modificarne l’identità talvolta parlandone, talvolta rievocando lontani ricordi.

Alla fine emerge una linea sottile di stereotipi che però vengono inglobati in un clima romantico e quindi fatti propri, che ognuno di noi deve mettere in discussione, non nego che in un primo momento anche a me succede che quando mi viene nominato un luogo, una città subito mi vengono in mente delle cose, forse plasmata dai racconti di chi ci è stato, dalle persone che ho conosciuto e ogni volta che si torna in un posto sembra che la tua esistenza condizioni le caratteristiche del luogo.

Dalla vacanza genovese conservo un piccolo Troll e un libricino con le illustrazioni dei piatti tipici liguri.

Non avendo cartoline della città ho scelto di regalarvi come immagine ricordo dell’articolo, una cartolina di un posto che non ho mai visto ma che alla fine sempre a Genova mi riporta: La Spezia.

Immagine di copertina:
Scansione di una cartolina di Andrea Ce.


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Nato a Chieti nel 1996 si è diplomato presso l'Accademia di Belle arti di Brera di Milano nel 2018, attualmente studia Arti Visive e Moda presso lo Iuav di Venezia. In Abruzzo, fonda nel 2018, Unpae residenza d'artista presso il borgo di Roccacaramanico. I suoi interessi sono artistici e curatoriali.

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