Smart city

Il triangolo no? Una domanda sul significato di città “smart”

Un mercatino “abusivo” sequestrato, una conferenza sul futuro dell’economia del mare e una campagna che coinvolge mondo dell’arte, del teatro e del cibo. 3 episodi recenti che raccontano 3 mondi (sicurezza, economia e cultura) separati dentro la stessa città. Non sarebbe più “smart” unire i puntini e pensarsi come un’unica figura?

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Sotto il sole giaguaro di questo singolare inizio estate, tra fine Giugno e inizio Luglio, oltre a tutto il rumore di fondo della vita cittadina, sono successe tre cose, che vale la pena far emergere dallo sfondo e guardare da vicino. Genova Smart City

La prima è il sequestro, buon ultimo dopo una lunga fila, di quello che i principali media cittadini hanno chiamato un “mercatino abusivo” di oggetti usati. Esiste, infatti, una unità delle forze dell’ordine appositamente dedicata a questo tipo di interventi: si chiama “pattuglia antidegrado del reparto Sicurezza Urbana”.

Quello che fanno, come questo esempio racconta molto bene, è qualcosa di simile a spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua. Per cui, delle due l’una: o dai loro un bicchiere molto grosso e quindi, fuor di metafora, molta potenza di fuoco, oppure cambi strategia, tipo domandandosi quali sono le condizioni che fanno nascere l’incendio.

Il secondo evento che vale la pena evidenziare sulla mappa di questo inizio estate è il “Blue Economy Summit 2020, la manifestazione nazionale dedicata alle filiere produttive del mare, organizzata dal Comune di Genova, in programma tra il 29 giugno e il 3 luglio”.

In particolare, durante questo ciclo di incontri in cui alcune tra le più grandi risorse economiche della città si incontrano per capire come far crescere Genova attraverso l’economia legata al mare, si è parlato dello sviluppo di un “Blue District” uno spazio che agisca da incubatore di innovazione e imprese e da acceleratore di start-up. Insomma, un grande investimento di intelligenze, progettualità e risorse per accelerare la crescita economica della città.

Terzo e ultimo evento da portare in primo piano, accanto ai primi due.

Circa una trentina di diverse attività genovesi appartenenti al mondo del teatro, dell’arte, della ristorazione e della cultura più in generale hanno lanciato #RiGenova2020. Si tratta di “un programma simbolico di eventi per favorire la ripartenza di Genova in seguito alle misure adottate per la prevenzione della diffusione del Covid-19”.

L’idea è quella di mettere insieme realtà diverse per ragione sociale, obiettivi e struttura organizzativa allo scopo di sfruttare la forza della cooperazione e della coesione per superare il momento di difficoltà, che ha colpito in particolare i mondi della cultura.

Ora, a prima vista sembrerebbero tre episodi che poco hanno a che fare uno con l’altro. Infatti, il primo riguarda la questione politica del “degrado urbano”; il secondo riguarda questioni di “sviluppo economico”; il terzo, i mondi della “cultura”.

Politica, economia e cultura. Tre facce di una città che difficilmente si guardano, si parlano e si fanno carico l’una delle questioni delle altre.

D’altra parte, l’agenda, salvo rari casi, è chiara:
1. investiamo nella crescita economica,
2. implementiamo politiche capaci di non ostacolare la crescita e mirate alla sicurezza e al decoro urbano,
3. con quel che rimane, cerchiamo di raccontare le cose “belle” di Genova, con un po’ di Basilico, un po’ di Govi e qualche mostra d’arte che faccia notizia.

Le ragioni di questa agenda sono molto chiare e sarebbe quantomeno ingenuo derubricarle a prodotto di una mera ideologia politica. Per quanto ne posso capire, non è così semplice. E tuttavia. Se guardiamo di nuovo ai tre episodi riassunti sopra, se li mettiamo uno accanto all’altro in una immaginaria mappa evenemenziale della città, forse è possibile individuare dei fili rossi.

Forse si tratta di non dare per scontato che la crescita “economica” è una cosa, la politica contro il “degrado” un’altra e che, ancora su tutt’altro piano, stiano i mondi della cultura. Forse, con uno sforzo di immaginazione e di attività politica intesa meno come gestione del necessario e più come invenzione del possibile, potremmo trovare una strada per far sì che quei tre mondi si parlino, convivano, si aiutino uno con l’altro, anziché vivere in tre dimensioni parallele. 

Dice: facile criticare e porre questioni, ma cosa vorrebbe dire tutto questo, concretamente? Mi sembra giusto, quindi ecco qui. Avanzerei, timidamente e con sincera curiosità, una piccola proposta. E se dedicassimo una cabina di regia – di questi tempi la chiamano task force – a questo obiettivo? Se si potesse cominciare a pensare in che modo gli investimenti economici possano essere non solo capaci di generare valore aggiunto per gli investitori e occupazione ma anche, per esempio, essere capaci, innanzi tutto, di spegnere l’incendio dei “mercatini abusivi”? Se si potesse individuare nei mondi della cultura – o in quelle parti interessate a questo – risorse e intelligenze per trasformare e pensare in altri termini la questione politica del “decoro” urbano?

Non so eh, magari è puro vaneggio ingenuo, ma magari invece ci sono strade che si possono percorrere in questo senso. Mi piacerebbe sapere se qualcuno ci ha mai provato. 

Nel frattempo, accenno una, a puro titolo di esempio. Se davvero Genova vuole andare nella direzione di essere “smart” come l’adesione all’omonimo programma europeo (genovasmartcity) fa pensare, perché non utilizzare l’Associazione “Genova Smart City” a questo scopo? Perché nella mission di questa Associazione – che per esempio ha partecipato attivamente al recente Blue Summit – oltre agli obiettivi economici di “ricerca, innovazione e sviluppo” non ci può essere quello esplicito di unire i tre puntini di “economia-politica-e-cultura”? Perché non sarebbe possibile incentivare strutturalmente – e non solo comunicativamente – tre facce di quella che, nell’esperienza quotidiana di chi vive la città, è chiaramente un’unica figura? Insomma, perché il triangolo no?

Questo sì, sarebbe smart.

Immagine di copertina:
Tumisu


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Nasce e vive a Genova, dove ha studiato Economia e altre cose noiose. Finisce a lavorare a Milano, dove ora insegna Sociologia della cultura all’Università di Milano-Bicocca. Nel frattempo, ha scritto di cibo e altre cose divertenti su riviste scientifiche, quotidiani on line (Genova24.it) e su qualche libro (Carocci Editore). Per il resto, si dedica a due discipline antiche: arti marziali cinesi e degustazione di vino.

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