Assassinio Francesco Coco Brigate Rosse

Anni di sangue e piombo: parlare si deve delle ferite di Genova

Quanta consapevolezza abbiamo della pagina buia degli Anni di Piombo a Genova? Un evento lega l'altro: parlarne pubblicamente è irrinunciabile.

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Uccidendo Coco uccideremo gran parte dello stato borghese”: questa infausta scritta era apparsa sul Palazzo di Giustizia di Genova pochi giorni prima. L’assassinio di Francesco Coco.

8 giugno 1976, ore 13.38, orario in cui abitualmente rientrava a casa Francesco Coco, percorrendo a piedi Salita Santa Brigida, dopo esser sceso dalla FIAT 132 auto blu di nome e di fatto, targata Roma M29631: questi gli elementi dell’efferato delitto.

“Le BR uccidono il Procuratore Francesco Coco” apparso su RaiDue, taglio dal celebre programma “La Notte della Repubblica” condotto da Sergio Zavoli.

Magistrato con la grinta

Francesco Coco era magistrato, sardo di origini ma ormai di casa a Genova, dove si era conquistato i soprannomi di “magistrato con la grinta”, “magistrato di ferro”, “duro di stato”. Conflittuale il rapporto di Coco, si osa dire, con l’universo mondo: uomo duro per impostazione personale, tale si rivelò certamente nei confronti delle Brigate Rosse. 

Tale anche fu però negli anni precedenti verso i “pretori d’assalto” della Procura di Genova: i primi giudici in Italia che maturarono una spiccata sensibilità per i temi che oggi diciamo dell’ecologia e della sostenibilità ambientale, nonché per i legami occulti tra politica e altri poteri come gli attori dominanti il mercato del commercio e dell’industria.

Giovani trentenni: Almerighi, Sansa (Adriano), Brusco, Amendola. Giovani alla ricerca di nuove piste del diritto e della giustizia. E si trovarono contro proprio quel magistrato così duro, Francesco Coco, che lì definì “detrattori dello Stato”.

I “pretori d’assalto” da una serie di documentari prodotti da Magistratura Democratica.

Perché l’8 giugno? Doveva essere il 5 giugno

I brigatisti, così convinti di essere ribelli, adottavano un codice assai stretto e tenevano eccome alle ricorrenze simboliche. Il 5 giugno 1975 era stata uccisa “Mara” – il suo nome di battaglia – Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse, in un cruento assalto (due morti e più feriti) condotto dai carabinieri presso la Cascina Spiotta, nei pressi di Acqui Terme, ove era si era appena svolto il sequestro Gancia.

Quel giorno, quella tragica conclusione (non solo per le BR, ma così la vissero loro) fu una delle tante gocce che esacerbò ancor più il già teso clima in Italia soprattutto tra le fila delle bande armate eversive. 

Infine, il delitto Coco avvenne l’8 giugno perché, pedinato da tempo dai brigatisti, il 5 rientrò a casa più tardi del solito.

La stessa “Mara” Cagol era stata l’anno precedente alla guida del commando che sequestrò per 55 giorni (dal 18 aprile al 23 maggio 1974) il magistrato di Genova Mario Sossi, da molti definita “la prova generale” al sequestro di Aldo Moro del 1978.

Ed è proprio in quei giorni di maggio del 1974 da rinvenirsi il più forte dei motivi di condanna per le BR di Francesco Coco.

“La Notte della Repubblica – il Caso Sossi”

La prolungata durata del sequestro, la durezza dei comunicati e della trattativa messa in campo dai brigatisti avevano fatto cedere la Corte d’Appello di Genova, pronta a scarcerare otto compagni dei brigatisti sequestratori, incarcerati con l’accusa fondata di essere stati membri del Gruppo XII Ottobre, una banda armata di stanza a Genova, precorritrice delle stesse Brigate Rosse.

Chi, solo e pervicacemente, si oppose? Ovviamente il duro Francesco Coco, che avverso alla decisione fece ricorso in Cassazione, proprio mentre l’allora Ministro dell’Interno, il genovese e già capo partigiano Paolo Emilio Taviani, fece circondare dalla polizia le carceri ove i membri della XXII Ottobre erano rinchiusi.

Ed è questa la sorta di vendetta che rivendica Prospero Gallinari, a poche ore dall’omicidio Coco, durante il processo alle BR cui è sottoposto a Torino, cominciato il 17 maggio 1976.

Quella sua durezza, spesso ostentata (a chi lo accusò di insabbiare alcune indagini rispose: “La formula della sabbia è CO2: Co-co”), fu il valore più manifesto e allo stesso tempo il motivo primo e più grave dell’efferato assassinio di Francesco Coco.

Uomo di radicate convinzioni, conservatore e strenuo difensore dell’ordine costituito, non sapeva certo ascoltare il vento del buon cambiamento che soffiava in Italia, eppure fu servitore competente dello Stato, a cui probabilmente deve la vita Mario Sossi, data anche la propria esperienza, personale e professionale, nella storicamente radicata attività dei sequestri a fine di estorsione nella sua terra d’origine. Sferzanti, come sempre, furono appunto le parole di Coco avverso la relazione della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna, e a ragione.

Le 13:38, dicevamo, dell’8 giugno 1976:

Coco sale la scalinata di Salita Santa Brigida, pochi passi dietro di lui il brigadiere Giovanni Saponara, e ad attendere il ritorno di questi nell’auto è rimasto al volante l’appuntato Antioco Dejana, che nemmeno doveva essere lì quel giorno.

Coco e Saponara sono quasi arrivati al noto archivolto barocco, due uomini stanno scendendo la scalinata, non appena li superano si voltano e scaricano un nugolo di proiettili: dieci contro Coco, sedici contro Saponara, più uno che non va a segno. A colpire è anche un altro uomo che si era nascosto dietro l’archivolto e li colpisce quindi stando loro di fronte.

L’assalto è il primo in Italia così ben programmato dalle Brigate Rosse.

Nello stesso momento infatti viene ucciso da un altro commando, senza nemmeno avere il tempo di reagire, anche Antioco Dejana al volante della 132 blu. E pronto ad intervenire pare vi fosse anche un terzo commando, per ridurre al silenzio la pattuglia dentro la Alfa Giulia sempre di scorta alla 132 blu, ma quel giorno già andata via su segnale di Saponara.

È importante oltre che rispettoso per il valore della vita di ogni persona ricordare sempre tutte le vittime delle Brigate Rosse, non solo le vittime più significative, dal valore politico emergente.

Eravamo in pieni Anni di Piombo, sì. Era una giornata ormai d’estate, calda e assolata, in un centro storico vuoto e silenzioso data anche l’ora di pranzo. Nessuno si aspettava questa ulteriore escalation nello scontro tra BR e Stato. Coco fu infatti il primo magistrato, primo servitore ed esponente dello Stato barbaramente ucciso dalle BR.

Genova, ancora, teatro di una tragica ‘prima volta’ nella lotta brigatista allo Stato.

Sono passati quarantacinque anni: 1976-2021

Non è forse oggi tempo, finalmente, di provare a guardarsi indietro, ripercorrere la storia e le storie delle tante persone coinvolte, e provare a fare memoria e fare luce su questa pagina buia della nostra città?

Ascoltiamo e raccogliamo anche l’appello di chi quegli anni li visse e ne porta ancora le ferite sulla pelle: giusto poche settimane fa l’invito (preso in consegna e diffuso da Donatella Alfonso su La Repubblica) è stato fatto da ultimo da Carlo Castellano, vittima di una violenta gambizzazione avvenuta il 17 novembre 1977, allorquando era dirigente di Ansaldo-Finmeccanica, poi ideatore, presidente e a.d. di Esaote, in quel 1977 primo iscritto al PCI vittima delle Brigate Rosse, ennesima ‘prima volta’ per Genova, che fu vera Capitale delle Brigate Rosse.

Al suo appello ha già risposto e dato rilancio l’ex-magistrato Armando Spataro, sempre su La Repubblica e sempre con parole raccolte da Donatella Alfonso.

Degli assassini del Magistrato Francesco Coco e degli uomini della sua scorta Giovanni Saponara e Antioco Deiana ancora non conosciamo con precisione i nomi: le indagini, nel buio totale dato dalla compartimentazione brigatista, vennero affidate al comandante Antonio Esposito, appositamente mandato a Genova, e che qui conobbe anche la sua tragica fine.

Non abbiamo alcuna certezza, ma a ricorrere più spesso nelle ricostruzioni degli stessi brigatisti sono i nomi di Mario Moretti (allora guida nazionale delle BR), Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, mentre appare molto più improbabile la presenza dell’incontenibile Riccardo Dura, ucciso poi nell’Irruzione al covo di Via Fracchia il 28 marzo 1980

Quel che è certo è che quell’efferato delitto alzò il livello dell’attacco al cuore dello Stato.

Questa data, 8 giugno, deve entrare nella storia e nella memoria comune, non solo genovese, ma italiana (come ancora deve pienamente avvenire per Guido Rossa), perché punto di svolta degli Anni di Piombo e della guerra allo Stato messa in atto dalle BR. 

E sarebbe anche il caso di affrontare la questione della riappacificazione sociale, attraverso la consultazioni di atti, documenti, interviste, dichiarazioni, e la visione di filmati e documentari (Documentario Rai: Francesco Coco. In nome della legge).

Ascoltando le parole e i sentimenti di coloro che vennero toccati da quei delitti e crimini: qui si direbbe almeno il figlio di Coco, altrove si potrebbe dire le figlie di Aldo Moro, ma ogni delitto conosce le sue vittime sopravviventi. Guardando con nuove lenti quegli anni e quei fatti: se non altro perché in Francia è appena stata smentita la “dottrina Mitterand”, secondo cui si dava asilo politico, tra gli altri, ai brigatisti italiani degli anni settanta e seguenti.

“Con l’arresto degli ex brigatisti in Francia finisce la “dottrina Mitterand”. Cosa manca per chiudere davvero gli anni di piombo?” ci si chiede in questo dibattito online di War Room condotto da Enrico Cisnetto per “Roma InConTra”

Quousque tandem, Genova, ignoreremo e proveremo a dimenticare questa nostra pagina buia?

Immagine di copertina:
Illustrazione di Martina Spanu


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