Festival Genova

Finito un festival se ne fa un altro

Lettera aperta di una giovane operatrice culturale alla generazione che (ancora) gestisce le nostre città.

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Novembre 2021, ormai. Quasi due anni di pandemia pare non abbiano ancora dato una sferzata sostanziale a un sistema che continua a perpetrare le stesse logiche stantie, le stesse dinamiche anacronistiche, le stesse situazioni di ristagno.

Quanto segue si pone come una lettera aperta all’attenzione di una generazione che invero è ancora quella classe dirigente di un mondo vecchio, ma che ancora gode del potere di essere dalla parte giusta, egemonica, patriarcale. 

Mittente della presente, la sottoscritta, è una “giovanissima” ragazza venticinquenne.

Per mia fortuna ho il privilegio di essere cresciuta in una famiglia di ceto medio, di aver studiato e di essere stata incoraggiata a cercare strade che approfondissero le mie passioni e i miei interessi.

Come molti altri miei simili mi sono lanciata, entusiasta e fiduciosa, nel complesso mondo del lavoro provando a fare del mio meglio per garantirmi un futuro che fosse all’altezza delle aspettative formate negli anni di studio, e che fosse il riflesso concreto del mantra con cui siamo state cresciute io e la mia generazione: “Segui la tua strada“. 

Procederò per capitoli:

1. Cinquanta e sessantenni, rispettate il lavoro dei giovani

Mi trovo oggi a una quasi-conclusione di un’intensissima sessione non-stop di sei mesi di lavoro: da maggio a ottobre ho organizzato con la mia associazione un intero festival (Divago) e i suoi eventi collaterali, un fest (Sampierdarena Pantagruelica), un progetto espositivo, e ho curato con la mia socia una mostra in un museo collaborando a un altro festival (Code War Project).

Contemporaneamente all’organizzazione e alla gestione degli eventi, ho lavorato per la comunicazione e per le pubblicazioni.

Tra artisti, fotografi e collaboratori professionisti con cui ho lavorato, da maggio, posso tranquillamente contare un centinaio di persone. Nei diversi progetti abbiamo visto collaborazioni e patrocini di istituzioni quali Comune di Genova, Regione Liguria, Municipio II Centro Ovest, Accademia Ligustica di Belle Arti e Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo. Molto bene, si penserà: finalmente questi ragazzi hanno ottenuto le attenzioni giuste, sono riusciti a partire.

Lo scrivo nero su bianco, perché è necessario che si sappia: a oggi, di questi ultimi sei mesi di lavoro, mi porto a casa zero euro.

Zero euro io, zero euro la mia socia, zero euro i fotografi, gli artisti e tutti i cento professionisti che hanno lavorato con me. Non solo nessuna delle istituzioni sopracitate ha sovvenzionato le attività, ma di tasca nostra abbiamo dovuto far fronte alle spese che alcune di esse hanno reso indispensabili, tra aperture straordinarie e personale impiegato.

Pochi, pochissimi gli aiuti di privati lungimiranti che hanno preso a cuore il nostro lavoro, ma sempre solo aiuti tecnici.

Non posso certo lamentarmi, me la sono andata a cercare. Sono evidentemente io che ho fortemente ricercato una situazione di lavoro non sostenibile, siamo noi che abbiamo comunque deciso di lavorare a fondo perduto quando era chiaro che nessuno ci avrebbe pagati. Qualcuno potrebbe anche dire che ce lo siamo meritato e peggio per noi.

Di tutta risposta, in questa lettera aperta, invito a osservare gli esiti di quanto fatto da noi, sul territorio, tra gli abitanti, nella curiosità dei cittadini e nel movimento di persone e anche di denaro che abbiamo attivato (pur non risultandone beneficiari).

La risposta è evidente e parla da sé.

2. Non discriminateci

Tante, troppe volte mi sono sentita chiamare “giovane” da voi, interlocutori istituzionali che guardate ai ventenni come degli ingenui e degli sprovveduti, che nel migliore dei casi sono solo simpatici o zelanti.

È l’ora che sia chiaro una volta per tutte che se non c’è lavoro per noi, oggi, è per colpa delle scelte della vostra generazione; e che se siamo costretti a inventarcelo, il lavoro, non è per fare un piacere a voi e per tappare i buchi di un sistema che cercate ancora di salvare.

Non vogliamo essere stagisti per sempre e di certo abbiamo una testa per pensare e per sottrarci al vostro sfruttamento, anche se non lo credete possibile.

Non abbiamo intenzione di riversare sui nostri figli la frustrazione che stiamo accumulando continuando a sentirci considerati troppo inesperti per essere presi sul serio, e perciò non intendiamo reggere il vostro gioco. “Giovane” inizia a suonare come “persona di colore” o “lesbica“, e ce ne accorgiamo quando cercate di coinvolgerci nelle vostre operazioni politiche di facciata, nel vostro farvi belli perché assumete la posa di chi ascolta i giovani, con fare più tokenista che sinceramente aperto.

In realtà state ancora considerando le nostre idee come fantasiose storie dei bambini e non come risorse reali, quali sono a tutti gli effetti. 

Rassegnatevi ad accettare che siamo qui e che saremo sempre più presenti e pressanti, con le nostre idee e le nostre prospettive e strategie per uno sviluppo più sostenibile che guarda al futuro e non al passato. Noi non abbiamo tempo per farci intimorire da un sistema che non ci accetta, e chi tra i più audaci rimarrà a popolare l’Italia e (audacissimi) Genova, non perderà ancora troppo tempo a reggere il gioco delle vostre dinamiche gerontocentriche.

3. Assumetevi le vostre responsabilità

Soldi per la cultura non ce ne sono“. Eh, che peccato. E allora cosa facciamo? Diciamo amen e viviamo serenamente la nostra vita? Di questo ancora non mi capacito.

Noi delle nuove generazioni non abbiamo alcun interesse nella vostra versione della politica, perché assistiamo da quando siamo nati a giochi di potere autoreferenziali a colpi di citazioni nostalgiche dei tempi che furono e sferzate di ignorante sete di denaro (Per una retorica non solo sfarzosamente nostalgica della Genova che fu). Che servano fondi dignitosi per i lavoratori della cultura non è un fatto di principio, per noi: non ci interessa che si salvi il concetto più alto e granitico di cultura, e neppure abbiamo l’obiettivo di convincere chi non la pensa come noi per il puro gusto di far prevalere un ideale. 

A noi basterebbe poter lavorare nell’ambito che abbiamo scelto. Vale a dire, semplicemente: noi vorremmo essere pagati per fare ciò per cui abbiamo studiato.

È giunto il momento che ciascuno si assuma le sue responsabilità. I vostri conflitti d’interesse politici non ci riguardano, e non ci trascinerete a prendere alcuna delle vostre parti. Presi come generazione, avete tutti le stesse responsabilità, e i vostri conflitti di principio incancreniti nella politica del consenso immediato hanno generato il mondo che ancora non volete né riuscite a consegnarci. 

Ci avete cresciuto nella bambagia, ci avete ben nutrito ed educato, ci avete portato dopo scuola a fare gli sport che non avevate potuto fare quando eravate bambini, avete fatto il possibile per proteggerci finché potevate, tenendoci a casa ben oltre l’età in cui sarebbe stato opportuno iniziassimo a volare con le nostre ali. Avete fatto in modo che studiassimo e studiassimo.

Forse non vi rendevate conto che le cose prendevano una bruttissima piega, o forse avete fatto il possibile per continuare a proteggerci, anestetizzando la realtà. Fatto sta che oggi ci troviamo come Buddha che scopre per la prima volta che esiste la sofferenza: perduti e smarriti, ma gli unici che possiedono la chiave per una svolta.

4. Morto un papa se ne fa un altro

Così si dice. Ultimo punto e concludo.

Non dovrebbe essere troppo difficile né troppo doloroso il ricambio, se tutti accettiamo che il papa è morto, che questo sistema-lavoro è terribilmente anacronistico e va cambiato. Finito un festival non c’è problema, noi ne facciamo un altro, e poi un altro, e poi un altro: stiamo scoprendo che ci sappiamo arrangiare bene e che andremo avanti sia con il vostro aiuto che senza.

C’è da domandarsi, voi, piuttosto, quanto ancora resisterete a cedere il testimone. Sapremo arrangiarci sempre meglio, tra di noi, incentivando una nuova economia che si sviluppa nel nostro fare rete.

Non siamo ancora troppo offesi per perdonarvi.
Avrete la vostra occasione per redimervi, mentre noi cambieremo il mondo.
Inevitabilmente.

Immagine di copertina:
Foto di Christian Lue


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Artista classe 1996, co-fondatrice di MIXTA, si interessa di più o meno tutto. Pratica Kung Fu e medita una volta al giorno. Vive, studia e dipinge a Genova, città dove è nata e per la quale ha deciso di investire le sue energie. Vuole cambiare il mondo e dà ripetizioni di latino e greco.

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