Fast fashion

Ci basterebbe la metà di quello che serve

Un invito a riflettere sull’industria del fast-fashion, sul perché compriamo tanti vestiti pagandoli sempre meno, e su come sia semplice cambiare delle abitudini di consumo.

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Dei vestiti che ho addosso in questo momento, due vengono dal Bangladesh, uno dal Brasile, uno dalla Cina e uno dalla Cambogia. Dei bei viaggi. Cerco di immaginare la mia maglietta nera stipata in un aereo (o in una nave?) insieme a migliaia di magliette uguali, ma mi risulta molto difficile. Negli ultimi anni, senza troppi ragionamenti, ho diminuito di molto il numero di vestiti che acquisto: non mi sono mai divertita a fare shopping, molto raramente andare a comprarmi dei vestiti è gratificante.

Un giorno ho scoperto un profilo instagram di una ragazza che parla di sostenibilità (@elenaclaramaria) e per un anno si è vestita sempre nello stesso modo: jeans, una maglietta bianca o nera, un maglione, un vestito per le occasioni. “Tutti mi hanno voluto bene comunque”, racconta. Wow.

Tutti sappiamo che le persone che in posti remoti nel mondo producono i vestiti che noi compriamo a pochi euro sono lavoratori sfruttati, pagati poco e senza diritti, e che i materiali con cui i vestiti sono prodotti sono inquinanti sul pianeta, sia per la produzione che per lo smaltimento, eppure rimuoviamo queste informazioni entrando da H&M.

La sostenibilità è un tema complesso, è un tema da privilegiati, non vogliamo fare moralismi e dire che dovremmo spendere un sacco di soldi per i vestiti sostenibili, perché non tutti se lo possono permettere, non tutti lo vogliono fare. 

Non vogliamo neanche dire che è frivolo sentirsi bene con le scarpe nuove, vestirsi è una forma di espressione di sé per nulla banale.

H&H e Pull&Bear, o di come un consumatore si vede aprire davanti ai propri occhi un mondo “perfetto” a cui aspirare. Lo stesso consumatore peró è il primo che si rende conto che è una corsa continua ad accaparrarsi il prodotto con frenesia, a costo di rovinarlo e trattarlo come “usa e getta”. Foto di di Greta Asborno

Vogliamo insinuare un pensiero, che ognuno ne faccia quel che vuole

Perchè nell’era della moda dell’eco-friendly e delle borracce e delle shopper e dei negozi sfusi manca incredibilmente un discorso sull’impatto ambientale dei vestiti a basso costo.

C’è l’enorme industria del fast fashion che ci convince che valiamo di più quanti più outfit possiamo sfoggiare. Ci sono negozi illuminati, profumati, rumorosi, che ci tempestano di stimoli e ci dicono “compra, starai meglio”. C’è un giudizio sociale pesantissimo secondo il quale il modo in cui sei vestito è la prima cosa che le persone notano di te, la base su cui decidono se sei consono all’occasione o no, se meriti di occupare quello spazio o no, come se l’aderenza o meno alle regole del modello culturale di bellezza ed eleganza abbiano a che fare con il valore della persona.

Ci convinciamo che sia sconveniente sfoggiare tante volte un capo che probabilmente è fatto in larga parte di plastica (poliestere), quindi pressoché indistruttibile. È come per le bottigliette d’acqua, è stupido buttarle via dopo un utilizzo. Già. Possediamo un’infinità di capi d’abbigliamento, e ne continuiamo a comprare, comprare, a ogni stagione, a ogni occasione.

A differenza di quanto accaduto con le bottigliette di plastica, però, la comunicazione di ridurre il numero di vestiti comprati per ridurre l’impatto sul pianeta non arriverà mai, perché è ancora dominante il messaggio opposto, che se non organizzi il tuo abbigliamento secondo le regole imposte dall’esterno, comprando tantissimi vestiti nuovi non ti curi di te stesso, sei depresso, vali poco.

Non è vero che abbiamo bisogno di decine e decine di magliette per stare bene e per presentarci con dei vestiti addosso tutti i giorni. Ridurre il numero di cose che si comprano è rivoluzionario. Provare a farlo a partire dai vestiti è facile. Fare in modo che i negozi del fast fashion siano l’ultima scelta, non l’unica. Andare nei negozi dell’usato, chiedere in prestito, scambiare. Usare le piattaforme online dove si vendono vestiti usati. Riparare e cambiare forma alle cose.

Si può provare a camminare per Genova e entrare da Ciacchi in Via della Posta Vecchia, e scoprire che il ricavato delle vendite va interamente alla Comunità di San Benedetto al Porto, al Mercatino Chic e Shock in Via Polleri, al mercato in Via Degola, da Almanacco in Via Macelli e parlare con la proprietaria felice che i giovani si interessino al tema della moda sostenibile e disponibile a raccontarci la sua filosofia sul consumismo, si possono scoprire e consigliare tutte le altre botteghe della città.

Si può comprare una maglietta che è già su questo pianeta, è già vicina a noi, e usarla davvero fino a che non arriva alla fine delle sue possibilità di utilizzo, e vedere che effetto fa. 

Immagine di copertina:
L’idea della bottiglia mi è venuta in mente appena letto l’articolo. A mio parere l’associazione poliestere/bottiglia di plastica è molto forte ed una rappresentazione visiva poteva contribuire a veicolare il messaggio. Ho dunque inserito un mio vestito all’interno di una bottigliaccia. La duplice ombra rappresenta i due diversi destini di questi materiali: rosso, l’inceneritore e dunque l’emissione di diossine nell’atmosfera, dannose sia per noi che per l’ambiente. Blu, le particelle di plastica che a lungo andare finiscono nei corsi d’acqua ed in mare causando un terribile impatto ambientale. Foto di di Greta Asborno


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Emanuela detta Malo, genovese, 24 anni, quasi psicologa della salute. Mentre cerca di capire come fare quello che le piacerebbe fare nella vita, legge un libro dopo l’altro e organizza viaggi che prima o poi farà.

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