Meritocrazia esami e altre invenzioni

Esami, meritocrazia e altre invenzioni

Se Napoleone aveva voti infimi alla scuola militare, perché dovremmo fidarci di punteggi e graduatorie? Riflessioni per l’estate, stagione della maturità e degli esami universitari.

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Una sera, dopo una giornata di frustrazioni in laboratorio, decido di consolarmi delle mie disgrazie con una delle attività più mainstream tra i giovani italiani della mia generazione: guardare un documentario di Alessandro Barbero,“Ei fu”, sulla vita di Napoleone Bonaparte. 

Napoleone, uno dei migliori artiglieri del suo tempo, distintosi per il suo sapiente uso dei cannoni, passò l’esame della scuola militare con un risultato assai mediocre: 42esimo su 58 candidati.

Probabilmente il professor Barbero sghignazzerebbe a sapere che questa scoperta mi ha fatto ufficialmente perdere fiducia nella meritocrazia. 

Non che sia una novità, appunto, il dibattito sulla struttura dei sistemi di valutazione scolastici ha radici antiche e non è un solo problema italiano. Una delle mie scrittrici preferite, la classicista Mary Beard, nel settembre 2016, scrive un lungo articolo in cui riflette sulla sua esperienza di professoressa ed esaminatrice a Cambridge, nel quale ammette di aver provato più volte frustrazione durante la progettazione di diversi tipi di esami.

Un esame non potrà mai essere “corretto” o “equo”

Mary Beard lamenta che non importa quale tipo di esame si costruisca, esso non potrà mai essere “corretto” o “equo” nel puro senso della parola. Un esame andrà sempre a vantaggio di un certo tipo di studente e a discapito di un altro.

Consideriamo ad esempio gli esami orali: gli studenti più estroversi (magari anche più arroganti?) saranno decisamente avvantaggiati rispetto a quelli più timidi e insicuri. Mi ricordo ancora adesso i professori del liceo che ci raccomandavano di migliorare le nostre capacità di esposizione orale. Come si migliori in questo senso, però, è sempre stato piuttosto criptico, e nessuno nella mia lunga carriera scolastica mi ha mai spiegato esattamente come si possa diventare oratori migliori.

Poi c’è un altro problema: perché per la scuola italiana è così importante essere bravi oratori? È necessario diventare tutti Cicerone? Dobbiamo andare domani in massa a fare l’arringa del secolo contro il Catilina di turno? Non sarebbe meglio riconoscere che ogni essere umano è diverso e ha diverse inclinazioni, la cui diversità può portare arricchimento a chiunque?

La lamentela potrebbe finire qua, dato che alla fine dei conti, stiamo parlando di un ciclo di qualche anno che finisce, per alcuni prima e per altri dopo, con la famigerata “vita adulta”, anche detta “mondo reale” (come se gli anni scolastici fossero una fantasia da sciocchi), o ancora peggio “mondo del lavoro”.

Quindi dovremmo tirare tutti un sospiro di sollievo, perché una volta arrivati qui finalmente la meritocrazia dovrebbe prevalere.

Del resto, se sei a capo di una azienda con decine di dipendenti e tre lauree in economia e finanza, dovresti riconoscere quando hai davanti la persona giusta da assumere, no?

No. Secondo Erik Bernhardsson, ex CTO di una startup con un’esperienza di circa 2000 colloqui di lavoro, c’è ancora molto (forse tutto) da imparare, dato che i test di valutazione che nel “mondo reale” portiamo avanti serenamente da sempre potrebbero essere totalmente inutili. Per saperne di più e avere una dose di ottimismo, basti guardare il paragrafo sulla letteratura scientifica in merito, dal grande titolo “The depressing science on interviews”.

Quindi ora è tutto chiaro: stiamo sbagliando qualcosa, forse tutto, nel valutare gli altri, sia a livello scolastico che lavorativo.

Se persino il cosiddetto “mondo vero” è costruito sulle menzogne, che cosa ci resta da sperare?

Forse ricercatrici ericercatori potranno insegnarci qualcosa su quale sia la via giusta da prendere, magari potranno elencare le riforme da adottare, chissà. Del resto gli accademici, per senso comune, sono quanto di meglio si possa trovare in ambito culturale, forse perché in gran parte hanno passato la selezione artificiale della nostra società, giusto? 

Un po’ come chi ha battuto Napoleone all’esame d’ingresso alla scuola militare. 

Immagine di copertina:
Bonaparte davanti la Sfinge, Jean-Léon Gérôme. Fonte Wikicommons


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Genovese di nascita e scozzese di adozione. Dopo una laurea in fisica si è buttata all’avventura in un dottorato in scienze dei materiali e ottica quantistica a Edimburgo. Nel tempo libero ama leggere libri (tranne quelli di divulgazione scientifica), accarezzare gatti, ascoltare De André e cercare di riprodurre la focaccia genovese nel forno di casa.

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