Don Gallo

L’importanza di chiamarsi Piazza Don Andrea Gallo

«Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei» diceva Don Gallo e la piazza a lui intitolata, al centro del Ghetto di Genova, ci ricorda l’importanza di schierarci senza paura di sporcarci le mani.

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«Prete di strada» così la targa affissa in Piazza Don Gallo identifica il fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto e non ci sono parole più adatte per delineare una figura che è stata etichettata in mille modi, spesso troppo semplificatori. Partigiano, educatore, comunista e «angelicamente anarchico» come lui stesso si definiva, Don Gallo ha scelto di schierarsi sempre dalla parte degli “ultimi” sporcandosi le mani e combattendo ogni forma di indifferenza insegnandoci che un altro modo di vivere la comunità non solo è possibile, ma è necessario. 

Cappellano del riformatorio minorile Garaventa e del carcere di Capraia, presbitero sì, ma soprattutto uomo impegnato nella lotta per una società inclusiva e desiderosa di farsi carico delle difficoltà di tutti.

Attivamente impegnato nelle battaglie per i diritti LGBTQ+, nell’opposizione ad ogni forma di militarismo e nella campagna per la legalizzazione delle droghe leggere, il Gallo non ha mai temuto di schierarsi apertamente sostenendo personaggi politici italiani e internazionali, adoperando la disobbedienza civile come strumento di protesta e criticando la rigidità di gran parte delle autorità ecclesiastiche su molti temi di attualità perché «Il Vangelo si respira solo nelle strade». 

Le sue posizioni nette e il suo impegno politico e sociale in passato hanno particolarmente infastidito alcuni fedeli tanto da causare, nel 1970, il suo allontanamento dalla Parrocchia del Carmine (dove era vice-parroco), deciso dalla Curia in seguito allo sdegno suscitato dalle sue ricorrenti “omelie comuniste”. 

Mi hanno rubato il prete! denuncia oggi il murales dipinto in Piazza del Carmine perché all’epoca parte del quartiere aveva cercato di opporsi all’irrevocabile decisione del Cardinale Siri che allontanava un prete capace di creare una comunità non esclusivamente cattolica attorno alla Parrocchia. 

Piazza Don Andrea Gallo ben rappresenta tutta la complessità di questa figura oggi data forse troppo per scontata, ma che con lungimiranza ci ha insegnato da quale parte stare e a combattere ogni forma di indifferenza.

Oggi più che mai dobbiamo ricordare che Genova è davvero “more than this” con tutte le sue contraddizioni che la mantengono viva e le sue comunità meticce che non si adattano all’asfissiante politica del “decoro”. «Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei» diceva il Gallo e troppo spesso ce ne dimentichiamo. 

La piazza che oggi ricorda il Gallo fino al 2014 era una piazza senza nome, pur essendo la più grande della zona del ghetto, forse perché una piazza popolata sono da “prinçese” – come era solito dire il Gallo seguendo l’esempio di De André, da lui tanto amato – accanto a una moschea non era degna di avere un nome.

Oggi quella piazza, tra Vico dei Fregoso e Vico Untoria, a un passo da Via Lomellini, vorrebbe essere uno spazio di tutti, ma è ancora poco conosciuta. 

Piante, vasi di fiori, scritte e bandiere la mantengono colorata da quando il 18 luglio 2014 è stata inaugurata.

Video: Don Gallo due anni dopo, il ricordo nella “sua” piazza. La Repubblica

Nel 2017 la collaborazione tra il gruppo scout Agesci Ge5 e il Cantiere per la Legalità Responsabile ha portato alla realizzazione di un dipinto sulla saracinesca di una bene confiscato alla mafia in continuità con il progetto “Maddacinseca”: un ritratto del Gallo – che fuma l’immancabile sigaro – segnala la presenza di un bene confiscato ancora da riassegnare e ci ricorda che Un bene confiscato è abbattere i muri dell’indifferenza

E allora ogni volta che passiamo da Piazza Don Gallo dovremmo, oltre a intonare Bella Ciao come era solito fare lui (in chiesa), ricordarci che l’intitolazione di questa piazzetta dimenticata è solo il primo passo: ci sono ancora tutte le battaglie del Gallo da portare avanti e tocca a noi farcene carico. 

Immagine di copertina:
Foto di Federica S.


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Accanita spettatrice teatrale, cinefila e amante delle storie ben raccontate, poco importa se sotto forma di romanzo, danza o poesia. Una laurea in lettere e spettacolo le ha permesso di coltivare la sua passione smodata per la performance. Grazie a «Birdmen Magazine», di cui è caporedattrice, le capita raramente di stare a lungo nello stesso posto.

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