Napoli

Da Genova a Napoli e ritorno

Breve diario di quella volta che mi sono persa per le strade di Napoli solo per ritrovarmi nella storia e nelle storie di Genova.

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Che i rapporti tra le città di Genova e Napoli si perdano nella notte dei tempi è cosa risaputa. Che i napoletani salutino i genovesi come alleati al grido di “Forza Genoa!”, lo è altrettanto. Che una volta in terra partenopea questo legame prenda corpo in architetture, ambienti e atmosfere è tutto un altro paio di maniche.

L’epifania per me è arrivata passeggiando in via Toledo circa un mese fa, durante un breve viaggio di piacere nel capoluogo campano, quando i miei cassettini della memoria di tradizione gerriscottiana riconoscono il palazzo da cui Garibaldi si affacciò per dichiarare l’avvenuta annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia.

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Palazzo Doria d’Angri. Foto di Baku

Stavo cercando una fermata dell’autobus, quando alzo gli occhi da Google Maps e individuo dietro una finestra un formidabile lampadario ottocentesco illuminare una stanza che trabocca di materiali preziosi. È un lampo e mi sembra di riconoscere l’edificio. Un attimo dopo, mi avvicino e leggo la targa: “palazzo Doria d’Angri”, costruito nel 1760 dall’archistar dell’Ancien Régime, Luigi Vanvitelli. 

Aspetta un attimo: cosa ci fa un palazzo Doria in una delle vie più importanti di Napoli?

Ottima domanda, ma l’ora di pranzo e i mutati piani per il pomeriggio lasciano che la mia attenzione venga catturata da una pizza fritta, e tanti saluti.

Decido di passare il resto della giornata al Museo e Real Bosco di Capodimonte, dove non ero mai stata nelle mie precedenti sortite napoletane. Tra una galleria e un’altra, mentre il mio spirito di storica dell’arte trabocca di pura gioia, mi imbatto in:

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Pieter Paul Rubens (copia da), “San Giorgio che uccide il Drago”, 1600-1610. Foto Wikimedia

“San Giorgio e il Drago”, copia da Rubens. Certo, non c’è un collegamento diretto, ma mi ritorna in mente la coincidenza di qualche ora prima. Poi, accanto a pittori del calibro di Guido Reni e Annibale Carracci, sfilano davanti ai miei occhi un buon numero di opere di Luca Cambiaso, Bernardo Strozzi, Orazio De Ferrari, campioni del Cinque e Seicento genovese. Nelle collezioni private dei re Borbone?

Bene, a questo punto, la caccia è ufficialmente aperta – le mie antenne sono tutte rivolte a raccogliere quanti più indizi materiali della genovesità all’ombra del Vesuvio.

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Luca Cambiaso, “Venere e Adone”, 1565. Foto di Mentnafunangann

Ora, i rapporti di scambio tra le due città sono ben documentati e si sa che nel XVI secolo i nostri mercanti si insediarono nella cosiddetta Loggia dei Genovesi nel borgo Orefici – in realtà la denominazione Orefici arrivò solo nel Settecento, quando le corporazioni dei lavoratori di metalli preziosi ebbero l’obbligo di prendervi sede –, animato da botteghe artigiane e situato vicino al porto e al quartiere del Mercato.

Pare si trattasse di un luogo vivace e amato anche dagli stessi napoletani, i quali tuttora esclamano “core cuntento â Loggia per indicare una persona di indole allegra, sempre di buon umore, commemorando un famoso facchino del XIX secolo che lavorava alla Loggia, appunto. Si vede che i genovesi sono mugugnoni solo in patria.

Il giorno seguente mi dirigo al Mercato, dove ho intenzione di visitare un luogo che da zeneise dovrebbe essermi piuttosto familiare.

Eretta accanto agli ultimi moli del porto medievale e ormai incastrata tra palazzi che la rendono quasi irriconoscibile, sorge la chiesa di San Giovanni a Mare, connessa a un ospedale appartenente all’ordine dei Cavalieri di Malta e sviluppata su due piani. Circa lo stesso principio della Commenda di Pré. 

San Giovanni a Mare. Foto di Baku

Considerato che gli anni di fondazione dei due hospitales sono coevi, sarebbe errato e fuorviante da parte mia suggerire qualsiasi forma di influenza reciproca tra le due commende. Ciò detto, trattandosi di una particolarissima disposizione architettonica, oltremodo rara nell’area di influenza dei cavalieri gerosolimitani, è stupefacente ritrovarla sia a Genova sia a Napoli, come l’ennesimo trait d’union tra le due città.

Purtroppo, a livello accademico non si sono ancora definite con certezza le motivazioni alla base della scelta di sviluppare chiese su due piani da parte degli ordini militari [invito i medievisti in sala ad aggiornare le mie info in caso non fossero al passo con la ricerca!] e, evidentemente, l’immediata constatazione intorno alla mancanza di spazio non è ragione sufficiente per renderne conto.

A ogni modo, anche questa è una traccia dell’importanza che i due porti rivestivano per le rotte del Mediterraneo e delle connessioni che li animavano. Peccato solo che il mio tentativo di visitare San Giovanni a Mare sia finito con un buco nell’acqua, avendola trovata chiusa.

Tornando sui miei passi verso borgo Orefici, alla ricerca di una sfogliatella – rigorosamente: frolla! – con cui addolcire la delusione, mi perdo a vagare un po’ a caso in direzione del centro storico.

Passeggio per via Medina e, dopo essermi perdutamente innamorata di quello squisito esempio di gotico napoletano che è Santa Maria dell’Incoronatella, nonché di uno squisito esempio di maschio napoletano facente parte della squadra addetta ai lavori conservativi nel portico, mi imbatto in una chiesa il cui portale è sormontato da uno stemma noto: una croce rossa in campo bianco, sorretta da due grifoni.

Stando a quanto riportato sulla targa all’esterno, visto che anche qui non mi è dato di entrare, sto guardando la facciata di San Giorgio dei Genovesi, attualmente Cappella Universitaria dell’Università degli Studi di Napoli Parthenope “in attesa di un piano di recupero”.

Coerentemente con l’insediamento nella Loggia, i mercanti liguri fondarono la loro chiesa nel 1525, ma trovandola in seguito troppo angusta ne costruirono un’altra, con un piccolo ospedale annesso, nei pressi del teatro della Comedia Vecchia, che successivamente fu ancora una volta modificata nell’edificio che si può vedere ancora oggi. Tra gli arredi che sono stati spostati in altri luoghi di culto figurano diverse tele di Domenico Fiasella – esimio collega del terzetto di artisti già incontrato a Capodimonte –, ora conservate in una cappella laterale della vicina Chiesa della Pietà dei Turchini, tra cui una “Madonna Regina con la veduta di Genova”, a ulteriore riprova del rapporto diretto e incessante tra i mercanti attivi a Napoli e la madrepatria.

Domenico Fiasella, “Madonna Regina con la veduta di Genova”, 1637 – versione realizzata per l’analoga chiesa di San Giorgio dei Genovesi a Palermo. Foto Wikimedia

A questo punto mi convinco di aver finito la mia ricerca nel centro città e finalmente mi concentro su visite che non avevo avuto modo di fare durante i miei precedenti soggiorni partenopei.

Inizio da palazzo Zevallos, dove è esposta una parte della collezione di opere d’arte di Intesa San Paolo, che comprende il “Martirio di Sant’Orsola”, l’ultimo dipinto di Caravaggio.

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, “Martirio di Sant’Orsola”, 1610. Foto Wikimedia

La stanza a temperatura controllata non è il motivo per cui mi sento piena di brividi lungo la schiena, ça va sans dire. Una volta rinvenuta dall’emozione, mi avvicino al pannello informativo in caccia di qualche curiosità sul quadro. Eccomi accontentata: il committente fu Marcantonio Doria, figlio dell’allora doge di Genova e avo di quell’altro Marcantonio che farà erigere Palazzo Doria d’Angri.

Non solo, leggo che la tela era stata spedita a Genova, dove è rimasta custodita fino al 1832, quando è stata riportata a Napoli da Maria Doria Cattaneo e poi ceduta a istituti bancari. Mi sento libera di dedurre che i genovesi a Napoli abbiano avuto un potere economico più importante di quello che immaginavo dalle poche fonti a mia disposizione, e già ero pronta a scommettere che un potere notevole anche prima di questa scoperta dal retrogusto dolceamaro – come sarebbe bello avere la Sant’Orsola a Palazzo Bianco, sigh! D’altra parte, se abbiamo avuto una scuola caravaggesca sotto la Lanterna è anche merito di questa storia.

Nell’ultimo giorno rimastomi a disposizione per girare Napoli, approfitto per visitare la celeberrima Cappella Sansevero, normalmente presa d’assedio da turisti che giustamente non vogliono tornare a casa senza aver visto il Cristo Velato. 

Cappella Sansevero: davanti all’altare al centro il “Cristo Velato” di Giuseppe Sammartino, all’altezza delle ultime colonne laterali la “Pudicizia” di Antonio Corradini e il “Disinganno” di Francesco Queirolo. Foto di David Sivyer

Se c’è un unico vantaggio nel viaggiare in questo lugubre periodo è che i flussi di pubblico sono umani e permettono visite ponderate e piacevoli. La cappella è così incredibilmente ricca di dettagli e curiosità che l’audioguida si è rivelata indispensabile. Mentre ascolto come il palinsesto di ispirazione massonica si intreccia con le perizie tecnico-artistiche dei vari scultori, succede di nuovo: la statua del “Disinganno” è stata scolpita da Francesco Queirolo, genovese. 

Francesco Queirolo, “Il Disinganno”, 1752. Foto di David Sivyer

Vogliamo dirlo che chi meglio di un genovese avrebbe potuto scolpire una rete da pesca? Ecco, l’ho detto. Al di là dell’immodestia campanilista (si fa per scherzare, guaglio’!), la rete è di una bellezza tale nella sua delicatezza da fare concorrenza al fascino delle due più famose figure velate che compongono la triade davanti all’altare.

Assolutamente unica nel suo genere, l’iconografia è dovuta a quel genio del committente, il principe Raimondo di Sangro, così come il resto dell’apparato decorativo dell’intera cappella. Il “Disinganno” rappresenta una particolare tappa del percorso iniziatico del massone che, sulla scorta della scena biblica di Cristo che ridà la vista al cieco, corrisponde al momento in cui, per liberarsi dalle maglie del peccato, il candidato si riconosce cieco di fronte alla luce della vera conoscenza e decide di intraprendere il cammino verso uno stadio intellettuale e spirituale superiore.

Io di massoneria so davvero poco o niente, ma non c’è dubbio che un esercizio così fine di capacità artistica sia totalmente funzionale al messaggio che il Principe voleva trasmettere, ieri come oggi.

Purtroppo, il tempo della mia permanenza napoletana è stato come sempre troppo poco.

Il mio brevissimo tour non ha avuto alcuna pretesa di esaustività, ma è stata un’occasione per concedermi una nuova prospettiva su una città che avevo già visitato, prestando maggiore attenzione a quanto è ancora leggibile negli edifici, nelle decorazioni e negli arredi. 

Se è vero che le città affacciate sul Mediterraneo portano tutte i segni delle contaminazioni dei popoli, delle culture e dei commerci che le hanno attraversate, solo alcune risultano familiari: ora so un po’ di più perché Napoli, per me, è un posto che sa di casa.

Immagine di copertina:
Foto di Miguel Hermoso Cuesta


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Un passato da ballerina, un presente da laureata in Storia dell’arte contemporanea, ambizioni da superstar. Non esce di casa senza rossetto, un libro in borsa e il fiatone di chi è sempre in ritardo. Si diletta a organizzare il Cotonfioc Festival e a tradurre testi d’arte dall’inglese.

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