Begato

Begato sotto la cupa luce della “città radiosa”

Secondo Le Corbusier “dobbiamo essere compatiti perché abitiamo in dimore indegne, che ci rovinano il fisico e il morale“, ma qual è la reale influenza della sua ideologia su luoghi periferici come Begato?

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Si è conclusa mercoledì 20 maggio 2020 la prima fase del progetto “Restart Begato”: il trasferimento delle 374 famiglie che risiedevano nelle Dighe del Quartiere Diamante ha permesso di liberare questi pezzi di discutibile edilizia urbana, teche ora svuotate e inanimate, pronte ad essere demolite per rimanere, forse, solamente una parentesi fuori tempo. Dopo la demolizione, si avvierà la costruzione di nuove palazzine ad alta efficienza energetica.

Il progetto della Diga di Begato e il suo smantellamento sono un importante monito per il presente e per il futuro.

Si tratta, più che di un problema urbanistico, di una distopica visione sociale che, a partire dalla seconda Rivoluzione industriale, si trascina dietro falliti tentativi di un ritorno al soleggiato passato e un adattamento, che sa tanto di rassegnazione, nei confronti di questa cupa visione meccanicistica della società tardocapitalista.

Per comprendere il reale significato storico e sociale della Diga è necessario fare un passo indietro 

È il 15 Luglio 1972 quando i tre edifici centrali del complesso residenziale di Pruitt-Igoe (St. Louis, Missouri) vengono fatti saltare in aria su richiesta unanime degli abitanti. La demolizione di questi stabili diventa simbolo del fallimento di un modello urbanistico instauratosi dopo la Seconda guerra mondiale e decaduto proprio grazie alla coscienza della vox populi.

L’architetto Minoru Yamasaki per la costruzione di Pruitt-Igoe si era ispirato alla “città radiosa” di Le Corbusier, così come aveva fatto per la progettazione di altri due edifici archetipici delle ideazioni capitaliste del Novecento: le Twin Towers. Parliamo di architetture ideate in un periodo di distacco epocale: è calato il sipario sulle precedenti abitudini e il fulmine delle macchine ha portato a una semi-passiva evoluzione che progetta l’uomo secondo un ordine razionale produttivista.

Tra casermoni popolari e grattacieli in vetro e acciaio, anche la nostra città sa riflettere a dovere questi cambiamenti epocali, in particolare se guardiamo alle opere di Piero Gambacciani.

L’ideatore del World Trade Centre di San Benigno e della Corte Lambruschini è, infatti, lo stesso che ha progettato la Diga di Begato. Nel 1965, momento di massimo trionfo del boom economico e industriale della città, la variante locale del Piano nazionale delle “Aree 167” per l’edilizia residenziale pubblica aveva previsto l’urbanizzazione massiva delle colline genovesi.

Questo programma risultò inutile dal momento che la città fu assalita dalla crisi industriale già dai primi anni Settanta. Il Piano Regolatore del 1976 limitò così l’ideazione del progetto a poche aree. La principale era proprio Begato, che fino a quel momento era stata una zona boscosa abitata esclusivamente da contadini e orti.

Nel 1980 gran parte degli edifici erano completati

Il modello era sempre quello della “città radiosa” formulato da Le Corbusier: abitazioni modulari con grandi spazi interni adibiti a servizi e negozi, circondati da zone verdi e strade di collegamento. Il progetto, come lasciava a immaginare la vicina esperienza di Yamasaki, fallì dal principio: i negozi non aprirono, i servizi non entrarono mai in funzione, le aree verdi furono inghiottite dall’incuria. 

Il piano iniziale della Diga era quello di disporre alloggi temporanei per la popolazione sfollata dopo la distruzione del quartiere di Via Madre di Dio: circa 1200 persone furono concentrate all’interno di queste megastrutture allucinate che rimasero, per la maggior parte degli sfollati, residenza stabile.

Tra contadini inurbati e cittadini abituati a passeggiare tra i caruggi, Begato diventò un melting pot di residenti fuori luogo sopraffatti da un’edilizia estraniante.

Persone costrette a districarsi in questa verticalità labirintica di locali incompiuti, ascensori e inferriate. Poi c’è il concetto delle “strade per aria” di Le Corbusier: ballatoi ideati come luoghi di incontro e socialità che, in mancanza di negozi e locali, diventano vere e proprie strade dove sembra lecita qualsiasi attività. 

Begato
Diga Rossa. Foto di Elisa M.

Il funzionalismo di Gambacciani è evidentemente giunto come epilogo di un già decadente modello urbanistico che pone le sue basi sull’ideologia totalitaria Le Corbuseriana.

L’uomo è assimilato a un’ape lavoratrice, con abitudini precise che riducono la vita ai 4 bisogni primari: lavorare, riposare, abitare e circolare. La città contemporanea deve rispondere a questi bisogni in maniera funzionale mediante la standardizzazione: le case diventano “macchine da abitare” organizzate in “unità di abitazione” a creare una città-alveare chiusa e autosufficiente.

Secondo quest’ideologia risulta necessario disciplinare urbanisticamente le masse dei lavoratori e ghettizzare gli elementi non produttivi. Un sistema che uniforma ogni angolo del globo industrializzato sotto la cupa luce delle “città radiose”, da Pruitt-Igoe a Begato. Certo, è ironico come queste strutture, progettate per dare ordine e rispecchiare il progresso attraverso la misura delle forme, diventino invece palcoscenici di disordine e degrado.

Begato
Busto di Le Corbusier, Roquebrune-Cap-Martin, Promenade Le Corbusier. Foto di Alexander Coles

Le Dighe sono infatti complici dell’immobilismo del quale sono succubi i loro residenti, soggetti difficili costretti a una realtà senza servizi di base, esercizi commerciali e duraturi aiuti finanziari. Senza prospettive. Forse la prospettiva, abbattendo la barriera che ostruisce la visuale verso cielo e colline, può cambiare. Rimane il fatto che il progetto “Restart Begato” non giunge come risposta alle richieste degli abitanti, forse troppo rassegnati per lottare, e si sovrappone ad altri cantieri emergenti, creando un grave disagio per la viabilità dei cittadini.

Il problema, ora, è capire cosa significhi riqualificare un quartiere come questo, abitato da gente sfrattata o senza lavoro, anziani soli, rabbia e rassegnazione. Un quartiere che, contaminato dall’ideologia utilitarista priva di una qualsiasi prospettiva di ascesa sociale e appoggiata dai mancati supporti istituzionali, avrà bisogno di molto più che di una rigenerazione urbana per sanare il proprio tessuto comunitario. Certo, questo progetto, se portato a termine in maniera coerente, può essere un valido presupposto.

Immagine di copertina:
Dighe di Begato. Foto di Elisa M.


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Classe 2000, studentessa di Lettere Moderne presso l’università di Pavia. Diplomata al Liceo Classico. Genovese innamorata della propria città, della storia e dell’arte che permeano tutto (o quasi) ciò che ci circonda. Ha collaborato con il Museo Diocesano di Genova e con il Suq.

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