Archeologia industriale

Archeologia industriale: che cosa è e come conservarla

Partendo dal suo nome evocativo, sveliamo in che cosa consiste la disciplina dell’archeologia industriale, che cosa studia e qual è il suo obiettivo.

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Archeologia industriale. Suona come un paradosso. Da una parte la parola archeologia evoca l’immagine di un accampamento polveroso e assolato, dove studiosi sdraiati per terra spolverano con dedizione e precisione il suolo per portare alla luce reperti appartenenti a lontane epoche misteriose. Dall’altra parte, l’aggettivo industriale ci pone davanti agli occhi imponenti nere ciminiere fumanti e fabbriche grigie popolate da enormi macchinari e minuscoli operatori. Due scenari piuttosto in antitesi.

Tuttavia, a onore del vero, la parola archeologia significa letteralmente il discorso sull’antico (Treccani), non precisando a quale epoca si riferisca. Ed è proprio questo il compito di questa disciplina: studiare “i reperti e le testimonianze dell’epoca della rivoluzione industriale, in tutti i suoi aspetti e contenuti (…) e le conseguenze economiche e sociale che ne derivano. È dunque la scienza che studia le origini e lo sviluppo della civiltà delle macchine e i segni lasciati dal processo di industrializzazione nella vita quotidiana, nella cultura e nella società.” 1

Questa scienza nasce intorno alla metà del XX secolo in Inghilterra

L’arco temporale oggetto della sua indagine va dalla seconda metà del Settecento, quindi dall’origine della rivoluzione industriale, e arriva ai giorni nostri.

Tuttavia, nella pratica rientrano nell’ambito di studi artefatti che risalgono ad epoche precedenti, sia pre-industriali ma anche medievali. Nel concreto, gli oggetti di studio compongono un vastissimo insieme di realtà: miniere, fabbriche tessili, ponti, mulini, centrali idroelettriche, impianti siderurgici, e molte altre. 

In Italia il discorso circa l’archeologia industriale si aprì intorno agli anni Settanta, anche grazie alla allora recentemente approvata nuova definizione di bene culturale da parte della Commissione Franceschini che indicava tale “ogni bene che costituisca testimonianza materiale avente valore di civiltà”. Da quel momento in poi la disciplina si è sempre più strutturata, dando origine a riviste, moltissime associazioni e commissioni. 

Tuttavia, i reperti di archeologia industriale richiedono ancora oggi speciali cure e attenzioni perché, oltre alla loro deperibilità, basti pensare alle numerose strutture in metallo esposte alle intemperie, non sono ancora estensivamente considerati come portatori di valori culturali. 

Nell’opinione comune, prevale ancora la dimensione produttiva: quando gli stabilimenti hanno portato a termine il loro compito e finito il loro ciclo vengono spesso distrutti o riciclati. In questo modo, tuttavia, si cancellano le memorie tecnologiche, sociali e culturali ad essi legate.

L’obiettivo degli esperti e degli studiosi di archeologia industriale sarebbe invece quello di mantenere viva la testimonianza, recuperandola con un riuso compatibile, anche diverso dall’originale, quale quello museale, come il caso del Musée d’Orsay, o in centri culturali polivalenti, come la Manifattura Tabacchi a Firenze.

Per questo motivo le associazioni di archeologia industriale si trovano spesso a combattere delle vere e proprie battaglie per poter assicurare la conservazione e conseguente valorizzazione di questi complessi.

Il percorso per poter tutelare e valorizzare questi reperti è piuttosto articolato, come Sara De Maestri, docente dell’Università di Genova e referente della sezione ligure dell’AIPAI ci racconta.

Il processo prende avvio da una segnalazione che può partire da studiosi come da una comunità. Successivamente intervengono gli esperti e studiosi, architetti e storici, il cui compito consiste nell’approfondire la conoscenza dell’oggetto d’interesse dal punto di vista storico e architettonico.

Archeologia industriale
Centrale del Porto. Foto di Carola Merello

La fase seguente vede il coinvolgimento di altri enti o associazioni e la creazione di sinergie tra questi: un’istituzione spesso coinvolta è la Soprintendenza, organo destinato alla tutela del patrimonio che ha il potere di vincolare i reperti qualora li ritenga detentori di valore culturale. Se il reperto viene dichiarato bene culturale e si decide di recuperarlo, la soluzione migliore è ricorrere a un bando di concorso per selezionare il progetto che permetta di valorizzare e dare nuova vita alla testimonianza di archeologia industriale. 

Naturalmente, come Sara De Maestri spiega, questo percorso non è purtroppo sempre così lineare. Infatti, la molteplicità e la diversità di interessi degli enti in campo rende talvolta difficile il raggiungimento dell’obiettivo ultimo. 

Per chi avesse interesse ad approfondire maggiormente questo argomento e conoscere i suoi sviluppi in terra ligure, si può connettere oggi, mercoledì 3 febbraio, al canale YouTube di Palazzo Ducale, per poter assistere al secondo incontro del ciclo di conferenze intitolato “Patrimonio industriale della Liguria”.

Il talk di oggi verterà sul rapporto tra Genova e l’Ansaldo, regalandoci un bel excursus che parte dalle Fonderia di ghisa di Multedo e arriva alle Grande Artigliere, entrambi stabilimenti Ansaldo eretti durante la Grande guerra; il terzo e ultimo incontro che si terrà invece il 17 febbraio ci porterà alla scoperta dello Stabilimento Ferrania a Savona.

Buon approfondimento!

Immagine di copertina:
Fonderie di Ghisa. Archivio Fondazione Ansaldo


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Storica dell’Arte laureata con una tesi sui bestiari medievali presso il Courtauld Institute of Art di Londra. Negli ultimi anni trascorsi tra Italia, Germania e Inghilterra si è interessata di storia dell’arte medievale, musei, didattica e divulgazione. Europea ma genovesissima.

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