Rumenta

505 kg di rumenta

Cittadini genovesi e non, c’è bisogno di responsabilizzarsi sul tema spazzatura, una migliore gestione del rifiuto garantisce un mare più pulito.

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Siamo genovesi, abbiamo il mare dentro. Ci svegliamo la mattina e quasi inevitabilmente i nostri occhi si posano su quella immensa distesa blu che bagna tutte le nostre coste. Passiamo le mattinate in balia dei venti estivi, invernali, autunnali non importa, ci facciamo trasportare, guidare. I pomeriggi sono condizionati dalle correnti e le notti dal riflesso della luna sulle onde.

Qualunque momento della giornata si stia vivendo, se vivi a Genova, il mare lo senti, lo respiri, lo vivi.

Il mare è fonte, fonte interminabile di vita, dall’acqua veniamo, con l’acqua viviamo e di acqua siamo fatti. Il mare è casa di moltissimi organismi: piante, animali, batteri, micro o macro che siano nel mare ognuno ha il suo spazio, ognuno trova il suo posto. Nel mare c’è posto per tutti e tutto e lui mai, nega spazio, solo per una cosa non c’è posto nel mare, LA RUMENTA.

Rumenta: termine genovese per indicare la spazzatura, l’immondizia, il rifiuto, la monnezza, il pattume, tossico, non tossico, plastico, liquido, solido che sia, sempre di rifiuto si tratta

In mare non c’è posto per questo, eppure noi troviamo il modo di infilarcela, e mica poca! Per l’esattezza in termini pro capite nazionali, noi abitanti della terra ferma abbiamo prodotto nel 2019, circa 505 chilogrammi di rumenta (ARPA).

Sembrano pochi?

Basti pensare che le famiglie di oggi in media sono composte da 3 individui arrivando così a 1.515 kg per nucleo famigliare, considerando ad esempio il condominio in cui vivo io dove siamo in 16 appartamenti, 24.240 kg di spazzatura.

Inizia a essere una bella quantità direi.

Ma pensiamo a Genova, con i suoi 583 mila abitanti circa (ISTAT 2017) si arriva alla modica cifra di 294.415 milioni di kg, che sono 294 mila tonnellate, l’equivalente di 58.800 elefanti africani. Su territorio nazionale comunque non ci sono solo le ‘’rumente private’’ ma alberghi, ristoranti, fabbriche, ecc., così da arrivare ad un totale di 30,2 milioni di tonnellate di pattume italiano nell’anno del 2019, in crescita del 2% rispetto al 2017 (l’anno in cui abbiamo prodotto più rifiuti, comunque, è il 2010 secondo ISPRA con ben 32,5 milioni di tonnellate, poi ci siamo dati una regolata, più o meno).

Insomma, produciamo una montagna di spazzatura!

Di tutta quest’immondizia, una certa quantità, appena 8-12 milioni di tonnellate/annue, a livello mondiale, dove finisce? Bravi, in mare. Quindi quei luoghi comuni come ‘’più plastica che pesce’’ o ‘’un mare di plastica’’ hanno una base veritiera.

Una recente analisi sociale condotta tra il 2019 e il 2020 evidenzia che i rifiuti per i quali c’è peggior gestione, ergo rifiuti abbandonati, nel senso che i rispettivi fruitori di questi beni materiali non si sono presi la briga di smaltirli correttamente, sono: mozziconi di sigarette (65,4%), imballaggi (21,8%), bicchieri e bottiglie (20,0%), contenitori per il cibo (11.5%), e altri oggetti non meglio identificati (16%).

Rumenta

Come raggiungono il mare questi, visto che non hanno le gambe?

Un ottimo mezzo di trasporto per questi piccoli e grandi inquinanti sono i fiumi. I corsi d’acqua di qualunque dimensione e lunghezza trasportano verso le loro rispettive foci milioni di rifiuti ogni anno. Ecco perché i responsabili dell’inquinamento marino non sono solo gli abitanti della costa, ma anche chi vive nei centri urbani meno costieri è da ritenersi responsabile.

Una bella iniziativa è stata quella di un gruppo abitanti di Imola, che hanno decorato i tombini della città con la scritta ‘’il mare comincia qui’’, nulla di più vero! Il fine del progetto è quello di sensibilizzare i famosi ‘’cestisti del tombino’’ a non buttare le cicche (o quant’altro). Iniziativa che ha avuto un buon seguito, diffondendosi in molti altri comuni, non solo italiani. 

Come stavo dicendo i corsi d’acqua terresti sono uno dei principali canali di immissione di rifiuti in mare. È infatti per questa ragione che le aree antistanti le foci dei principali fiumi italiani come Tevere e Sarno, ma anche il tosco-ligure Magra, sono segnalate da anni come aree a elevato rischio di contaminazione. I rifiuti che ogni anno raggiungo mari e oceani sono di varia natura, parte di questi si trova disciolta nelle acque come ad esempio metalli pesanti e sostanze chimiche, altri sono rifiuti solidi di materiali diversi.

In entrambi i casi questa spazzatura provoca un’alterazione dell’ambiente marino, con diverse conseguenze su tutto l’ecosistema a partire dai singoli organismi. Inutile è, che vi dica che tra i materiali solidi maggiormente impattanti per l’ambiente marino c’è la plastica con enormi varietà e quantità. La presenza di immondizia in ambiente è spesso dovuta alla scarsa gestione del rifiuto nelle città.

La raccolta differenziata promossa da Amiu a Genova, che al giorno d’oggi è sempre più strutturata e funzionale, è un ottimo inizio per cercare di porre rimedio a questa situazione, o quanto meno cercare di ridurre l’afflusso di rifiuti in mare. A questo proposito vi segnalo questa iniziativa tutta genovese @cittadini_sostenibili, che consta di un gruppo di giovani ragazzi che si impegnano a sostenere uno stile di vita più green e disseminano saggi consigli sulla rumenta e su come fare la raccolta differenziata al meglio con l’hashtag #dovelobutto.

Immagine di copertina:
Illustrazione di Martina Spanu


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Ciclista urbana improvvisata velocista per gare mattutine tra Caricamento e Dinegro. Biologa Marina candidata al nobel per la protezione del mare dalla plastica. Quotidianamente disordinata e sorridente (Nonna Grazia docet.) Non toglietele il sacro rito del gorgheggiare della moka la mattina.

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